Nuvole d’organza bianca e macchie scure; e un fumetto intorno alle labbra, di fumo di sigaretta, vapore acqueo e pensieri che si raffreddano, per mancanza di un orecchio che li raccolga; intorno a quelle labbra da bambina, nascoste da un rosso da donna.
Fa freddo ma lei non sembra farci caso, così poco vestita eppure indifferente al gelo intorno. Mi viene da pensare che faccia più freddo dentro che fuori, dalle sue parti.
La nebbia mi circonda con il suo velo bianco, è dappertutto: intorno alle cose, alle auto parcheggiate, ai ragazzi che fumano all’entrata del locale, a qualcosa che sta passando dall’altra parte della strada ma che non riesco a capire cosa sia, e a Lara che, per puro caso, si trova davanti la donna che ha fatto soffrire l’uomo che pensa d’amare.
Circondata da nuvole d’organza.
L’unica donna che lui aveva amato. Molte volte si sarà domandata che occhi avesse quella donna, e che cosa avesse di tanto speciale per essere riuscita a farlo innamorare. Me lo sono chiesto tante volte anch’io, dopo: per staccarmelo da dentro con le unghia e buttarlo nel primo caminetto a portata di mano.
La nebbia è intorno a noi, come se fosse li per toglierci l’imbarazzo di ritrovarci da sole: io, Lara e l’organza di quel fumoso contorno, morbido censore che scolora persino le idee, la sorpresa e i rimasugli dei miei ricordi neri.
Respiro piano, senza fretta e quelle macchie nere di ricordi, dentro, a rovinarmi una serata che prometteva una coperta calda ad attendermi a casa e cuscini di sogni.
Invece eccola: l’ennesima ragazzina nelle mani di un carnefice che a quanto pare non ha perso quel vizio.
Il vizio di picchiarle.
Si vede dai suoi occhi, perché sembrano i miei, di una vita fa: occhi bassi e una vergogna mal celata da troppo trucco.
La guardo e mi viene quasi voglia di rientrare nel locale per cercarlo e chiedergli quando smetterà di ridurre in questo stato le ragazzine. Ragazzine, perché a lui piacciono quasi ventenni: facilmente plagiabili, più appetitose se hanno anche bisogno di una spalla sulla quale appoggiarsi, per stimolare gratitudine e voglia di sdebitarsi. A qualsiasi costo.
Invece eccomi qui, come a guardare la mia vita precedente attraverso un vetro annebbiato e questa quasi ventenne vestita da puttana, la sua puttana, mentre avrebbe dovuto trovarsi da qualsiasi altra parte. Qualsiasi, perché ovunque sarebbe stata salva, ma non li.
Sta piangendo Lara, qui in mezzo alla nebbia e a ragazzi che parlano tra loro e che non si accorgono che a un palmo dal loro naso, una bambina si sta domandando come abbia fatto a cacciarsi in questo guaio. In una mano regge un bicchiere vuoto e nell’altra una sigaretta fumata per metà. Sta guardando qualcosa.
Mi sembra di averla già vista una scena del genere, solo che la ragazzina dei miei ricordi aveva la mia faccia.
Le vado incontro e le dico “Ciao, ti va un caffè?"
"Non ti conosco" mi risponde mentre lancia la sigaretta.
"Hai accettato cose ben peggiori da sconosciuti. Un caffè è innocuo e non lascia lividi". Chi me la da tutta questa certezza che Lara non reagirà mandandomi a quel paese? "E poi mi conosci. Sicuramente avrai visto delle mie foto, in ginocchio”.
Quest’informazione sembra svegliarla, pensa un attimo e dice soltanto "Tu?"
"Sali?" e le indico la mia macchina parcheggiata proprio li davanti.
Lara sale in macchina senza dubbi e andiamo a prendere un caffè, sui navigli. Dalla parte opposta della città. Sembriamo la strana coppia: la preda e la fuggiasca.
“Non so perché sono qui con te, forse mi si è annebbiata anche la testa stasera. Ma tu ce l’hai scritto in faccia che hai bisogno d’aiuto e so che tipo di aiuto occorre in serate come queste. So che cosa ti fa”.
Laura piange ancora. Sembra che non abbia mai fatto altro nella vita che piangere, questa ragazzina. Le chiedo di non raccontarmi nulla, non ho bisogno che mi spieghi perché si trovava mezza nuda con questo freddo, alle due di notte, davanti ad un locale e quale sia l’ennesima colpa che quell’uomo ha commesso, facendo crollare temporaneamente il finto castello di certezze che crea intorno alle ragazzine delle quali abusa.
Il cameriere ci porta i caffè e posticipa di qualche istante la domanda secca che Lara mi spara li, sul tavolino:
“Com’è andata davvero fra voi due?”
Stasera, il dubbio comincia a farsi strada nella sua testa e Lara ha voglia di nuove versioni.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
“Eravamo invincibili. Da far invidia”.
Questo vorrei raccontarle.
E poi “l’amore finì, come a volte accade”.
“Eravamo l’incontro perfetto”, vorrei dirle, “di quel calore che avvolge e di quel freddo residuo di precedenti abbagli e di altre solitudini.
E ci scaldavamo.
In un letto teatro di perfezione o in giro per le vie della sua città. Passeggiando i nostri sogni e le nostre confidenze, incrociando mani e progetti”.
E cerco e rovisto e seziono i miei ricordi, ancora una volta, per trovare qualcosa di bello, che valesse davvero la pena, rimasta attaccata a quelle altre parole, parole sporche; da raccontarle, adesso, sospirando un "peccato" divertito e un po’ nostalgico, magari.
Come a volte accade. A qualcuno più fortunato.
Vorrei dirle che “no, non mentiva. E non fingeva. Quando era quell’uomo che ho amato.
Quando l’ho amato”.
Era l’uomo che si intrufolava nei ricordi e metteva tutto in disordine, da non ricordarmi più cosa era successo prima e cosa dopo e quanto male mi avevano fatto le altre delusioni, quelle di ragazzina acerba.
Era l’uomo che m’incontrava bambina e mi scopriva donna, piano piano, ma a volte anche in fretta; con la stessa impazienza che ci metteva quando apriva i miei regali: strappando la confezione senza cura.
Mi sembrava la ricompensa, ricordo. Volevo che fosse il riscatto, invece era la beffa. La peggiore disfatta.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
E crescevo, negli anni e con me la paura che mi aveva trovato negli occhi quando mi aveva incontrata.
“Un giorno fortunato” dicevamo.
L’ha nutrita coi vizi, nei giorni di festa, quando si vestiva d’inganno; e nella quotidianità, quando apparecchiavo di speranza la sua tavola, condita di rabbia e meschinità.
E aprivo quelle piccole finestre, per farne uscire un po’, prima che mi soffocassero davvero, per evitare di mandarle giù, in fondo all’anima a far numero con gli altri dolori. Con le altre saggezze.
Ed ora cerco qualcosa di buono, perché i miei anni non siano andati sprecati.
Ancora una volta sprecati. Per togliere qualche senso di colpa a questa bambina che ho di fronte, per aver dato in prestito il suo meglio a un uomo così; vorrei dire che lo riavrà, quel meglio di lei che gli ha dato, ma non è così che funziona, nella vita dei grandi.
Vorrei trovare qualcosa che non mi faccia soltanto vantare di una
saggezza dolorante che mi cresce in fondo ai pensieri e mi toglie fiducia, mi ruba speranza; lasciandomi fredda ad osservare gli slanci, con mio fratello Cinismo a farmi da eco nei “No, grazie”.
Purtroppo è una sera in cui non ho in prestito illusioni per inventarglielo, non ho neanche qualche bugia utile, vestita di nebbia, come nei giorni di allora, in cui travestivo il suo sorriso di sfumature delle quali non era capace e lo tingevo d’intenzioni che neanche immaginava.
E’ che avevo abbastanza fantasia per tutti e due.
E non posso disegnare in quei ricordi quel buono che mi basti come alibi, quando resto muta di fronte a queste domande. Quando ho bisogno di raccontarmi e di dire che “sì,
Eravamo invincibili. Da far invidia.
E poi l’amore finì, come a volte accade”.
Nient’altro vorrei raccontarle e nulla di quello che so, vorrei sapere. Delle cose che accadono, del male che ti viene a trovare senza neanche bussare alla porta di casa, senza biglietto d’invito. Senza avvisare.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
E non vorrei dover raccontarle da cosa sono davvero scappata. In ritardo sì, ma comunque scappata. Però devo farlo. Non salverò la bambina che ero, ma posso provare a salvarne una adesso, che mi guarda con gli occhi dissolti in pozze di paura, col trucco a sciogliersi insieme alle bugie alle quali ha voluto credere.
Nient’altro vorrei sapere di inganni e gite desolanti nelle terre della perdizione e del dubbio.
E dire "peccato”, sì, lo vorrei dire, che “poi l’amore svanì, come a volte accade, ma niente potrebbe farmi dimenticare quel bello che c’era, quando c’era”.
Non c’era e Lara non troverà nessun bene nei miei ricordi di quel tempo, per inventarsi ancora una volta quell’uomo: solo macchie scure.
Non trovo nulla di buono in quella vita, da prendere e usare per giustificare quel tempo ed il suo.
Niente da salvare. Niente.
Ci sono solo macerie e i miei vecchi sogni abbandonati negli angoli della memoria. Insieme alla polvere; insieme a questi altri, di quest’altra ragazza ferita.
Non c’è alcun modo per dire di me che “fui ingannata ma c’era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri“ ne per dirle che lei “è stata ingannata ma c’era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri”. No.
Quelle macchie scure sono ancora qui e mai se ne andranno del tutto, qualcosa di lui resterà a ricordarmi che basta aprire una porta sbagliata, solo una, e qualcosa da dentro va via, insieme a quell’idea che non era neppure verosimile. Qualcosa di lui resterà nei miei racconti e non sarà mai qualcosa di buono. Neanche per lei lo sarà.
Qualcosa è rimasto però, di quella ragazzina che ero prima di lui, prima d’incontrarlo, quel giorno.
"Un giorno sfortunato" direi.
E’ la mia parte migliore.
E’ quella che guardo adesso, specchiandomi nel riflesso di questi grandi occhi da bambina che mi guardano e vorrebbero trovare qualche dubbio per non credermi.
E’ che sono molto diversa da come lui mi ha raccontata.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
Bevo un sorso di caffè e le rispondo con tutta la sintesi della quale sono capace:
“Tra noi due non è andata” senza aggiungere altro.
“Tu sei scappata, vero?” Lara ha voglia di scappare e ha bisogno di sapere se è una ragazza cattiva e incapace o se qualcun’altra può avere avuto lo stesso impulso. “Non ti ha lasciata lui. Si sente che non è vero, quando lo dice, perché è sempre molto arrabbiato quelle poche volte che parla di te”.
“Direi che scappata è il termine esatto”.
“Perché?” gli occhi di Lara hanno un solo piccolo momento
d’interesse. Se è questo che devo fare per spingerla oltre quel cancello già spalancato che deve oltrepassare, lo faccio.
Allora comincio a raccontare.
Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere. Nella sceneggiatura di quegli incontri era previsto che piangessi, e nessuno ha ascoltato i singhiozzi, i "no", i "non lo fare, non voglio". Le lacrime erano coreografiche. Copiose. In quei giochi tutto è concesso dal momento in cui ti trovi li, e lo sa anche Lara che è così che succede. Non c’è più molto tempo una volta che sei dentro. A meno che tu non scappi. Ma c’era lui e io non volevo perderlo. Avevo il terrore di perderlo. Volevo fare la dura, la donna dei suoi
sogni, il suo ideale di donna.
Nemmeno io mi ero ascoltata.
Nemmeno Lara si è ascoltata.
Questa stupida ragazzina che per inseguire un sogno, per non perdere un uomo che credeva d’amare, si era lasciata accompagnare in un osceno mondo fatto di sangue e violenza; e lacrime a ripulire tutto il casino.
Ricordavo tutti i miei no e che parlavamo molto e litigavamo. Poi, lui minacciava abilmente di smettere di farlo, che non ero come voleva lui. Allora in me scattava quel malato meccanismo di rifiuto, e Lara ha coraggio solo di farmi cenno di sì con la testa, senza emettere alcun suono. Non potevo accettare di non essere come voleva lui. Io DOVEVO essere all’altezza. Allora ci riprovavo, ricominciavo tutto da capo. Le botte, le orge, le umiliazioni in pubblico. Quelle mani estranee che mi toccavano perché lui voleva sentire il potere, voleva poter disporre del mio corpo e sentire di poterlo fare ogni volta.
Mi diceva che ero lesbica per vedermi scopare con le altre donne, che non lo volevo ammettere, ma lui lo capiva. Mi sono pure convinta di quello per un po’, che mi piacessero le donne davvero. Mi trasformava ogni giorno. A volte penso che le botte fossero il
male minore.
Lara mi guarda come se fossi li, seduta di fronte a lei a bere cappuccino e a descriverle la sua vita, in questi ultimi due anni, non la mia. Si nota dai suoi occhi e io li guardo come se ci fosse un gobbo nelle sue pupille e leggessi da li i suoi segreti inconfessabili.
Non le risparmio le parole più dure: deve ascoltarmi, rendersi conto che quell’uomo ripete gli stessi meccanismi con tutte le ragazzine che gli capitano.
Ero la nota stonata in quel mondo, le dico. Ero la bambina con le autoreggenti in mezzo a vecchi porci, come lei.
Poi ho capito una cosa: che non era importante che lo volessi o no, se ero plagiata o costretta. Io ero li e questo dava delle colpe anche a me, non solo a lui: mi aveva cambiata e quelle cose le facevo io: la donna in cui mi aveva trasformato.
Ho camminato per qualche mese ad occhi bassi con un’enorme paura di incontrare qualcuno e dovergli raccontare quello che avevo fatto, dov’ero stata o che quel qualcuno vedesse in me la donna in cui mi aveva trasformata e non la donna che ero, laggiù in fondo all’orrore, nascosta dalla vergogna.
Le racconto che c’era stata una notte poi, in cui era successo qualcosa di troppo e ad un certo punto avevo cominciato a sentirmi sporca, ed ero scappata: mi ero nascosta il più lontano possibile da lui, perché vederlo mi spaventava. I suoi occhi erano testimoni di tutti quegli errori che avevo commesso, per lui.
Non dovevo fare quelle cose, che adesso anche Lara si costringe a fare, per non perderlo. Ero scappata cercando da qualche parte di trovare il modo per ripulirmi.
Chi riuscirebbe a sopravvivere lasciandosi plagiare in questo modo da un uomo? Chiedo a questa ragazzina ammutolita dalla verità. Significa smarrirsi interamente ed agire mossa da fili invisibili e sottili. Avrei dovuto essere fiera di me per esserne uscita, per aver avuto la forza di recuperare quello straccio di autostima che avevo ancora e scappare, ma mi sentivo così maledettamente sporca. Allora sono fuggita ancora più lontano, ma le confesso, che nonostante la distanza che mettevo tra me e il luogo dove tutto ciò era accaduto, i ricordi mi seguivano. I ricordi delle frustate che erano come piccoli schiaffi, ma il dolore durava di più; dei colpi di bacchette, che erano come morsi, ma gonfiavano in modo peggiore; delle colate di cera al buio, che non sapevo mai dove sarebbe atterrata la prossima scossa; delle pinze in ogni centimetro di pelle utile ad adornarmi di oltraggio.
Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere.
Il sesso rappresentava per me un legame a quei ricordi. Avevo paura d’essere anche solo toccata e spesso ho pensato di non meritare più nulla, perché alla storiella che non volevo, che una malattia chiamata "troppo amore" mi aveva imposto di seguirlo in ogni dove, non avrebbe creduto nessuno. Cercavo qualcuno che mi perdonasse al posto mio, ma poi ho capito che l’unico amico decente che in questi casi puoi trovare per farti aiutare, si chiama Tempo. Piano piano ho ritrovato quel po’ di quella bambina che era rimasta, dietro ai lividi.
Com’era andata? Peggio di così…
Smetto di raccontare perché Lara sta leggendo un sms. Sicuramente è lui che la sta cercando.
“Devi liberartene, Lara, non c’è altro modo, non c’è altra svolta che può prendere questa storia”.
“Non posso perderlo. Lo amo” .
“Adesso credi di amarlo, perché gli stai dando tutto quello che vuole, perché ogni cosa che lui ti obbliga a fare, ti lega sempre di più a lui, perché ogni volta è una parte di te che perdi e devi convincerti che il motivo per il quale l’hai persa è che l’amavi e bisognerebbe amare veramente troppo, per farsi fare quelle cose. Amare qualcuno più di se stessi al punto da non ritenere necessario proteggersi. Ma non lo ami. So che ti sembra assurdo sentirti dire che non lo ami, ma tu non lo ami. Non si può amare nessuno che ti trascina in quei vicoli di niente. Che ti presta ad altri uomini, che ti gonfia di lividi, che ti cancella la stima di te a colpi di bacchette”.
“Ti sento raccontare la tua storia e mi sembra di sentire qualcuno che racconta la mia storia. E’ questo che mi obbliga a continuare ad ascoltarti. Solo che tu sei più forte di me”.
“Liberati di questa storia e troverai questa forza già dal giorno dopo”.
“Non posso liberarmi, perderei tutto quello per il quale mi sono sacrificata, e questo” mi mostra le cicatrici delle manette, questa bambina “non sarebbe valso a nulla. Non posso accettare questa sconfitta. Lui un giorno mi amerà come desidero. Devo solo dimostrargli ancora che sono disposta a fare di tutto pur di non perderlo. Lui così si fiderà di me”.
La guardo ed è come se un fumetto le si disegnasse sopra ai capelli neri. Si sta domandando fino a quando riuscirà a resistere a quel dolore, a quelle umiliazioni.
All’inizio, pensava di volerle, addirittura. Tanto tempo fa, quando aveva bisogno di farsi del male.
“E’ che non è li la tua vittoria. Non vinci usando come arma la tua coscienza. Si vince perché ci si scopre simili. E’ una confortante banalità. E tu non sei simile a quell’uomo. Dovresti sentirti fortunata per questo e sicuramente un giorno lo sarai. Tu credi che lui sia un uomo speciale, in realtà non vale niente. Vale meno di questa nebbia, che sembra circondare tutto, essere infinita, ma usa l’illusione, nasconde la realtà, toglie i contorni. Quando ti sveglierai sarà sparita e ricorderai com’erano belle le cose prima del suo arrivo e come bene ci vedevi anche da sola e com’era bello, decidere cosa ti piace e come vuoi che un uomo ti tocchi”.
Lara mi ascolta senza parlare e le mie parole la scaldano più del cappuccino che ha ordinato poco fa.
Mi sussurra: “Ho paura che quella nebbia stia già sparendo”.
Quando si vede con chiarezza, i sensi di colpa hanno contorni insopportabilmente nitidi.
Le sorrido, perché so che questa è comunque una buona notizia.
“Cos’è successo quella notte? Quella che ti ha fatto decidere di scappare?”
Le dico che una sera mi aveva accompagnata in una stanza. Mi aveva riempito il corpo di pinze. Ce le avevo ovunque. Glielo dico guardandola in quelle pozze di paura. La mia voce non potrebbe essere più calma di così.
Almeno venti su ogni capezzolo e due pinze con i pesi tra le gambe, una per lato. Mi aveva stretto le manette a polsi e caviglie. Non potevo muovermi.
Se mi muovevo, anche le pinze si muovevano e io urlavo.
Se mi muovevo, i pesi tra le gambe oscillavano e io urlavo. Dovevo stare ferma, non potevo liberarmi.
Il dolore era orribile, ma era peggiore la sensazione di trappola, di sapere di non potermi muovere perché avrei subito un dolore più forte. Ero in un cerchio.
Il cerchio di dolore e paura che aveva creato era la chiara riproduzione di quella specie d’amore che provavo: stavo male, ma se avessi accennato un piccolo movimento per liberarmi, avrei cominciato a ricordare fin dove ero scesa, nel fondo di oscenità e dolore, e sarei stata anche peggio. Era meglio star ferma, in quella vita e continuare a provare quel dolore, che ormai conoscevo e sapevo esattamente quando sarebbe finito, ma che era niente, paragonato a quell’altro, che non conoscevo.
I lividi dopo qualche giorno se ne vanno. Quel senso di colpa se ne sarebbe mai andato, invece?
Piangevo e lo pregavo di liberarmi, di togliermi le pinze, almeno quelle tra le gambe, che non le sopportavo. Il dolore arrivava come se la mia carne gridasse. Forti picchi di dolore
shhh
poi piano piano diminuiva ma poi di nuovo un altro picco di dolore
shhh
e dopo diminuiva ancora.
Mi ero accorta che piangendo mi muovevo di millimetri e quel movimento muoveva le pinze e i pesi ed era quella la causa del
dolore. Allora smetto di singhiozzare.
Le lacrime scendevano silenziose e io lo guardavo e sussurrando, lo pregavo di toglierle o di staccare almeno i pesi. “toglile, ti prego”, dicevo quasi in un soffio.
Lui con quel suo sorriso sadico, soddisfatto, osservava la sua creazione, il suo luna park di dolore. Dopo aver scattato qualche foto, aveva preso in mano la frusta e giocava con i pesi, li faceva muovere. Ogni oscillazione dei pesi era un picco di dolore molto più forte di quelli che lo avevano preceduto.
shhh, shhh, shhh
E poi aveva cominciato a dare colpi di frusta sulle pinze attaccate ai capezzoli.
shhh, shhh, shhh
Ringraziami, mi comandava
Ringrazia il tuo padrone che si sta divertendo a giocare con te, diceva
E io continuavo a soffiargli di fermarsi.
Ringraziami o ti lascio qui tutta la notte.
Provavo a pensare a qualcosa di divertente, tipo che il mio bel seno rotondo in quel momento doveva sembrare una specie di ombrello aperto, visto da sotto, con tutte quelle pinze attaccate intorno ai capezzoli. Non mi riusciva di sdrammatizzare però. Non mi riusciva di ringraziarlo per avermi ridotto il petto come due ombrelli aperti, visti da sotto. Tante altre volte mi aveva obbligata a ringraziarlo per il dolore che mi concedeva, ma quello era troppo. Non vedeva che stavo cedendo? Che il mio corpo non sopportava altro? Che mi si piegavano le gambe?
Come poteva chiedermi di trovare la forza anche solo per inventarmi un grazie?
Ho cominciato ad urlare, talmente forte che sembrava fossero tutti gli urli che avevo soffocato quella sera e tutti quelli che avevo risparmiato le altre notti e tutte quelle a venire che no, non avrei vissuto. Meglio cacciarli fuori tutti in quel momento, ad un volume devastante, che era come frustate, ma non faceva quel male.
Un urlo che era un misto di dolore e qualcos’altro.
La mia coscienza mi guardava da dietro le sue spalle: nuda, legata, con pinze dappertutto e il viso un lago di paura e urlavamo, io e la mia coscienza.
“Non gridare così, troia, che svegli tutto il palazzo” ma il suo sguardo aveva perso l’eccitazione, l’orgoglio e la sua sicurezza.
Io non smettevo. Io urlavo. Gli gridavo liberami, basta, aiuto e mentre mi dimenavo le fitte di dolore, urlavano anch’esse
shhh, shhh, shhh
Urlavamo, io, la mia coscienza e le mie fitte di dolore.
Così lui buttava la frusta per terra e mi liberava.
Altro dolore: il peggiore.
Le pinze e Lara annuisce, bloccano la circolazione in quel punto dove sono state attaccare. Quando le togli, tutto il dolore che non hai provato in quel punto, per tutto il tempo che sono rimaste attaccate, arriva in un solo colpo, quando il sangue ricomincia a circolare.
Ogni pinza, una pugnalata.
shhh
Un solo colpo, tremendo, per ogni pinza che toglieva.
shhh
Non ce la facevo più e lui, quasi spazientito non mi lasciava neanche riprendere tra una pinza e l’altra: le toglieva ad una velocità insopportabile. Voleva gustarsi un altro po’ di tortura.
Paradossalmente, in quel momento, in silenzio, pregavo che arrivasse il più lentamente possibile la liberazione che avevo preteso urlando.
Quando avevo ricevuto tutte le pugnalate per ogni pinza, che gli avevo permesso di attaccare al mio corpo da ragazzina e quando mi aveva finalmente liberata, me ne sono rimasta in ginocchio, per terra, a piangere.
Lui tentava di tirarmi su, ma io ero stanca, disperata e lo odiavo.
Tutta la storia con la quale mi aveva raggirata, che nei giochi sadomaso esiste un limite e una saveword che se una schiava la pronuncia, il sadico si ferma, era una presa in giro. Ti fa dare fiducia a quel carnefice, finché arriva il giorno che tanto aspettava, per farti tutti gli esperimenti che sognava già dall’inizio e quel giorno tu non puoi muoverti. E’ il giorno in cui ti fa toccare il basso più basso che potessi raggiungere e il fondo più fondo delle tue forze. La soglia del dolore sembrava una elastico.
Quella notte quell’elastico si era spezzato.
Lui mi stava dicendo che ero magnifica, una magnifica schiava che aveva dato molto piacere al suo padrone orgoglioso e io volevo ucciderlo. Credeva che il benessere ricevuto da quella specie di lusinghe, potesse anestetizzarmi ancora. Come le altre volte.
Ero rimasta li, per terra, fino alla mattina dopo.
Mi ero rialzata ed ero andata in bagno a guardarmi: il mio seno era livido e il ricordo delle pinze era disegnato tutto intorno. Il gonfio souvenir dei pesi, non mi permetteva di camminare.
Ho fatto una doccia e mi sono vestita.
Lui era a letto e mi guardava.
“Io me ne vado. Ringraziami solo perché non vado alla polizia a denunciarti”.
“Eri consenziente, troia. Denunciami e io mostrerò tutte quelle foto che ti ho fatto mentre ridevi oppure mentre leccavi la mia frusta”.
Dov’era finita la sua meravigliosa schiava?
Ero stata consenziente, aveva ragione. Avevo accettato io quell’orrore nell’amore. Fino a quella notte.
“Ero consenziente, sì. Ora acconsento di pensare che tu sia morto”.
“Non vali un cazzo come schiava, non valevi un cazzo neanche ieri sera. Ne troverò altre cento migliori di te, che non fanno tutte queste storie per quattro pinze. Le voglio menare come un fabbro e loro devono godere”.
“Spero di no, per loro”.
“Però poi l’ha trovata. Non te. Prima di te ce ne sono state tante, poi te”.
“Se hai già vissuto una notte così, allora vattene Lara. E’ per questo che non riesci più a smettere di piangere?” Non riusciva a smettere di piangere, come se non avesse fatto altro nella vita che
piangere, quella ragazzina.
“Si l’ho vissuta proprio stasera, prima di uscire per venire al locale.”
“Allora vattene”.
“Come si fa?”
“Niente piccola, si prepara solo una valigia e ci si mette dentro il più possibile e non si torna a prendere il resto. Perché se tornassi, ti convincerebbe a restare. Ti direbbe delle cose per farti restare.
Ciò che conta ce l’hai dietro a questi grandi occhi. E’ solo quello che devi salvare”.
Lara non ha voluto tornare neanche per fare la piccola valigia, dove mettere il più possibile.
Mi chiede di accompagnarla a casa di sua madre, perché ha paura che lui le dica quelle cose per farla restare e sa che la convincerebbe.
Chissà quante altre volte l’aveva convinta.
Lara cammina su pozzanghere fatte in casa adesso. Questa pioggia la invade dalla testa e non si riesce a capire da quale nuvola arrivi. Non porta mai con se l’ombrello quando è in vacanza e lava i panni sporchi in lavanderie a gettoni. E’ scappata dalla casa degli orrori. E’ tornata nella casa dov’è cresciuta, per farsi aiutare dalla scatola che conserva sua madre, quella con le sue foto da bambina, per ricordare chi era prima che l’incubo le confondesse i pensieri.
E’ ancora viva. Strano.
Ha nel piatto solo avanzi di cene consumate.
Banchetti, abbuffate, spuntini passatempo e passasolitudine, il suo corpo è seppellito da chili di cibo insinuati in lei a forza da rabbia, vizio, paura. La rabbia ha sempre molta fame, il vizio vuole sempre godere, la paura ha bisogno di colmare.
Adesso sta seguendo una dieta, dice che quando l’anno prossimo si guarderà allo specchio e rivedrà la sua forma di un tempo, capirà che sta tornando, che in fondo le brutte esperienze, anche se ci cambiano, non ci fanno sparire mai del tutto. Lara ha bisogno di rivedersi. Lo sa anche lei che è solo un illusione sperare che una dieta le ricordi chi era. Ma ogni espediente è utile quando non si sa da che parte cominciare. Non ha importanza da dove si parte. Lara deve partire.
Ricomincerà dalla bilancia, oppure dalla casa nuova dove pensa di andare ad abitare. Lara deve ricominciare da qualsiasi cosa. Le serve una prova, anche una superficiale, che le mostri che può farcela, che la sua forza ancora esiste, anche se negli ultimi tempi sembrava averla abbandonata. Chissà dove, ma c’è.
Eppure è ancora viva. Strano.
Quando il carnefice la colpiva, con le fruste, con le mani, una sera addirittura con un tubo di plastica, la scuoteva.
“Cinque centimetri di diametro, dicono che lasci segni gonfissimi sulla pelle”.
“Dicevano bene” pensava lei, mentre si guardava allo specchio e piangendo sentiva la mancanza della casa dove viveva da ragazza, con il mare che la osservava dalla finestra e le faceva venire voglia di nuotare. Invece, in quei momenti, guardava fuori dalla finestra e aveva solo voglia di buttarsi giù o di scappare, ma non ci riusciva. Non aveva più forza.
Sembrava verificasse se respirava ancora, quando la colpiva. Anche lei se lo chiedeva spesso. Perché uno se lo chiede se è ancora vivo quando si lascia fare tutto quel male. Ma anche meno, perché meno di quello sarebbe stato comunque troppo e in quei posti anche a volerli cercare i sogni, proprio non ci sono più.
Fu per questo forse che gli permise sempre di colpirla? Le serviva per provare se ci fosse ancora vita dentro?
Era sempre ancora viva. Strano.
Per rinascere devi piangere, come il giorno in cui nascesti.
Piangi e guardi un mondo nuovo.
Lara è a casa, ma non ne proverà il sollievo che sperava quando
sognava di tornare. Ha l’anima imbrattata di colpa e gli occhi
macchiati da ricordi che non osa raccontare.
Piangerà e in quel pianto canterà tutto lo stupore e il dubbio della scoperta. E’ viva. Si guarda allo specchio e promette che ce la farà. Non tornerà nella casa degli orrori. Ha promesso di non farsi più colpire. Ha promesso di vivere.
E’ di nuovo ancora viva.
Si accarezza e ricomincia a sognare. Sogna qualcuno che le ricordi la dolcezza e che la tranquillizzi, spiegandole che dopo un bacio non arriva nessun colpo e non deve dimostrare il suo valore contando quanti colpi riesce a sopportare.
Sta tentando di ritrovare una ragazza. Quella che era prima che il carnefice la vestisse di peccato, la gonfiasse di vizio e la insanguinasse di violenza. La troverà.
Lara è viva. Questa volta davvero.
Edit: Pubblicato nell’antologia "Scrivi con lo Scrittore – A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.
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