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Archivio per la categoria ‘Racconti lunghi’

Non ho paura del buio

aprile 30, 2010 1 commento

Scavalchiamo il confine, alle venti di una sera di fine agosto. La guida dei più grandi percorsi d’Europa è sulle mie gambe allungate, i piedi nudi sono appoggiati sul cruscotto del camper. Non te lo dico, che non l’avevo mai fatto. Non dico niente: guardo lo spazio d’aria che divide l’Italia dalla Svizzera e un po’ mi delude, scoprire che abbiano lo stesso calore. È una prima volta e la vivo con te, che mi hai già fatto da guida. Quando c’era da scegliere e mi guardavi aspettando che mi arrivasse coraggio, senza spingere.
Mia sorella al telefono m’invita a comprare cioccolata, le prometto un souvenir. Il mio sarà conservato negli occhi chiusi.
Cerchi una caramella ma non la trovi come al solito, nel disordine che abbiamo già creato. Allora te ne porgo una delle mie e sorrido. Ci ritroviamo nelle abitudini, e passa l‘imbarazzo dei mesi d’assenza prima di oggi.
Comincia così la vacanza che non abbiamo mai fatto, quando eravamo coppia. La facciamo adesso: perché te l’avevo promessa.
Quante domande non mi fai, mentre ti racconto i mesi in cui non ci siamo visti. E tu ascolti e ridi e mi dici che sono coraggiosa. Non mi dici che ti sono mancata.
Guardiamo muti l’asfalto per un po’. Quelli che eravamo prima sono dietro di noi, a replicare liti e scuse e tutte le domande che abbiamo lasciato in sospeso. Vorrebbero essere continuati, loro. Noi stiamo zitti. Non siamo mai riusciti a superare le ferite che ci hanno inflitto gli altri: questo è il nostro problema. Quando ci stringiamo le mani, non ci consoliamo: ci trasmettiamo pietà dalle ferite aperte.
“La prima a destra”, dice la voce del tuo navigatore. La prima a destra, per andare dove? E ci mettiamo a ridere.
Ci fermeremo nella prima città che ci troverà vagabondi a mezzanotte. Avrà vetrine spente e ragazzi che girano con in testa pensieri sonnolenti. Sarà il caso a decidere il programma.
Andiamo per andare, stavolta. All’arrivo sarà già finita e non abbiamo più voglia di epiloghi. Vogliamo azione. Il percorso lo sapremo dopo, dalle foto del tuo cellulare.
Arriviamo tardi e la città non ci accoglie. Ci guarda dai fianchi, dai riflessi del lago, dalle montagne scure. La notte copre le bellezze da cartolina, le bancarelle sono addormentate. Facciamo piano, per non svegliare niente.
Tu sei stanco e anch’io. Mangiamo dallo stesso piatto, desideriamo dallo stesso secondo e quelli che eravamo se ne vanno, appena tocco la tua bocca e aggiungo presente.
Occhi chiusi e mani stravaganti: ho imparato di te che se non mi chiedi domani, smetti di preoccuparti e la tua voce è più profonda, così non ti do il tempo di chiedermelo. Rifaccio a memoria la strada dalle mie gambe alle tue. Non ti chiamo per nome, ti cerco il respiro, mentre rimbocco paure sotto la pelle. Ti allargo le braccia e quando riapro gli occhi ho solo somme di minuti da darti.
Prima di addormentarmi, scatto una foto dal finestrino. Avremo tempo per indossare cappellini e macchine fotografiche a tracolla. Stasera impariamo a prendere solo quello che sappiamo tenere.

Mentre facciamo colazione mi chiedi dove voglio andare. Disegno percorsi e distanze, seguendo con i polpastrelli, le piccole vene stampate nella cartina. Da Stoccarda a Wolfsburg, c’è il tempo di quella leggera carezza del dito e pensiamo sia una buona idea.
Foresta nera mi suona come una favola, di quelle che spaventano i bambini. Di lupi e casette di cioccolata, nascondigli in gusci di lumaca, mele avvelenate e fratellini che scappano a mani strette.
Mille molliche di pane e arriviamo a fianco a un ruscello che è già finito un altro giorno.
La notte arriva rapida e nera. Viaggiatori sporadici disturbano il silenzio, grattano questo buio perfetto. È inchiostro fitto che ha coperto ogni pensiero. Anche l’aria è nera, entra negli occhi, fa scuro il respiro. Decidiamo di dormirci dentro, per vedere fantasie a colori, stanotte.
Piove, una pioggia che dimentica l’estate e gli ombrelloni, a pochi chilometri di distanza. Li dimentichiamo anche noi. Evapora muschio e picchetta sul tetto del camper e sulle foglie. Apro la porta e bevo felicità semplice, dalle gocce brune di questa pioggia solista.
Mai sentita una pioggia così. La pelle raccoglie il suo tocco incessante, freddo. Punge, come se mi volesse chiamare, farmi voltare. Ma dietro c’è altro buio. M’inzuppa in un attimo i capelli sciolti, mi circonda. Bagna le orecchie, sento solo fruscio e mi viene d’andare a tempo, di muovermi a piccoli passi, veloci, a dirotto. Appoggio i piedi sul croccante disegno delle fantasie della bambina che sono stata e intravedo stradine e nascondigli, fate sedute sulla mia spalla, folletti divertiti a vedermi senza età e senza ombrello. Non ho paura del buio: mi sento parte di tutto, sono dentro alle cose. Non spicco, non ingombro, non mi nascondo, non cambio. Riesco a vedermi.
Mi fermo in mezzo a questo nulla che suona una musica che conosco da sempre e te la vengo a portare.
Le gocce dentro al camper hanno ripreso una forma, hanno il colore del tavolo dove si fanno strada, si riuniscono sul pavimento. Tu bevi dal mio bicchiere e non reagisci. Aspetti che ti racconti di cosa si prova a fare una doccia perfetta.
A guardarti così, mi viene in mente una notte di qualche anno fa. Eravamo io e te, sdraiati sul mio letto, nudi. Era una di quelle sere in cui si fanno un sacco di domande strane sulla vita e poi, si finisce il discorso con “passami il Rum”.  Mi hai chiesto che cosa avrei fatto se avessi avuto un solo giorno a disposizione. Avevi risposto tu per primo: fumerei una canna, giocherei a WOW e altre frivolezze. Sembrava uno scherzo. Ma poi ci avevo pensato su e mi ero detta che avevi scelto stupidaggini, perché ogni giorno della tua vita, ti sei sforzato di fare cose importanti, intelligenti. Alcune proprio geniali.
Quando l’hai chiesto a me, non ho saputo risponderti. Ho detto non lo so. Sono troppe le cose che vorrei fare almeno un’altra volta, almeno una volta.
Come si sceglie così, su due piedi, cosa salvare?
Era vero. Però in quel momento mi venivano in mente solo cose buffe, come provare orgasmi multipli mentre fumo una sigaretta, per verificare se rilassa o eccita. Fare bungee-jumping, riuscire per una volta a parlare al microfono davanti a tante persone, senza dimenticare cosa volevo dire.
Pensavo a Bukowski, che diceva che se avesse saputo d’avere un solo giorno di vita, avrebbe “scritto più veloce” e  mi vergognavo di non avere qualcosa di così originale da dirti. Chissà cos’hai pensato di me, quella sera. Forse avrai pensato solo: passami il Rum.
Ricordo quella domanda e noi due, sdraiati sul mio letto e tu che aspetti. Calmo. Un po’ guardi me, un po’ guardi la macchia di sangue della zanzara che avevo ucciso l’estate precedente, ma non ho saputo lavare via.
E ora so che t’avrei risposto, tra le altre cose.
Se non avessi più tempo, vorrei dire tutto quello che va detto. Non vorrei lasciare alcune parole chiuse in trappola. Ad esempio, vorrei liberare: mi fido. Oppure: pazienza. E poi, non vorrei perdere l’occasione per farti sapere che tu sai chi sono.
Questo vorrei averti detto. Che tu mi hai vista, come mi vedi stasera.
E non ti ho mai detto di fermarti anche quando divento un po’ pazza. Non ti ho mai chiesto di non scappare quando diventi un po’ pazzo.
E non ti ho mai detto che io so amare solo da lontano, perché non l’ho mai avuto un amore sano. Uno di quelli che quando ce l’hai, resti. Anche quando si diventa un po’ pazzi. Io ho solo amato da lontano ed è per questo che quando succede, mi devo allontanare. È così che amo: a distanza.
E mi viene il panico, perché vorrei dirtelo e non ci riesco neanche adesso. Vorrei liberare le parole proprio mentre mi guardi, gocciolante di questa pioggia nera e non fai una piega.
Mi chiedi a cosa sto pensando.
“Mi domandavo se rilassa o eccita, fumare una sigaretta mentre ho orgasmi multipli”,dico.
Tu mi offri una sigaretta e mi sorridi. E finisco il tuo vino.

Dieci giorni sembrano tanti, se li conti. Questo terzo di mese lo viviamo rapido.
Impariamo paesi, stringiamo mani e le notti sono perfette per fare l’amore. Guardarsi a lungo, immaginarsi nuovi, leccare abbronzature di un sole lontano da casa.
Finito il viaggio, torniamo quelli di sempre. Io mi allontano. Tanto li conosco i miei giorni senza. E so restiamo, a modo nostro. Nei souvenir a occhi chiusi, in molte delle cose che ho imparato, nei nostri modi di dire.
E so che mi conosci anche nelle mie notti di terrore, quando penso d’aver sbagliato tutto e cerco le risposte e non le trovo. Allora spengo la luce e le domande diventano tutte dello stesso colore, sono parte del tutto. Non spiccano, non ingombrano, non si nascondono, non mi cambiano. Riesco a vedermi. Mi fermo a guardare la mia strada al contrario, tanto che ormai la conosco più di quanto lei conosca me. Non ci sono più colpevoli, nessuna scusa, nessun errore da perdonare. Ci sono giorni, uguali o diversi. Ci sono soltanto io e quello che ho imparato.
Ci sono ricordi, parole nuove, quelle vecchie da liberare. C’è il caos, l’inevitabile e storie da capire. C’è questa strada da percorrere, e in fondo è divertente non sapere dove porta.

Mi sorridi, mentre me ne vado. Come se domani dovessi rivedermi ancora.

Un sorso

settembre 13, 2009 11 commenti

amanti - magritteEro così sola che all’appuntamento c’ero andata in anticipo. Per passare il tempo, m’ero messa a guardare i libri in offerta, al piano terra del Mondadori Multicenter, quello di Via Marghera.
Gente in giro: chi chiedeva i prezzi, chi sceglieva il cd nuovo. Io in mezzo, a respirare vite di sorpasso, che magari ci si sfiora con le braccia, per la calca e senti presenza. Senti che non sei da sola. Che non ci sono solo le tue braccia ad agitarsi in mezzo all’aria. A volte basta questo po’. Quando sei in una città che non è tua e incontrare qualcuno che conosci, in quel pagliaio è un azzardo.         
Faceva troppo caldo per stare sotto al cielo, avrei sudato, mi si sarebbe sciolto il trucco e "piacere"  sarebbe risultato timido, nella nostra prima stretta di mano.

Quell’appuntamento al buio m’abbronzava di curiosità.
Avevo voglia, di conoscerlo e mi sentivo davvero sola quella sera, quindi alla sua mail avevo risposto sì e sono andata.
Quand’è arrivato, ero uscita un attimo prima, a far finta che ero appena arrivata anch’io. 
"Piacere", stringiamo mani ferme: ci piacciamo.

Chi era lo sapevo, ma era un nome che passava dalle bocche, di cui si parlava. Geniale, ricco d’iniziativa.  Carino e interessante.

Simpatico, l’ho scoperto mangiando le tartine all’happy hour.

Single, perché la malattia gli aveva portato via l’amore, ho saputo, dopo la prima birra. Ci teneva a precisare che la donna l’aveva trovata, quella giusta; l’aveva conosciuta al sud, quando aveva dieci anni in meno di oggi. Di questi tempi e a Milano, sarebbe stato rarità.

Qui, un meridionale fa fatica a innamorarsi. Innamorarsi due volte, non lo so.

Non è per diffidenza, ne per differenza di clima o di dialetto. Noi del sud cresciamo innamorandoci in riva al mare, al caldo che fa belli. Le parole del primo bacio s’azzittiscono, quando il sole s’intinge nell’acqua salata, e finisce di fare giorno. Il primo bacio ti finisce, mentre si spegne la luce del giorno. Ti tramonta nella bocca. Invece, ritrovarsi per esempio, rifugiati all’happy hour del Mondadori Multicenter, non è lo stesso. Non è nelle tue corde. Ci sono odori intorno, che non fanno la stessa tua magia. Alcuni colori proprio non ci sono, e la luce cambia natura e perché. Bello il posto, ma rende ideali gli incontri di lavoro, non è galeotto, per un bacio al limoncello.

Credo.

Una volta mi sono innamorata in ascensore, quindi come al solito la risposta la sa qualcun’altro. Io provo a farmi qualche ragione.

So che a lui sembrava gli mancasse il mare, dietro ai miei capelli. Senza quello sfondo, non ero sirena che ti fa venire

voglia di tuffartici dentro, e farti corto il fiato.

E così gli sarà successo sempre, a lui che aveva scelto la donna della vita al sud. Il cocktail della sua pelle e la salsedine, l’avevano ubriacato a vita. Dopo ha solo provato rimedi, per farsi passare la sbornia.

 

Due ore a mostrare cervello, siamo stati. Le parole uscivano dalla mia bocca a cuore e lui si fermava proprio lì a sentirle: da dove uscivano.

Mi sono ritrovata in taxi insieme a lui, senza rendermene conto. Eravamo usciti, passeggiavamo chiacchierando. Lui fa un cenno al tassista e saliamo. Gli dice la via di casa sua, immagino. Ancora parole e dietro i finestrini, Milano a mostrarsi di lato. Calda, come poche altre volte prima.

Siamo entrati in una casa che era vuota. Non d’arredamento. C’era stato qualcuno che non c’era più.  Si sentiva che mancava. C’era assenza già dal pianerottolo.           
L’eco delle vite che hanno lasciato questo mondo, è come una porta che sbatte all’infinito, a un volume così basso che devi essere attento, però la senti.  E’ un fiato che sbuffa una volta, appena passi l’entrata; un addio che cigola.

Mancavano i suoi libri preferiti, perché c’erano gli spazi vuoti. E quegli oggetti che fanno personalità, mancavano. E gli odori. La casa profumava di nuovo. Come se non ci avesse mai abitato nessuno. Eppure una volta c’erano stati progetti e passi veloci, quelli delle belle notizie.

Le foto di prima erano rimaste. La vita aveva smesso di lasciare tracce.

Tutto faceva eco. I miei passi sul parquet si ripetevano e l’attesa del bacio certo, che ci saremmo dati dopo. Il suono delle sue labbra sul mio collo, che s’era allungato a prendermi, mentre io mi guardavo in giro imbarazzata, rimbombava in quei vuoti. L’eco mi turbava. Ogni rumore si ripeteva, e se è uno sbaglio, già alla seconda te ne accorgi: non potevo fare l’amore con chi l’amore lo sapeva, e non ero io. Mi baciava per bisogno. Mi toccava e io non ero. Mi sentivo cancellare nelle sue mani, come un’idea improvvisata. Come un abbaglio. Svanivo perché non ero lei. Ero un confronto fallito.       
Ogni volta che mi guardava, mi spariva qualcosa: le mani, la bocca. Appena mi ha guardato le gambe, m’è sembrato di precipitare sul pavimento. Non c’ero quasi più. Gli occhi non glieli mostravo: avrei smesso pure di vedere.

Ero la sua tristezza, la sua abitudine a non trovarla da nessuna parte. Mentre mi spogliava quasi vedevo le altre volte, immaginavo la sua delusione. Di quando apriva una camicetta e non trovava il neo di lei, spuntare dal pizzo.

"Fermati" gli dico. "Non ti conosco" ed era vero, ma non sarebbe stato il primo, che prendevo con la voglia.

Lui si ferma, perché non va neanche a lui, di scoprire che gli manca lei, su quel divano a guardarlo d’amore. M’avrebbe presa per istinto, per bisogno di sudarmi la voglia addosso.

Così altre parole sostituiscono l’imbarazzo. Ne abbiamo di cose da dirci. Lui è sdraiato e sorride. Non attacca. Tutto sembra scivolargli addosso. Gli scivolo via con calma, senza attrito.

Provo a rivestirmi e lui mi ferma. Mi prende le spalle e appoggia il mio seno sul suo petto.

"Così è bello" mi dice e mi fa cenno di appoggiare il viso sul suo petto. Resto così: ad amarlo con carezze di pelle e ciglia che solleticano. Appoggiandogli gli occhi chiusi sulla spalla, come fanno gli amanti dopo l’amore. Le parole erano diventate leggere. Il volume era un soffio grato.

Noi l’amore non l’avevamo. Eravamo entrambi nel dopo. Dopo la sua perdita, dopo la mia delusione di qualche giorno prima, dopo il patto con le nostre solitudini. Dopo anni a domandarsi "perché", così tante volte che t’accorgi che la risposta ce l’hai già e se non la trovi, è solo perché non ti piace. Eravamo dopo tutto.

Allora l’ho amato di dopo, per un’ora. È stato bello.

Intorno sentivo l’eco delle nostre memorie, dei nostri giorni belli e del vuoto che avevano lasciato. Si ripetevano gli addii, nelle orecchie del ricordo.

Eravamo due che non sanno dove andare e si erano fermati così: nudi senza senso, e senza sesso; ad aspettare che cambiasse qualcosa.

Mi ha chiamato un taxi. L’ho preso e ci siamo promessi di rivederci, ma era una frase d’educazione. Gli ho saputo leggere negli occhi un "meglio di no" e forse lui ha letto il mio.

Non l’ho rivisto perché era triste. Lui con l’amore aveva già dato e preso. E perso. Aveva negli occhi la sua scelta giusta. Lui c’era riuscito a trovare la felicità in un abbraccio, e l’ultima volta s’era raffreddato di assenza per sempre.

Non avrebbe più amato nessuna. Io ho avuto paura di occupare un posto freddo, un solco in un letto difficile, perché non c’entrava il mio profilo, in quell’altro.

Non ci siamo più cercati.

Ogni tanto ci penso a lui, a quella dolcezza, a quegli attimi d’amore che si siamo scambiati quella notte. È durato il tempo di berne un sorso appena, per toglierti la sete.

È stato come andare a vedere dov’è accaduto un miracolo, sperando che capiti anche a te. E dopo, ti viene meglio, pregare.

Sono piccante

Ho incontrato la tua idea che era estate.

Era una magia spinta, un ciuffo di sguardi bagnati. Si affacciava dalle tue labbra e la baciavo, curiosa, ogni volta che me ne capitava l’occasione.

Continuavo a domandarmi come mai mi venisse voglia di prendere tutti i miei prossimi giorni e riempirli di risate. La tua idea correggeva la mia storia, con oggi intensi e diversi. Nuovi.

Scivolava tra i pensieri come ghiaccio su ogni ieri, che slittavano indietro. Non avevo tempo, per fermarmi a raccoglierli: c’erano i nostri giorni di risate, da prendere. Non li ricordavo più, quelli di prima.

Scivolavi come fuoco su ogni domani, che mi scottava nelle mani una voglia innata della tua attesa.

La tua idea non è mai stata in un’intera frase. Ha camminato insieme a noi, in tutti le parole dei nostri oggi. Pazza. Viva. Accennata. Di notte mi copriva di sospiri; nel silenzio riuscivo quasi a capirla tutta, ma poi mi sfuggiva. La voglia mi depistava e dimenticavo cosa volevo capire e di capire. Perdevo il filo dei ragionamenti e seguivo solo la tua forza. Capivo me e te. Capivo un istinto che mi girava nella testa e lo chiamavo con nomi irripetibili.

Eri un segreto vestito bene, che mi distraeva. Non riuscivo a mettere a fuoco il pensiero di te. Mentre ti guardavo, infuocavo. Intuivo solo desideri e sceglievo lamenti notturni. E ti chiamavo, ogni notte.

Se chiudevo gli occhi, mi sembrava quasi di capire, per un attimo. Imparavo che il gusto della mia vita aveva il tuo pepe dentro: allegro, curioso. Giovane come un pensiero, quando l’hai appena ragionato. Piccante.

Intuivo che, anche se t’avessi perso, saresti rimasto dappertutto, a insaporire le mie teorie con quest’idea che imparavo con te, pur avendola conosciuta per tutta la vita.

E così è stato. Ogni volta che ci siamo detti addio. Ed è successo tante volte; tante quante ce ne vogliono per strappare radici: una non basta neanche a smuovere il terreno. Te la devi sudare la libertà, quando la felicità s’allarga.

E pensare che ne ho avuto paura per anni, perché non dura. D’averla, dopo perderla, e poi? Nessuno mi ha insegnato come farne a meno. Con te avevo solo imparato a baciarla. Ma la felicità se ne va sempre. È un fatto.  Dura giorni, ore. A volte vive il tempo di guardare la bocca che ti sta per baciare e quello che viene dopo ha già altri nomi. La felicità è una risata: inutile sperarla per la vita. Mi toccava dalle tue mani, però.

M’hai cambiata. Come ti cambia un bel viaggio, che quando torni vorresti raccontarlo, mostri foto e ci vorresti tornare, ma capisci che la bellezza era proprio in quella scoperta. Il ritorno non ti fa cambiare di nuovo. Altri viaggi non sono quello.

Eppure mi legavano a te, sottili nastri di speranza, perché non volevo fuggire. Sarei voluta restare, quella volta, ma non l’ho fatto. Perché quel giorno che t’avevo perso, m’ero bruciata viva.

Non riuscivo a perdonare i miei occhi, che ti avevano visto ancora mio, mentre ti perdevo. Per questo m’inceneriva, la mancanza. Accecava, e in quel dolore non vedevo più noi. Noi eravamo piacere, non ci appartenevano le fronti corrugate, gli sguardi tesi.

Quando perdi, il desiderio ti fa vedere il passato. È quello, che brucia. Più del senso di sconfitta, fa male vedere ancora lo sguardo che ti voleva, proprio mentre non ti vuole più. Ammiri quello che potevi diventare, mentre sei già guasto. Ricordi sogni che non riesci più a tentare.   
Insopportabile.

La tua idea non se n’era andata. Noi ce n’eravamo andati. Le nostre mani dappertutto, se n’erano andate. Anche tutte quelle risate.

I rimasugli di noi, però erano intrappolati nelle cose, come spettri; come adesivi, che anche se provi a toglierli, lasciano il segno della colla. Appiccicati. Bianchi. Devi grattare e a lungo, per liberartene.

Eravamo attaccati negli oggetti che avevamo toccato, nei regali che c’eravamo scambiati. Nei souvenir di quei giorni perfetti.

Erano ostacoli in cui inciampavo, mentre provavo ad allontanarmi da quei due che eravamo diventati.

Insopportabili.

Mille splendidi soli, eravamo rimasti, appoggiati nella prima fila della mia libreria. Foto dimenticate in un Hard Disk che non usavo da tempo e il biglietto del treno che avevo preso mesi prima, quando tornavo indietro, guardando di lato. L’offerta YouAndMe per risparmiare, quando ti telefonavo, e che non ho mai avuto voglia di modificare. Il ritaglio di un giornale appeso alla parete della mia scrivania; e la foto, che mi avevano scattato alla festa del tuo paese.  C’eravamo ridotti a parole nascoste dietro a una finestra chiusa, per non ferire quelli che sono venuti dopo. Censurati dietro un “non ne valeva la pena”, “non era per me” e giorni perfetti ci passavano dalla testa, a maledire l’invenzione, infiammandoci la gola, mentre recitavamo il tipico copione.

Un giorno incastrato nello scontrino di un caffè, mezzo strappato e scolorito: questi eravamo. Quello che di noi era sopravvissuto.

E poi, telefonate clandestine, nel cuore della notte, cercando pretesti per litigare, pur di continuare a dire Noi.

Eravamo i resti di una cosa bella. Scampoli di seta. Tracce. Orme di un ballo di passi incerti.

Niente a che vedere con quel tutto che avevamo conosciuto. Sprecato.

 

A parlarmi di noi, quella notte erano stati i tuoi fumetti, mentre li aggiungevo alle scatole di un trasloco che non avevo capito, finché lo scotch che gracchiava, non mi ha fatto sentire lo strappo della scelta: tu non me li avresti più letti, di notte, con la tua voce. Li avevo nascosti sotto ad alcuni periodici senza importanza. Credevo di poter imballare lo splendore, in una scatola dove avevo scritto "Riviste", con un pennarello nero.

Ci sono verità che attraversano i confini che improvvisiamo.  Non si può scappare. Figuriamoci se può funzionare qualche giro di scotch color senape.

Poi ho disseppellito la tua maglia, mentre riempivo la scatola dei vestiti estivi; quella che mi avevi regalato i primi tempi, col tuo odore, che ha dormito con me così tante volte che alla fine profumava di noi due. C’era rimasto incastrato il profumo di coppia, e mi bruciava le narici e da lì fino al petto.

C’eri tu, in tutta la casa. Così, quella notte decido di rivivere l’addio, ancora un’altra volta, per convincermene, per ripassarmi la perdita. Ho bisogno di bruciarmi ancora: le ferite che non smettono di sanguinare, si chiudono con il fuoco. È un rimedio vecchio.

Ho una scusa dolce: non ti avevo guardato gli occhi tutte le altre volte, in cui avevamo finito. Voglio guardare i tuoi occhi, mentre mi perdi; vedere se sei sexy comunque, anche mentre mi guardi fare la strada al contrario. Quando dire addio è inappropriato e arrivederci fa paura, che forma avrebbero le tue labbra? In quel saluto, che fa male in qualsiasi modo lo dici. La possibilità che tu sparisca sul serio, grida più forte delle cose che so: non eravamo fatti per sempre, tu e io.

Mi sembra di precipitare e mi viene di salvarmi. Di salvarci. Per istinto, m’aggrappo ai sentimenti. Mi arrendo al fatto semplice che ti voglio, che è più facile mentire quando mancano mesi; quando arriva il giorno che significa fine, è tutta un’altra cosa. L’ultimo giorno fa tremare tutto, oltre alle mani che compongo il tuo numero.

È notte fonda e ti telefono. Fuori nevica. Non so cosa dirti e non m’aspetto che tu mi chieda perché non sono lì con te, abbracciata come sappiamo fare noi. Proprio così dici: come sappiamo fare Noi.

Allora lo chiedo anch’io: perché non sono lì con te, abbracciata come sappiamo fare Noi? I motivi li so tutti, ma mentre ti perdo, conosco solo strappi e te, dall’altra parte del telefono che mi stacchi la certezza, con la tua voce, a dirmi di tornare indietro.

Piango la sconfitta, mentre discuto di rivederti. Non è tristezza, mi sento senza scelta. È la vertigine che ho sentito le altre volte, a farmi lacrimare volontà: ho un vuoto intorno e l’unica via che esiste ha la tua forma, le altre strade sono perdere. Non ci sono neanche, le altre strade.

Me lo chiedi ancora, perché non sono lì con te, abbracciata come sappiamo fare Noi.  E allora ti dico: vieni. Lo decido mentre parlo e la paura che mi assale la mando giù, mentre accetto che è inutile che scappo. Sei ovunque. Sei nella mia casa e nella testa.

Sei nel prima e nel dopo. Sei anche nei miei ricordi antichi, perché te li raccontavo e sorridevamo insieme o ci eccitavamo di quel po’ che si salvava. Raccontandoti la vita, un po’ ogni notte, ti ci ho fatto entrare. Ora che ci sei dentro, non riesco a divincolarmi. Sono rimasta avvinghiata ai lacci dei nostri pensieri, ai nostri modi di dire. Ancorata ai nodi della nostra complicità, non so come slegarmi e non vedo da dove parte il groviglio, per tagliarlo e sciogliermi.

“Possiamo farcela”, mi dici ed io ti voglio credere. Mi piace sentirtelo dire, sembra quasi possibile, detto dalla tua voce; e mi arrendo, perché parlarti mi riscalda. Sperarti mi consola.

Ti toccherò per l’ultima volta, prima di partire e mettere chilometri tra me e l’errore. È deciso. La cosa giusta la posso pensare domani. C’è tutta la vita per essere saggia. Per smettere di sanguinare, m’è rimasto solo domani.

Se salvo noi, salvo me stessa. Salva per un solo giorno: meglio di niente.


E arriva, quel domani sbagliato, ma bellissimo: tu entri dalla porta di casa mia e sento passare insieme all’aria fredda di Dicembre, tutte le volte prima, quando entravi nella stanza, con la musica di sottofondo, i vestiti invernali, quelli estivi, il riepilogo dei gol di Champions League, le valige e il tuo PC da caricare, il telefono che squillava a vuoto. Tu che entravi e andavi a fare la doccia e una volta ci hai pure cantato dentro e la mia casa suonava la tua musica. Io sorridevo, aspettandoti.

Ci guardiamo. Le nostre risate sono tutte intorno a noi: quelle di prima e quelle di adesso, le ultime.     
Sono imbarazzata e mi baci. Vorrei dire delle cose, continuare la frase di ieri, ma baci. Stringi forte e bacio e stringo forte e sento il tuo odore, la tua bocca. È questo, quello che voglio: che tu stringa così forte, da rendere inutili le parole. Ne abbiamo dette fin troppe. Così tante che hanno smesso di spiegare. Non servono più. Non servono, oggi. Ecco cosa voglio: che tu non dica altro. Che lasci parlare le labbra e quelle mani.

Perfette.

Che mi spieghino tutto quelle braccia, che stringono e che dicono ti voglio.

E me lo dici, ti voglio. Sembra un sogno, quando temi che non sia vero: pizzichi forte, ché se non è vero ti svegli. Troppo bello per crederci, se poi non è vero.

Hai cambiato profumo, ma sotto, c’è ancora il tuo. Ti riconosco a occhi chiusi. È passato tempo, eppure il mio desiderio brucia nuovo. Chissà il tuo, mi chiedo, e mi risponde il tuo corpo. Così i minuti si dilatano e poi si stringono e quei mesi spariscono e resta solo questa sera e la tua bocca. Non c’è neanche domani. Il tempo è un tappeto rosso che si srotola nel mio soggiorno e noi lo usiamo per farci l’amore sopra.

Il resto sono immagini. Nude.

Occhi che si allargano, per guardare i respiri. Sorrisi. Bocche che baciano il benvenuto al calore. Denti. Braccia troppo piccole, per afferrare tutto l’intorno. Lingue. Gambe che legano come noi non sappiamo. Labbra. Unghia che afferrano, per mantenerci in piedi, mentre tutto intorno gira, precipita, sparisce. Mani.

Dopo siamo di nuovo vestiti, al localino blu, quello della nostra prima notte. Ci dividiamo una piadina e brindiamo con la speranza: che la fortuna per una volta ci assista, diciamo, mentre i nostri bicchieri suonano l’incontro. Perché non l’ha mai fatto fino ad ora e allora, perché no?

Che sensi giocano, mentre il mondo ci circonda e noi due siamo ancora nudi, nella testa? Sorrido e ti parlo di errori, di speranze e di voglia.  La mia per te. Anche tu sorridi e mi racconti la tua vita strana, nella mia assenza.

Me ne frego se ti voglio ancora, stasera.

Sono felice seduta qui, perché di fronte a me c’è la tua idea: è giusto. Guardo ancora noi, nel riflesso dei vetri del pub, e siamo così belli. Mentre guardo, lo so che è un addio, per questo ti guardo bene. Guardo meglio te e me. Guardo più che posso. È l’ultimo di tutto. Ci diciamo anche le ultime bugie. Le ascolto tutte: ogni parola. Non voglio dimenticare niente. Voglio credere a tutto. È l’ultimo bicchiere, questo.

Poi sei di nuovo nudo, in casa mia. Poi sono di nuovo nuda anch’io, in casa mia.

Sei mio, in un modo che non so spiegare. So soltanto farlo e allora ti agguanto. Sei la mia voglia e comincia a gridarmi dentro la follia.

Che amore si fa, quando serve a fermare il sangue? Quando resta solo una carezza ancora, per lasciare l’impronta? Mentre tutti e due sappiamo che, questa volta è per sempre, deve sostituire quella parola, addio, che non renderebbe giustizia alla bellezza? Quando per dirlo non puoi più usare parole? L’ultimo respiro è caldo. L’ultimo bacio brucia ovunque si posi e lascia il marchio. L’ultimo addio non si dice. L’ultimo orgasmo grida impotenza e fa eco.     
Mi aggrappo alle tue braccia, a mani strette e tu non mi lasci questa notte, finché arriva mattina.

 

La bellezza è un attimo, proprio come la felicità. L’ho capito, quando m’è scappata dalle mani e non facevo niente per tenermela a forza.

È arrivato l’addio. Non li conto più ormai. È uno di troppo.

Da quando qualche mese dopo ha cominciato a fare un male diverso, so che mi hai cambiata due volte.

La tua idea se n’è andata, da qualche parte. Non la cerco più da quella notte, l’ultima.

È come smarrire un oggetto prezioso: quando smetti di cercarlo, lo trovi. Succederà così anche con la tua idea e con te.
Un giorno ti troverò in un posto in cui mai ti avrei cercato. Ti vedrò lì, intatto e la tua idea tornerà a condire la mia saggezza con la sua verità semplice: il gusto della mia vita ha il pepe dentro: allegra, curiosa. Giovane come me, che rinasco ogni volta che cambio. Piccante.

Tempi andati

settembre 22, 2008 19 commenti

Sarò dappertutto.

In tutte le lenzuola che da domani gualcirai, mi troverai. Il confronto della mancanza avrà le mie forme e profumerà la trama dei tessuti.

Cercherai la mia allegria, mentre ti sorridevo dai cuscini e t’invitavo al nostro gioco preferito e a volte ti sembrerà quasi strano, che quel viso nuovo che ti guarderà, uno diverso al giorno, lo so, non sarà il mio, quando con occhi sgranati ti guardavo farmi l’amore ed era la prima volta che ringraziavo la Fortuna e poi anche te.

Mi cercherai ovunque, tu che hai voluto perdere, cercherai la vittoria in posti dove non ci sarà.

Non è da nessuna parte se non qui, dentro alle mie tasche che riempivo delle mani che non stringevi.

E’ rimasta lì la tua vittoria e non si può più pescare.

 

Mi cercherai nelle risate che procuri alle ragazze, quando ti trasformi nel giullare della notte, con la voce resa roca dall’Heineken di troppo, ma non ci saranno le note della mia gola divertita e tu la sentirai la mancanza del mio suono: non ci sarò a compiacermi del finale dei tuoi racconti.

Quei racconti che non erano niente di speciale ma li amavo perché me li sapevi raccontare. E ti guardavo in attesa mentre ti dicevo “Raccontamela ancora” e tu mi raccontavi lei storie che avevo già sentito dalla tua bocca, come una bambina che vuole risentire la sua favola preferita, prima d’addormentarsi, sperando di sognare il principe di quella fiaba. E tu me lo facevi di notte, quest’altro gioco, prima di prendere il fumetto da sfogliare insieme, che tu reggevi e io leggevo, con la testa appoggiata sulla tua spalla.

Una riga da leggere e un po’ del tuo profumo da rubarti dal collo.

Ricordi? Certo, ancora sì.

 

Mi cercherai tra altre venti coppie di gambe che t’insegneranno la strada che non ti sazi mai di scoprire. E quando la prenderai, cercherai il morso caldo che ti aveva stretto nell’amore per il mio sesso.

Mentre ad occhi chiusi cercherai l’estasi in una pelle nuova, sempre diversa, una diversa al giorno, lo so, sommando odori, sottraendo confessioni: il risultato non sarò io.
E lo capirai come un abbraccio al vento, un vuoto, l’assenza di una risposta che t’aspettavi e invece ne hai trovata un’altra. Diversa. Non come te l’avrei detto io.

 

E continuerai a cercare la tua risposta, a provare che la tua ragione sta nelle serate brave, piene di quel nulla popolato da facce strane, volti conosciuti e amici nuovi. Tenterai di trovare la conferma nella sicurezza del tuo locale preferito, tra tavoli consueti e io sarò un’ombra su qualche sedia che avevo occupato tempo fa, grigia come il ricordo che vorrai ignorare, perché quell’ombra non ti sorriderà come sapevo fare, quand’ero colorata di presente e sorridevo di tutti i domani che volevamo.

 

Potrai sostituirmi, sommando occhi. Trecento altri baci dovrai assaggiare e in ognuno di questi resterà un pensiero, tra lingue che si esplorano per la prima volta.
Dov’è lei? Dov’è il nodo della sua bocca nella mia?

Ricorderai ancora per un po’ le tue notti silenziose, a far l’amore con la tua solitudine. Come certe sere che ancora ti prende la voglia di pensare ai miei fianchi circondati da tutte le tue fantasie.

Lì farò fatica a scomparire perché io non te l’ho chiesto e forse tu non lo volevi neanche. E’ stato il desiderio che brucia a farmi occupare il film di tutte le tue voglie.

Perché abbiamo sommato troppe confessioni nel salotto della tua intimità.

La scoperta di noi finalmente adulti, a volte troppo presto, a volte con orgoglio e ci si raccontava la vita, ci confessavamo gli eccessi di ragazzi, oppure si faceva l’amore con la voce che diventava bassa; un soffio di desiderio erano le parole e le mie mani cieche ti esploravano chiedendoti di sostituirle con le tue.

E poi l’abbiamo finita, questa storia bella.

 

L’amore come ci sfugge. A volte mi sembra come un dente che fa male e credi che prima o poi ti porterà alla pazzia se non te lo stacchi da dosso il prima possibile.

Ce lo estirpiamo dal petto senza sapere che è reato e poi pulsa di mancanza e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. Così ritorniamo a cercarne un altro da attaccarci al petto come spilla sanguinante.

Siamo dentro al cerchio dell’amore perché viviamo. Non possiamo evitarlo.

Perché le mani cercano e le parole ci saltano via dalla bocca e nonostante le promesse, invitiamo alla prima sera e poi avanti e poi succede come a noi due, che eravamo belli e si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e poi ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.

 

Mi cercherai dentro gli occhi di tutti questi nuovi sguardi, di queste strette di mano che promettono una notte di spasso e domani chi s’è visto s’è visto.

Lì ci sarò di sicuro perché quelle sono la tua cura contro di me. Contro questo sentimento che t’ha sempre fatto paura. E io, dal canto mio, non te l’ho mai risparmiato, anzi. Più ne avevi paura più te ne davo e tu lo stesso.

Seppelliscimi di ricordi nuovi, così scomparir,  vedrai

 

Il giorno in cui t’innamorerai ancora, tornerò solo per un attimo, nei tuoi ricordi. E penserai che ho sempre ragione io, che era per questo che ti facevo sempre arrabbiare e anche questa volta ti arrabbierai: era come avevo previsto. E sorriderai: l’amore ritorna, prima o poi, si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e se poi non va, ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
E tornerai a rivedere i nostri giorni e mi sorriderai: “Avevi ragione tu, sei sempre la solita” mi dirai, scegliendo il giorno più bello dov’eravamo insieme, per ricordarmi grigia.

 

Io no.

Io aspetterò che scompari.

Piano piano te ne andrai. Ho imparato quest’altro gioco, tempo fa.
Il tempo mette ordine e cancella.
Ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.

 

Scrive questa lettera che non spedirà, seduta sulla poltrona lato finestrino di un Eurostar pieno di sconosciuti dei quali non s’interessa.

Qualcuno la guarda e si domanda che dolore stia causando queste lacrime, che le spinge le mani a scrivere senza sosta in un’agenda rossa.

 

E piange. Non ha mai smesso da quando ha guardato il foglio bianco e sapeva che lì ci avrebbe scritto i suoi ultimi pensieri.

Ha pianto per una fine, perché forse quella era stata l’ultima volta che vedeva la sua città e per somma, visto che se le teneva strette alle palpebre da giorni, quelle goccioline di tristezza.

Ha pianto per tutto quello che c’è stato e per quello che non ci poteva essere.

Ha pianto per motivi che non sa. Così: le veniva da piangere, in certi momenti, senza una vera ragione.

E poi perché si sentiva stupida. Ha sempre saputo che sarebbe finita proprio così. Con un niente. Con uno sguardo al presente che confermava che i giorni belli se n’erano andati. Che era stato tutto uno scherzo.

Si ricomincia, avrebbe pensato in quella fine. Anche stavolta non è andata.

Tutte le volte che l’aveva allontanato, tutte le volte che non voleva più sentirlo, lo aveva fatto per questo: non voleva vedere quella fine.

Non era mai scappata veramente da lui, ma da quella fine.

 

Invece, nonostante le precauzioni, la saggezza, e l’intuito: quella mattina c’era stata dentro, a quella fine.

Aveva solo allungato la strada, per trovarsi comunque in quella piazza senza uscite: fine della corsa.

E dentro a una fine si piange, no?

Vera o presunta.

Quando un film finisce male, si piange, no?

Almeno, lei è una di quelle persone che se un film finisce male, piange.

Allora si era appoggiata al finestrino del treno e aveva cominciato a scrivere e a piangere, mentre dal finestrino scorreva il bel panorama. Piangeva pure su quello: sulla bellezza che le scorreva intorno, inafferrabile.

Piangeva senza rumore, tranne il ronzio dei pensieri che alimentavano quel senso di sconfitta tipico di una fine come quella. Una fine tipica.

 

Scende dal treno e pensa che è buffo come passiamo la vita ad aspettare che succeda qualcosa: un giorno indimenticabile, una vacanza speciale, un mese d’amore. Non tenendo conto di quanta fatica ci vorrà dopo, per riuscire a farne a meno per il resto della vita.

E come a una certa età si comincia a diventare ottimi storditi, a utilizzare la memoria a nostro piacimento, per riuscire a toglierci dalla testa, per esempio, il sapore di una bocca che se te la ricordassi bene, smetteresti di baciare per sempre.

Perché sarebbe baciare una mancanza. Appoggiare labbra, su labbra che non sono quelle.

Non è che abbia qualcosa che non va, quella bocca nuova. Solo: non è quella.

 

I ricordi hanno sapori dimenticati, le è venuto da pensare.

 

Ha pianto per l’affronto alla bellezza.

Ha pianto perché stava dimenticando una bocca.

Ha pianto perché aveva trovato la perfezione in un abbraccio e se ne sarebbe dimenticata.

Ha pianto perché stava diventato grande, con la memoria piccola.

Ha pianto perché avrebbe dimenticato il perché.

 

Appoggia la lettera su una panchina. Binario 14.

Qualcuno forse la leggerà. E poi se ne dimenticherà.