Doveva essere in cucina, seduto a capotavola. Mi avrebbe guardata appena, senza salutarmi, per non perdersi la pubblicità dei sofficini. Io sarei corsa dalla mamma, che cucinava in veranda. Lei mi avrebbe abbracciata e avremmo condito il ragù con i racconti speziati della mia vacanza.
Non c’era però, mio padre.
Ho notato che mancava, da quei dettagli a cui ti abitui quando vivi con qualcuno e gli occhi, se non li trovano, hanno le vertigini.
Come quando sali scale al buio: ti aspetti che ci sia un altro gradino e invece sei arrivato. Il piede sente un senso di vuoto, poi sbatte forte sul pianerottolo.
Guardavo la stanza e il mio sguardo sbatteva contro la sua assenza.
Non c’erano le sue chiavi di casa, appese alla parete accanto al frigo, ne’ le sigarette e l’accendino a fianco, appoggiate sul ripiano. Piccole cose sì, ma significano.
Se n’era andato di sera, mentre io scattavo foto a città nuove. Non ho visto il fagottino che s’era preparato, con la stecca di MS morbide, le schedine del SuperEnalotto e trent’anni di matrimonio. Ci stava tutto, in quel fagottino.
I silenzi occupano poco spazio, le assenze anche meno.
Forse è stato un bene, non assistere. Non serve un’altra goccia, in questa pozza di ricordi che fanno un male strano. Ci sono buche vuote in cui s’inciampa e nessuno con cui prendersela. Il solito silenzio a cui sfogare la sconfitta.
Ricordi bianchi, mani immobili e mai parola per insegnare vita, raccontandomi la sua, magari.
Quello che so me lo raccontava mio cugino Nino, d’estate. Ci sedevamo in terrazza e mio padre lo guardava storto, mentre lui ripassava i loro anni: quando il nonno era ancora vivo e non c’erano soldi, ma abbastanza fantasia per inventarsi un bel vestito. Ti voglio bene lo diceva solo Anna Magnani e i bambini si baciavano solo se dormivano.
Gli preparavo un caffè ogni paio d’ore: a Nino il caffè mette parlantina, più d’un litro di rosso.
Se aggiungevo del tè freddo, la volta dopo mi portava delle foto. Mio padre non ne aveva, di quelle domeniche in bianco e nero, abbracci approssimati per lo scatto e ciuffi gonfi di brillantina.
Lui sorride da immagini intagliate dal passato, mute anche loro. Adolescente, con sogni a prendere colore sotto al sole; sullo sfondo Mondello, quando ancora dal Belgio non erano arrivate le cabine, a rovinare la vista della sabbia bianca.
“Se n’andò, vero?” ho chiesto a mia sorella.
“Sì” ha detto, con poca tristezza negli occhi: una pagliuzza nel suo sguardo sollevato.
Prima che sbattesse la porta, era riuscita ad appoggiargli sulle spalle un po’ di rabbia e qualche ricordo, di quelli bianchi, come i miei.
“Non m’ha salutata” lamentavo da occhi tristi, arrabbiati e una pagliuzza di sollievo.
“T’avrebbe insultata o t’avrebbe lasciato un altro livido” ricordava.
“Meglio cosi, dai” e m’impegnavo in un sorriso.
La tv era spenta, una bachata suonava dalla camera di mio fratello.
Musica alle nove di sera e lo spazio per una confidenza: sì, se n’era proprio andato.
Mi ha lasciata con la ragione in gola, prima che potessi perdonarlo e s’è portato via il suo orgoglio d’uomo; quello di padre ce l’aveva lasciato come centrotavola.
“Apparecchio” m’è venuto da dire.
Nino non me lo racconta più, mio padre, quando è estate, e mescoliamo storie imbiancate di salsedine e caffè. Ha arredato anche casa sua, con quel dolore strano, l’anno scorso.
Un altro fagottino e ricordi bianchi di suo zio.
Il tè non porta foto, il giorno dopo: sono amarezza in vecchi album di famiglia.
Stasera una Rumba Yambù accompagna l’eloquenza, mentre le parole che vanno dette ballano sfrontate, in casa mia.
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