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Archivio per la categoria ‘Racconti brevi’

Voglio incontrarti di rado

novembre 3, 2010 3 commenti

Riflettevo il tuo sguardo socchiuso, quando pensi a cosa rispondermi e ti assenti, nell’attimo che precede la risposta. Era più lucida l’ammirazione del tuo profilo, gli occhi nella posa inversa, le tue labbra arrotondate dalle frasi gentili. Particolari che mi erano sfuggiti quel pomeriggio, mentre la voglia mi contorceva l’attenzione e mi aggrovigliava le dita, nel tentativo di afferrare la tazza di caffè. Non c’erano solo gli spigoli del mio imbarazzo, nella distanza di quel ricordo: riuscivo a vederti, con la calma della mia memoria ed eri intero, come l’abbraccio che non ero riuscita a darti. Amo questo spazio, che mi concede di aspettarti, con l’accurata attenzione delle mie solitudini. Con te m’innamoro del tempo, di questo silenzio passeggero. E la pazienza mi mostra vicoli di carezze che potrei, tentazioni che si diramano. Prima del tocco, avanza l’appetito e tu profumi e ti muovi come il mio desiderio. Sospeso nella mia attesa, sei la bellezza che mi contagia e che anelo. Sei voglia e ancora tutto quello che potrei volere.

Mentre mi preparo a incontrarti, ti scrivo celebrando quell’appuntamento, la sensuale lentezza delle tue mani, le promesse di graffi della tua barba incolta per la prima volta, la virgola del tuo sorriso sul bicchiere e la speranza del tuo bacio, che perderò tra qualche ora.

Due di notte

Tamara de Lempicka - adam and eve- adamo ed eva - nudi

Non accenniamo a rivestirci. Sembriamo superstiti di un festino: sono andati via tutti e se ci alziamo anche noi è finita la cerimonia.
Quando rimetto le mutandine, torno donna da sedurre. Mentre aggancio il reggiseno, ricordo che non sopporto chi mi telefona il giorno dopo. Le scarpe mi suggeriscono: scappa. E così via. Quando mi rivesto, smetto d’essere normale. Torno confusa.
Mi chiama Elli solo quando sono nuda. Io rispondo: “Eccomi”. Dico: “Ti voglio”. Nessuno mi aveva chiamata Elli, e mi sembra di non essere mai stata chiamata. Dicevano il nome di qualcun altro e io non mi voltavo neanche.
Lui è come me: riesce a essere normale solo quand’è nudo. È bello essere simili a qualcuno, mentre si è noi stessi. Mi guarda in modo diverso, quando gli sbottono la camicia. Ammonticchio sulla sedia accanto al letto, trame di brutte esperienze, insieme alla biancheria.

Nudi siamo ingenui, inesperti di ragionamenti.
– Fammi l’amore – gli dico, di notte. Lui risponde con i fianchi.
Nudo è senza domande. È pelle che parla di desideri. È bocca che sorride semplice. È baci, e tutto suona. Schiocca. Nuda sono senza mode né artifici. Faccio pendant con le sue cosce. Sono mani che ballano la mia musica.
Nuda ho le risposte. Sono.
Lui mi ricorda una pioggia vecchia. Ridevo, sedicenne, per un acquazzone di fine giugno. Le mie braccia nude e bagnate odoravano come lui.
Lo annuso e gli dico: – Piove. – Mi risponde che ci sono trenta gradi, altro che pioggia. – Piove ogni volta che sudi – e mi viene da ridere, e lecco la sua pioggia fino alla sete. Mi torna la voglia di sentire il sapore di quel tempo.
Quando siamo nudi, torno bambina. Non ho ancora sbagliato niente; e come se fosse la prima volta che allargo la mia voglia di fronte a occhi d’uomo, mi torna la smania di urlargli – Sì -. Ancora.
Appena combaciamo, lo stringo. Mi sussurra di non smettere. Rischio di morire di nuovo, se non lo faccio. Smetterebbe di chiamarmi Elli. E che sarei? Mi rivestirebbe, la farsa della donna che non sono. Così lo lego con le gambe, fino al dolore. Se stringo, non mi perdo.
Non smettere – prego.
Non riesce quasi a muoversi; ondeggia, allacciato alla mia paura.
Elli, sono tuo. –Mi appoggia sulle labbra. Non so se lo dice perché è vero. Lo è adesso.

Federica

libroC’era una volta mi partorisce. Il primo capitolo ascolta la mia prima parola e un incipit guida i miei primi passi.
I ricordi li nascondo dietro pagine numerate. La mia adolescenza si trova a pagina trentatré di un libro dalla copertina rigida.
Quando morirò sarà solo l’ultimo capitolo, tra gli altri e non soffrirò il buio né il silenzio, perché crederò di rinascere in un nuovo racconto e vorrò sapere come va a finire.
Spirerò in una pagina bianca e sentirò il fruscio dolce di una tra quelle che ho riletto.
Vissero felici e contenti mi seppellirà senza fiori su una foto che non mi somiglia neanche più.
Nascerò, per ogni storia nuova.
Ogni volta avrò un nuovo viso, un’altra voce, un nome diverso.

Ieri ero Chiara. Oggi sono nata Federica. Ho una storia da cinquantamila parole e desideri da quarantamila.

Niente di Strano

luglio 19, 2008 9 commenti

Doveva essere in cucina, seduto a capotavola. Mi avrebbe guardata appena, senza salutarmi, per non perdersi la pubblicità dei sofficini. Io sarei corsa dalla mamma, che cucinava in veranda. Lei mi avrebbe abbracciata e avremmo condito il ragù con i racconti speziati della mia vacanza.
Non c’era però, mio padre.
Ho notato che mancava, da quei dettagli a cui ti abitui quando vivi con qualcuno e gli occhi, se non li trovano, hanno le vertigini.
Come quando sali scale al buio: ti aspetti che ci sia un altro gradino e invece sei arrivato. Il piede sente un senso di vuoto, poi sbatte forte sul pianerottolo.
Guardavo la stanza e il mio sguardo sbatteva contro la sua assenza.
Non c’erano le sue chiavi di casa, appese alla parete accanto al frigo, ne’ le sigarette e l’accendino a fianco, appoggiate sul ripiano. Piccole cose sì, ma significano.
Se n’era andato di sera, mentre io scattavo foto a città nuove. Non ho visto il fagottino che s’era preparato, con la stecca di MS morbide, le schedine del SuperEnalotto e trent’anni di matrimonio. Ci stava tutto, in quel fagottino.
I silenzi occupano poco spazio, le assenze anche meno.
Forse è stato un bene, non assistere. Non serve un’altra goccia, in questa pozza di ricordi che fanno un male strano. Ci sono buche vuote in cui s’inciampa e nessuno con cui prendersela. Il solito silenzio a cui sfogare la sconfitta.
Ricordi bianchi, mani immobili e mai parola per insegnare vita, raccontandomi la sua, magari.
Quello che so me lo raccontava mio cugino Nino, d’estate. Ci sedevamo in terrazza e mio padre lo guardava storto, mentre lui ripassava i loro anni: quando il nonno era ancora vivo e non c’erano soldi, ma abbastanza fantasia per inventarsi un bel vestito. Ti voglio bene lo diceva solo Anna Magnani e i bambini si baciavano solo se dormivano.
Gli preparavo un caffè ogni paio d’ore: a Nino il caffè mette parlantina, più d’un litro di rosso.
Se aggiungevo del tè freddo, la volta dopo mi portava delle foto. Mio padre non ne aveva, di quelle domeniche in bianco e nero, abbracci approssimati per lo scatto e ciuffi gonfi di brillantina.
Lui sorride da immagini intagliate dal passato, mute anche loro. Adolescente, con sogni a prendere colore sotto al sole; sullo sfondo Mondello, quando ancora dal Belgio non erano arrivate le cabine, a rovinare la vista della sabbia bianca.

“Se n’andò, vero?” ho chiesto a mia sorella.
“Sì” ha detto, con poca tristezza negli occhi: una pagliuzza nel suo sguardo sollevato.
Prima che sbattesse la porta, era riuscita ad appoggiargli sulle spalle un po’ di rabbia e qualche ricordo, di quelli bianchi, come i miei.
“Non m’ha salutata” lamentavo da occhi tristi, arrabbiati e una pagliuzza di sollievo.
“T’avrebbe insultata o t’avrebbe lasciato un altro livido” ricordava.
“Meglio cosi, dai” e m’impegnavo in un sorriso.
La tv era spenta, una bachata suonava dalla camera di mio fratello.
Musica alle nove di sera e lo spazio per una confidenza: sì, se n’era proprio andato.
Mi ha lasciata con la ragione in gola, prima che potessi perdonarlo e s’è portato via il suo orgoglio d’uomo; quello di padre ce l’aveva lasciato come centrotavola.
“Apparecchio” m’è venuto da dire.

Nino non me lo racconta più, mio padre, quando è estate, e mescoliamo storie imbiancate di salsedine e caffè. Ha arredato anche casa sua, con quel dolore strano, l’anno scorso.
Un altro fagottino e ricordi bianchi di suo zio.
Il tè non porta foto, il giorno dopo: sono amarezza in vecchi album di famiglia.

Stasera una Rumba Yambù accompagna l’eloquenza, mentre le parole che vanno dette ballano sfrontate, in casa mia.

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