Il silenzio è d’oro

maggio 22, 2011 4 commenti

Il silenzio è d’oro .
Il miglior silenzio è quello che non si dice.
A silenzio donato non si guarda in bocca.
Il silenzio è femmina.
Meglio un silenzio oggi che una gallina domani.
Silenzio c’è posto.
Il buon giorno si vede dal silenzio.
Non ci sono più i silenzi di una volta.
Aggiungi un silenzio a tavola.
Far buon viso a cattivo silenzio.
Campa cavallo che il silenzio cresce.
Chi ben comincia è a metà del silenzio.
Il sangue non è silenzio.
Chi è causa del suo mal pianga in silenzio.
Chi ha tempo non aspetti silenzio.
Silenzio schiaccia chiodo.
Chi si accontenta, silenzio.
Al silenzio che fugge, ponti d’oro.
Il diavolo fa le pentole ma non i silenzi.
Chi va con il silenzio impara a zoppicare .
Non c’è rosa senza silenzio.
Il silenzio stroppia.
Silenzio che vince non si cambia.
Non tutte le ciambelle riescono col silenzio.
Il mondo è silenzio perché vario.
Non c’è peggior silenzio di chi non vuol sentire.
Impara il silenzio e mettilo da parte.
Il silenzio vien mangiando.
Ogni lasciata è silenzio.
Il silenzio ha le gambe corte.
Non è tutto silenzio quello che luccica.
Il silenzio fa l’uomo ladro.
Tutti i silenzi portano a Roma.
Il silenzio è il padre dei vizi.
Lontano dagli occhi lontano dal silenzio.
Non c’è due senza silenzio.
Tutti i silenzi vengono al pettine.
Vale più la pratica che il silenzio.
Una rondine non fa silenzio.
Silenzio avvisato mezzo salvato.
Vivi e lascia silenzio.
Piove: silenzio ladro.
Aprile dolce silenzio.
Un silenzio lava l’altro e tutte e due lavano il viso.
Il silenzio è d’obbligo.
Un bel silenzio non fu mai scritto.

“tutta un’intera vita,dietro a ogni cosa.E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura”

Oggi Palermo era come Milano, con quel velo bianco a dividere gli sguardi, le persone, le parole. I colori sfuggiti, le curve della città erano desaturate. Solo il vento mi ricordava la differenza, la potenza delle folate che ti scombinano i capelli, i passi, le decisioni. A Milano era sempre tutto fermo invece. Gli oggetti, le foglie, le bandiere. Io. Si muovevano solo le persone, per compensazione e non sempre sapevano dove andavano; facevano solo quello che va fatto, per equilibrare le cose.
Poco fa ridevamo delle forme strane che si creavano nei nostri capelli e quel bianco, sulle nostre teste mi ha impaurita, per un po’. Mi sembrava che tutto stesse sbiadendo.
L’umore della città oggi mi somiglia: sta nascondendo i colori per esploderli in un solo colpo: tra poco, tra pochissimo. Sento tutta la sua energia, questa pausa prima dell’esplosione. Poi ricomincerà l’estate.
Quella arriva sempre. E’ l’unica consolazione dei luoghi comuni: non se ne esce.

C’è un sacchetto sulla mia terrazza che fa rumore, frizza il riflesso di questo cambiamento e gratta. Fischia la spinta della natura che vuole imporsi alla mia voglia di camminare. Sibila il prossimo acquazzone, spero l’ultimo di questa stagione.

Poi, di colpo, tutto è diventato rosso. E mi sono arresa alla metafora atmosferica

“Se in questo momento sono sincera, cosa importa se domani dovrò pentirmene.” J.S.

"Se in questo momento sono sincera, cosa importa se domani dovrò pentirmene." J.S.Forse, quello che ci sfugge è che la bellezza esiste nell'attimo in cui la vediamo. Dopo la celebriamo, la rivogliamo, ma se n'è già andata chissà dove. Si è trasformata in desiderio.

E forse, il desiderio è proprio la nostalgia della bellezza, e ne conserva il riflesso: meraviglioso, perfetto e tremendo.

Voglio incontrarti di rado

novembre 3, 2010 3 commenti

Riflettevo il tuo sguardo socchiuso, quando pensi a cosa rispondermi e ti assenti, nell’attimo che precede la risposta. Era più lucida l’ammirazione del tuo profilo, gli occhi nella posa inversa, le tue labbra arrotondate dalle frasi gentili. Particolari che mi erano sfuggiti quel pomeriggio, mentre la voglia mi contorceva l’attenzione e mi aggrovigliava le dita, nel tentativo di afferrare la tazza di caffè. Non c’erano solo gli spigoli del mio imbarazzo, nella distanza di quel ricordo: riuscivo a vederti, con la calma della mia memoria ed eri intero, come l’abbraccio che non ero riuscita a darti. Amo questo spazio, che mi concede di aspettarti, con l’accurata attenzione delle mie solitudini. Con te m’innamoro del tempo, di questo silenzio passeggero. E la pazienza mi mostra vicoli di carezze che potrei, tentazioni che si diramano. Prima del tocco, avanza l’appetito e tu profumi e ti muovi come il mio desiderio. Sospeso nella mia attesa, sei la bellezza che mi contagia e che anelo. Sei voglia e ancora tutto quello che potrei volere.

Mentre mi preparo a incontrarti, ti scrivo celebrando quell’appuntamento, la sensuale lentezza delle tue mani, le promesse di graffi della tua barba incolta per la prima volta, la virgola del tuo sorriso sul bicchiere e la speranza del tuo bacio, che perderò tra qualche ora.

Due di notte

Tamara de Lempicka - adam and eve- adamo ed eva - nudi

Non accenniamo a rivestirci. Sembriamo superstiti di un festino: sono andati via tutti e se ci alziamo anche noi è finita la cerimonia.
Quando rimetto le mutandine, torno donna da sedurre. Mentre aggancio il reggiseno, ricordo che non sopporto chi mi telefona il giorno dopo. Le scarpe mi suggeriscono: scappa. E così via. Quando mi rivesto, smetto d’essere normale. Torno confusa.
Mi chiama Elli solo quando sono nuda. Io rispondo: “Eccomi”. Dico: “Ti voglio”. Nessuno mi aveva chiamata Elli, e mi sembra di non essere mai stata chiamata. Dicevano il nome di qualcun altro e io non mi voltavo neanche.
Lui è come me: riesce a essere normale solo quand’è nudo. È bello essere simili a qualcuno, mentre si è noi stessi. Mi guarda in modo diverso, quando gli sbottono la camicia. Ammonticchio sulla sedia accanto al letto, trame di brutte esperienze, insieme alla biancheria.

Nudi siamo ingenui, inesperti di ragionamenti.
– Fammi l’amore – gli dico, di notte. Lui risponde con i fianchi.
Nudo è senza domande. È pelle che parla di desideri. È bocca che sorride semplice. È baci, e tutto suona. Schiocca. Nuda sono senza mode né artifici. Faccio pendant con le sue cosce. Sono mani che ballano la mia musica.
Nuda ho le risposte. Sono.
Lui mi ricorda una pioggia vecchia. Ridevo, sedicenne, per un acquazzone di fine giugno. Le mie braccia nude e bagnate odoravano come lui.
Lo annuso e gli dico: – Piove. – Mi risponde che ci sono trenta gradi, altro che pioggia. – Piove ogni volta che sudi – e mi viene da ridere, e lecco la sua pioggia fino alla sete. Mi torna la voglia di sentire il sapore di quel tempo.
Quando siamo nudi, torno bambina. Non ho ancora sbagliato niente; e come se fosse la prima volta che allargo la mia voglia di fronte a occhi d’uomo, mi torna la smania di urlargli – Sì -. Ancora.
Appena combaciamo, lo stringo. Mi sussurra di non smettere. Rischio di morire di nuovo, se non lo faccio. Smetterebbe di chiamarmi Elli. E che sarei? Mi rivestirebbe, la farsa della donna che non sono. Così lo lego con le gambe, fino al dolore. Se stringo, non mi perdo.
Non smettere – prego.
Non riesce quasi a muoversi; ondeggia, allacciato alla mia paura.
Elli, sono tuo. –Mi appoggia sulle labbra. Non so se lo dice perché è vero. Lo è adesso.

Non ho paura del buio

aprile 30, 2010 1 commento

Scavalchiamo il confine, alle venti di una sera di fine agosto. La guida dei più grandi percorsi d’Europa è sulle mie gambe allungate, i piedi nudi sono appoggiati sul cruscotto del camper. Non te lo dico, che non l’avevo mai fatto. Non dico niente: guardo lo spazio d’aria che divide l’Italia dalla Svizzera e un po’ mi delude, scoprire che abbiano lo stesso calore. È una prima volta e la vivo con te, che mi hai già fatto da guida. Quando c’era da scegliere e mi guardavi aspettando che mi arrivasse coraggio, senza spingere.
Mia sorella al telefono m’invita a comprare cioccolata, le prometto un souvenir. Il mio sarà conservato negli occhi chiusi.
Cerchi una caramella ma non la trovi come al solito, nel disordine che abbiamo già creato. Allora te ne porgo una delle mie e sorrido. Ci ritroviamo nelle abitudini, e passa l‘imbarazzo dei mesi d’assenza prima di oggi.
Comincia così la vacanza che non abbiamo mai fatto, quando eravamo coppia. La facciamo adesso: perché te l’avevo promessa.
Quante domande non mi fai, mentre ti racconto i mesi in cui non ci siamo visti. E tu ascolti e ridi e mi dici che sono coraggiosa. Non mi dici che ti sono mancata.
Guardiamo muti l’asfalto per un po’. Quelli che eravamo prima sono dietro di noi, a replicare liti e scuse e tutte le domande che abbiamo lasciato in sospeso. Vorrebbero essere continuati, loro. Noi stiamo zitti. Non siamo mai riusciti a superare le ferite che ci hanno inflitto gli altri: questo è il nostro problema. Quando ci stringiamo le mani, non ci consoliamo: ci trasmettiamo pietà dalle ferite aperte.
“La prima a destra”, dice la voce del tuo navigatore. La prima a destra, per andare dove? E ci mettiamo a ridere.
Ci fermeremo nella prima città che ci troverà vagabondi a mezzanotte. Avrà vetrine spente e ragazzi che girano con in testa pensieri sonnolenti. Sarà il caso a decidere il programma.
Andiamo per andare, stavolta. All’arrivo sarà già finita e non abbiamo più voglia di epiloghi. Vogliamo azione. Il percorso lo sapremo dopo, dalle foto del tuo cellulare.
Arriviamo tardi e la città non ci accoglie. Ci guarda dai fianchi, dai riflessi del lago, dalle montagne scure. La notte copre le bellezze da cartolina, le bancarelle sono addormentate. Facciamo piano, per non svegliare niente.
Tu sei stanco e anch’io. Mangiamo dallo stesso piatto, desideriamo dallo stesso secondo e quelli che eravamo se ne vanno, appena tocco la tua bocca e aggiungo presente.
Occhi chiusi e mani stravaganti: ho imparato di te che se non mi chiedi domani, smetti di preoccuparti e la tua voce è più profonda, così non ti do il tempo di chiedermelo. Rifaccio a memoria la strada dalle mie gambe alle tue. Non ti chiamo per nome, ti cerco il respiro, mentre rimbocco paure sotto la pelle. Ti allargo le braccia e quando riapro gli occhi ho solo somme di minuti da darti.
Prima di addormentarmi, scatto una foto dal finestrino. Avremo tempo per indossare cappellini e macchine fotografiche a tracolla. Stasera impariamo a prendere solo quello che sappiamo tenere.

Mentre facciamo colazione mi chiedi dove voglio andare. Disegno percorsi e distanze, seguendo con i polpastrelli, le piccole vene stampate nella cartina. Da Stoccarda a Wolfsburg, c’è il tempo di quella leggera carezza del dito e pensiamo sia una buona idea.
Foresta nera mi suona come una favola, di quelle che spaventano i bambini. Di lupi e casette di cioccolata, nascondigli in gusci di lumaca, mele avvelenate e fratellini che scappano a mani strette.
Mille molliche di pane e arriviamo a fianco a un ruscello che è già finito un altro giorno.
La notte arriva rapida e nera. Viaggiatori sporadici disturbano il silenzio, grattano questo buio perfetto. È inchiostro fitto che ha coperto ogni pensiero. Anche l’aria è nera, entra negli occhi, fa scuro il respiro. Decidiamo di dormirci dentro, per vedere fantasie a colori, stanotte.
Piove, una pioggia che dimentica l’estate e gli ombrelloni, a pochi chilometri di distanza. Li dimentichiamo anche noi. Evapora muschio e picchetta sul tetto del camper e sulle foglie. Apro la porta e bevo felicità semplice, dalle gocce brune di questa pioggia solista.
Mai sentita una pioggia così. La pelle raccoglie il suo tocco incessante, freddo. Punge, come se mi volesse chiamare, farmi voltare. Ma dietro c’è altro buio. M’inzuppa in un attimo i capelli sciolti, mi circonda. Bagna le orecchie, sento solo fruscio e mi viene d’andare a tempo, di muovermi a piccoli passi, veloci, a dirotto. Appoggio i piedi sul croccante disegno delle fantasie della bambina che sono stata e intravedo stradine e nascondigli, fate sedute sulla mia spalla, folletti divertiti a vedermi senza età e senza ombrello. Non ho paura del buio: mi sento parte di tutto, sono dentro alle cose. Non spicco, non ingombro, non mi nascondo, non cambio. Riesco a vedermi.
Mi fermo in mezzo a questo nulla che suona una musica che conosco da sempre e te la vengo a portare.
Le gocce dentro al camper hanno ripreso una forma, hanno il colore del tavolo dove si fanno strada, si riuniscono sul pavimento. Tu bevi dal mio bicchiere e non reagisci. Aspetti che ti racconti di cosa si prova a fare una doccia perfetta.
A guardarti così, mi viene in mente una notte di qualche anno fa. Eravamo io e te, sdraiati sul mio letto, nudi. Era una di quelle sere in cui si fanno un sacco di domande strane sulla vita e poi, si finisce il discorso con “passami il Rum”.  Mi hai chiesto che cosa avrei fatto se avessi avuto un solo giorno a disposizione. Avevi risposto tu per primo: fumerei una canna, giocherei a WOW e altre frivolezze. Sembrava uno scherzo. Ma poi ci avevo pensato su e mi ero detta che avevi scelto stupidaggini, perché ogni giorno della tua vita, ti sei sforzato di fare cose importanti, intelligenti. Alcune proprio geniali.
Quando l’hai chiesto a me, non ho saputo risponderti. Ho detto non lo so. Sono troppe le cose che vorrei fare almeno un’altra volta, almeno una volta.
Come si sceglie così, su due piedi, cosa salvare?
Era vero. Però in quel momento mi venivano in mente solo cose buffe, come provare orgasmi multipli mentre fumo una sigaretta, per verificare se rilassa o eccita. Fare bungee-jumping, riuscire per una volta a parlare al microfono davanti a tante persone, senza dimenticare cosa volevo dire.
Pensavo a Bukowski, che diceva che se avesse saputo d’avere un solo giorno di vita, avrebbe “scritto più veloce” e  mi vergognavo di non avere qualcosa di così originale da dirti. Chissà cos’hai pensato di me, quella sera. Forse avrai pensato solo: passami il Rum.
Ricordo quella domanda e noi due, sdraiati sul mio letto e tu che aspetti. Calmo. Un po’ guardi me, un po’ guardi la macchia di sangue della zanzara che avevo ucciso l’estate precedente, ma non ho saputo lavare via.
E ora so che t’avrei risposto, tra le altre cose.
Se non avessi più tempo, vorrei dire tutto quello che va detto. Non vorrei lasciare alcune parole chiuse in trappola. Ad esempio, vorrei liberare: mi fido. Oppure: pazienza. E poi, non vorrei perdere l’occasione per farti sapere che tu sai chi sono.
Questo vorrei averti detto. Che tu mi hai vista, come mi vedi stasera.
E non ti ho mai detto di fermarti anche quando divento un po’ pazza. Non ti ho mai chiesto di non scappare quando diventi un po’ pazzo.
E non ti ho mai detto che io so amare solo da lontano, perché non l’ho mai avuto un amore sano. Uno di quelli che quando ce l’hai, resti. Anche quando si diventa un po’ pazzi. Io ho solo amato da lontano ed è per questo che quando succede, mi devo allontanare. È così che amo: a distanza.
E mi viene il panico, perché vorrei dirtelo e non ci riesco neanche adesso. Vorrei liberare le parole proprio mentre mi guardi, gocciolante di questa pioggia nera e non fai una piega.
Mi chiedi a cosa sto pensando.
“Mi domandavo se rilassa o eccita, fumare una sigaretta mentre ho orgasmi multipli”,dico.
Tu mi offri una sigaretta e mi sorridi. E finisco il tuo vino.

Dieci giorni sembrano tanti, se li conti. Questo terzo di mese lo viviamo rapido.
Impariamo paesi, stringiamo mani e le notti sono perfette per fare l’amore. Guardarsi a lungo, immaginarsi nuovi, leccare abbronzature di un sole lontano da casa.
Finito il viaggio, torniamo quelli di sempre. Io mi allontano. Tanto li conosco i miei giorni senza. E so restiamo, a modo nostro. Nei souvenir a occhi chiusi, in molte delle cose che ho imparato, nei nostri modi di dire.
E so che mi conosci anche nelle mie notti di terrore, quando penso d’aver sbagliato tutto e cerco le risposte e non le trovo. Allora spengo la luce e le domande diventano tutte dello stesso colore, sono parte del tutto. Non spiccano, non ingombrano, non si nascondono, non mi cambiano. Riesco a vedermi. Mi fermo a guardare la mia strada al contrario, tanto che ormai la conosco più di quanto lei conosca me. Non ci sono più colpevoli, nessuna scusa, nessun errore da perdonare. Ci sono giorni, uguali o diversi. Ci sono soltanto io e quello che ho imparato.
Ci sono ricordi, parole nuove, quelle vecchie da liberare. C’è il caos, l’inevitabile e storie da capire. C’è questa strada da percorrere, e in fondo è divertente non sapere dove porta.

Mi sorridi, mentre me ne vado. Come se domani dovessi rivedermi ancora.

gennaio 27, 2010 1 commento
giostraMuta, ho la disarmonica giostra di volontà, passioni e malinconie. A volte mi suonava intorno, se stavo zitta e ferma. Il mio silenzio era d’oro e il sottofondo ce l’avevo nei ricordi e nei progetti.
Sono imbottita d’affari e imbevuta di sudore. Immersa dalle mani ai piedi; risucchiata dalla fame. Nutro il bisogno di stabilità e trasformo la passione in produttività.

Come se non bastasse, sto nascondendo una parola impronunciabile, che non ha sinonimi più gentili, che possa confessare senza impegnarmi, che non mi pesi nella bocca fino a spalancarla in un urlo senza definizioni.