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Archive for the ‘Racconti’ Category

Ça va sans dire

febbraio 12, 2014 8 commenti

Osservo il volo del posacenere che, per una folata di vento senza precedenti, sta piombando sul lunotto dell’auto della mia vicina: la forza di gravità che non concede l’azione, la ragnatela svelta del vetro che s’invecchia in un colpo, la grandine di schegge, un pavè di frantumi incastonati nell’asfalto. Potrebbe essere un punto sensoriale, l’esclamativo, la conclusione della sequenza di crolli a cui ha assistito la mia veranda: abbandoni, funerali, segreti sbocciati, l’assenza in eredità, le arance ammuffite, la sedia a gambe in aria, scaglie che friggono. Punto.
Cerco tra i rifiuti le parole per aggiustare gli eventi: dare al disastro la forma della frase, incollarlo in paragrafi dispari, per ritrovare nella logica il rifugio antiatomico; lucidare una parola dopo l’altra, un pezzo dopo l’altro e classificare in ordine cronologico le macerie. Sono accadute tutte, le parole che lustro.

Guardare tutto con distacco, vattene, vattene: non fa niente, perdonare la tua incolpevole volontà che guarda dall’altra parte e rassicurarti, che ce la faccio, mentre perdo tutto, e poi anche te, ancora una persona, forse un amore, sì certamente l’amore; un numero di telefono, la tua mail impazzita, il tavolino rotondo dove ci bevevamo gli occhi. E tutto quanto il resto, perdo tutto senza inventario, ho la casa vuota. Sono la superstite, l’esemplare in estinzione, la specie vivente.

E nel bel mezzo del disastro, mentre crolla tutto il castello, le carte e pure un mazzo di sogni, e detriti di parole precise mi si conficcano nelle scarpe: mi metto a ridere. Ridere di me, di quanto “sto imparando”, direbbe qualcuno. E promettere che, avendo imparato così tanto, la prossima volta starò più attenta, sarò pronta, reagirò; esserne certa per tre secondi buoni e poi rassegnarmi alla mia imprudenza, al mio essere priva di misure, e ricominciare a ridere. So tutto, ho imparato tutta quanta la lezione e sono uguale, precisa, e lo rifarò e poi dirò non fa niente e poi da capo, fino all’errore giusto.
Ricordare il giorno in cui ho capito chi sono: quella che crede all’amore che non si decide, alle buone maniere, all’addio gentile, al mistero; quella che si protegge con la bellezza, quella che non fa niente. A cosa servirà tutta questa saggezza sbriciolata? Io non mi posso perdere. Io: non fa niente. Devo già combattere le mie guerre domestiche, reggere le pareti della cucina, le finestre, il cancello, figuriamoci se inizio una battaglia contro di me. E chi mi difenderebbe? Chi mi darebbe torto? Chi mi tradirebbe? Chi mi sarebbe fedele nella contesa in cui sarei la morta e la ferita? Chi mi pugnalerebbe alle spalle?
Devo proteggere i miei avanzi. Sotto rovine, sepolture, crolli, la sua lapide, piatti rotti, fiori morti, chiodi storti, posaceneri volanti e martelli sui piedi: c’è la mia testa intatta, che vede tutto, che memorizza ogni spavento, che scrive sulle bucce.
Neanche per un secondo ho pensato di cambiare, di rifarmi il capo, di lasciarmi deformare dalla necessità di primeggiare nello scontro verbale. Non fa niente. Resto muta, declino l’invito all’ultima parola.
Conosco l’errore e il rimedio, l’oltraggio e la pena, e non so che farmene di quest’asso nella manica: mi lascio ferire senza opporre resistenza, me ne sto muta e ferma mentre lo sbaglio si accomoda nelle mie stanze. Lo vedo entrare, so in quale costola si accomoderà, e alzo le braccia. Non fa niente. Errori come pioggia, come pietre in testa, come schiaffi in faccia a mano aperta e io: muta e ferma. Io faccio la cosa giusta, guardami. Il mio mondo è possibile.
A che serve urlare l’errore? Come lo spieghi? Come lo racconti a chi ti ha ferita, che ti ha guardata, che non ti ha vista? Non lo capiva, non lo capirà. Non vede il sangue vivo: come potrebbe vedere le poche parole?
Ho sbadigliato la risposta giusta, le ho risparmiato l’abuso. Ho fatto tutti i novantanove passi: per l’ultimo si dà la precedenza.

Nel frattempo nella miniera sorta in un parcheggio, estraggo fondi di bottiglia e rido l’abbastanza.
Quante ne so, quante ne so.

Frantumi
Foto: Dave Coba – From “Broken” Series, 2008

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Espiazione

febbraio 10, 2014 5 commenti

Espiazione

Mentre guardiamo il film squilla il telefono, lei dice «Un attimo», e lo ferma così. Si tratta di una casualità, la seducente tempistica della sorte.
Si allontana e io resto a fissare l’immagine, a domandarmi quante possibilità c’erano di fermare un momento che anche così, fisso, ti racconta l’attesa, il finalmente, la promessa, l’incanto. Ti spiega un segreto sulla punta delle dita.
E me ne sto sul divano, a guardare questa carezza sospesa, a desiderare l’incastro delle dita, il dopo e mi dico che è tutta lì la bellezza: in quel decimo di secondo che dopo sarà un’altra cosa, l’intreccio, la passione, la possessione. Ma adesso sono già tutto, sono l’attimo prima dello slancio, tutte le possibilità, tutti gli svolgimenti, i desideri, tutti gli amori; la potenza del contatto privo d’incomprensioni, di punti di vista, di proiezione; la purezza di un’intenzione.
È così che nasce quel segreto, la possibilità che non arriva a toccare neanche tutte le dita di una mano.

E mi viene sempre in mente che con lei le cose belle diventano ancora più belle e un fermo immagine tutta quanta la storia.

‘Non ho più notizie di me da tanto tempo’ A.M.

gennaio 15, 2013 6 commenti

"Non ho più notizie di me da tanto tempo"Senza braccia, né mani, né gambe, neanche un piede per avvicinarmi o scappare.
Senza dita per farti cenno d’avvicinarti, che anche la vista se ne sta andando.
Sono tutta memoria, quella che ho capito e quella che non so raccontare, indigesta o un boccone troppo grande da poter mandare giù così su due piedi, quando ancora avevo i piedi.
Non ho colpa. Non si commette errore restandosene fermi e zitti, a pensare di morderti ma non avere neanche un dente per portare a termine il proposito.
Sono tutta rotta, non c’è una sola parte di me che non sia crollata. Per arrivare all’appuntamento, faccio il giro del palazzo con i miei pezzi dentro a un sacchetto della spesa. E anche la forza mi ha lasciata in quest’ultimo anno di urla da niente, per quel letto senza comodini e l’inutile agitarsi di braccia per nascondere fumo sotto al tappeto.
Mi siedo in ritardo al nostro tavolo, ti guardo da due pupille d’acquario svuotato e mi dico che sarebbe bellissimo se fossi ancora intera, per te. Senza graffi, con le unghie sane, i capelli neri, le frasi nuove.
Ti chiederei di sederti più vicino, di aspettare mentre si scioglie questo dolore annodato, senza far cenno ancora una volta a sbagli e sbadigli, ma lasciarti guardare i miei occhi mentre mi ricrescono le ciglia.
Questa notte saprei parlare, se avessi ancora voce.

Ti allontani d’un passo e io sento la fionda staccare il sasso.
Ho perso anche i riflessi e non ti chiedo di fermarti, di ordinare un altro bicchiere di vino e darmi il tempo per scaldare coraggio. Ho la volontà incastrata nella gola, se ti dico resta poi tu devi restare o dovrò buttare via un’altra parola e me ne restano così poche.
Resto muta e studio con la lingua le ferite brevi.
‘Facciamo l’amore stasera’ dici dall’altra parte di una frase allegra. La tua voce è diversa dalla mia: accorda l’attesa e mentre ti bacio riesco a pensare solo a ora.
Il mio ‘sì’ è sottile, non riesco a sentirlo. Arriva da lontano, dal ricordo di me che specchia il tuo minuto e mi decide.
Tu mi senti.

Voglio incontrarti di rado

novembre 3, 2010 3 commenti

Riflettevo il tuo sguardo socchiuso, quando pensi a cosa rispondermi e ti assenti, nell’attimo che precede la risposta. Era più lucida l’ammirazione del tuo profilo, gli occhi nella posa inversa, le tue labbra arrotondate dalle frasi gentili. Particolari che mi erano sfuggiti quel pomeriggio, mentre la voglia mi contorceva l’attenzione e mi aggrovigliava le dita, nel tentativo di afferrare la tazza di caffè. Non c’erano solo gli spigoli del mio imbarazzo, nella distanza di quel ricordo: riuscivo a vederti, con la calma della mia memoria ed eri intero, come l’abbraccio che non ero riuscita a darti. Amo questo spazio, che mi concede di aspettarti, con l’accurata attenzione delle mie solitudini. Con te m’innamoro del tempo, di questo silenzio passeggero. E la pazienza mi mostra vicoli di carezze che potrei, tentazioni che si diramano. Prima del tocco, avanza l’appetito e tu profumi e ti muovi come il mio desiderio. Sospeso nella mia attesa, sei la bellezza che mi contagia e che anelo. Sei voglia e ancora tutto quello che potrei volere.

Mentre mi preparo a incontrarti, ti scrivo celebrando quell’appuntamento, la sensuale lentezza delle tue mani, le promesse di graffi della tua barba incolta per la prima volta, la virgola del tuo sorriso sul bicchiere e la speranza del tuo bacio, che perderò tra qualche ora.

Due di notte

'Due di notte' di eleonora Lo Iacono

Non accenniamo a rivestirci. Sembriamo superstiti di un festino: sono andati via tutti e se ci alziamo anche noi è finita la cerimonia.
Quando rimetto le mutandine, torno donna da sedurre. Mentre aggancio il reggiseno, ricordo che non sopporto chi mi telefona il giorno dopo. Le scarpe mi suggeriscono: scappa. E così via. Quando mi rivesto, smetto d’essere normale. Torno confusa.
Mi chiama Elli solo quando sono nuda. Io rispondo: “Eccomi”. Dico: “Ti voglio”. Nessuno mi aveva chiamata Elli, e mi sembra di non essere mai stata chiamata. Dicevano il nome di qualcun altro e io non mi voltavo neanche.
Lui è come me: riesce a essere normale solo quand’è nudo. È bello essere simili a qualcuno, mentre si è noi stessi. Mi guarda in modo diverso, quando gli sbottono la camicia. Ammonticchio sulla sedia accanto al letto, trame di brutte esperienze, insieme alla biancheria.

Nudi siamo ingenui, inesperti di ragionamenti.
– Fammi l’amore – gli dico, di notte. Lui risponde con i fianchi.
Nudo è senza domande. È pelle che parla di desideri. È bocca che sorride semplice. È baci, e tutto suona. Schiocca. Nuda sono senza mode né artifici. Faccio pendant con le sue cosce. Sono mani che ballano la mia musica.
Nuda ho le risposte. Sono.
Lui mi ricorda una pioggia vecchia. Ridevo, sedicenne, per un acquazzone di fine giugno. Le mie braccia nude e bagnate odoravano come lui.

Lo annuso e gli dico: – Piove. – Mi risponde che ci sono trenta gradi, altro che pioggia. – Piove ogni volta che sudi – e mi viene da ridere, e lecco la sua pioggia fino alla sete. Mi torna la voglia di sentire il sapore di quel tempo.
Quando siamo nudi, torno bambina. Non ho ancora sbagliato niente; e come se fosse la prima volta che allargo la mia voglia di fronte a occhi d’uomo, mi torna la smania di urlargli – Sì -. Ancora.
Appena combaciamo, lo stringo. Mi sussurra di non smettere. Rischio di morire di nuovo, se non lo faccio. Smetterebbe di chiamarmi Elli. E che sarei? Mi rivestirebbe, la farsa della donna che non sono. Così lo lego con le gambe, fino al dolore. Se stringo, non mi perdo.
Non smettere – prego.
Non riesce quasi a muoversi; ondeggia, allacciato alla mia paura.
Elli, sono tuo. –Mi appoggia sulle labbra. Non so se lo dice perché è vero. Lo è adesso.

Non ho paura del buio

aprile 30, 2010 1 commento

Scavalchiamo il confine, alle venti di una sera di fine agosto. La guida dei più grandi percorsi d’Europa è sulle mie gambe allungate, i piedi nudi sono appoggiati sul cruscotto del camper. Non te lo dico, che non l’avevo mai fatto. Non dico niente: guardo lo spazio d’aria che divide l’Italia dalla Svizzera e un po’ mi delude, scoprire che abbiano lo stesso calore. È una prima volta e la vivo con te, che mi hai già fatto da guida. Quando c’era da scegliere e mi guardavi aspettando che mi arrivasse coraggio, senza spingere.
Mia sorella al telefono m’invita a comprare cioccolata, le prometto un souvenir. Il mio sarà conservato negli occhi chiusi.
Cerchi una caramella ma non la trovi come al solito, nel disordine che abbiamo già creato. Allora te ne porgo una delle mie e sorrido. Ci ritroviamo nelle abitudini, e passa l‘imbarazzo dei mesi d’assenza prima di oggi.
Comincia così la vacanza che non abbiamo mai fatto, quando eravamo coppia. La facciamo adesso: perché te l’avevo promessa.
Quante domande non mi fai, mentre ti racconto i mesi in cui non ci siamo visti. E tu ascolti e ridi e mi dici che sono coraggiosa. Non mi dici che ti sono mancata.
Guardiamo muti l’asfalto per un po’. Quelli che eravamo prima sono dietro di noi, a replicare liti e scuse e tutte le domande che abbiamo lasciato in sospeso. Vorrebbero essere continuati, loro. Noi stiamo zitti. Non siamo mai riusciti a superare le ferite che ci hanno inflitto gli altri: questo è il nostro problema. Quando ci stringiamo le mani, non ci consoliamo: ci trasmettiamo pietà dalle ferite aperte.
“La prima a destra”, dice la voce del tuo navigatore. La prima a destra, per andare dove? E ci mettiamo a ridere.
Ci fermeremo nella prima città che ci troverà vagabondi a mezzanotte. Avrà vetrine spente e ragazzi che girano con in testa pensieri sonnolenti. Sarà il caso a decidere il programma.
Andiamo per andare, stavolta. All’arrivo sarà già finita e non abbiamo più voglia di epiloghi. Vogliamo azione. Il percorso lo sapremo dopo, dalle foto del tuo cellulare.
Arriviamo tardi e la città non ci accoglie. Ci guarda dai fianchi, dai riflessi del lago, dalle montagne scure. La notte copre le bellezze da cartolina, le bancarelle sono addormentate. Facciamo piano, per non svegliare niente.
Tu sei stanco e anch’io. Mangiamo dallo stesso piatto, desideriamo dallo stesso secondo e quelli che eravamo se ne vanno, appena tocco la tua bocca e aggiungo presente.
Occhi chiusi e mani stravaganti: ho imparato di te che se non mi chiedi domani, smetti di preoccuparti e la tua voce è più profonda, così non ti do il tempo di chiedermelo. Rifaccio a memoria la strada dalle mie gambe alle tue. Non ti chiamo per nome, ti cerco il respiro, mentre rimbocco paure sotto la pelle. Ti allargo le braccia e quando riapro gli occhi ho solo somme di minuti da darti.
Prima di addormentarmi, scatto una foto dal finestrino. Avremo tempo per indossare cappellini e macchine fotografiche a tracolla. Stasera impariamo a prendere solo quello che sappiamo tenere.

Mentre facciamo colazione mi chiedi dove voglio andare. Disegno percorsi e distanze, seguendo con i polpastrelli, le piccole vene stampate nella cartina. Da Stoccarda a Wolfsburg, c’è il tempo di quella leggera carezza del dito e pensiamo sia una buona idea.
Foresta nera mi suona come una favola, di quelle che spaventano i bambini. Di lupi e casette di cioccolata, nascondigli in gusci di lumaca, mele avvelenate e fratellini che scappano a mani strette.
Mille molliche di pane e arriviamo a fianco a un ruscello che è già finito un altro giorno.
La notte arriva rapida e nera. Viaggiatori sporadici disturbano il silenzio, grattano questo buio perfetto. È inchiostro fitto che ha coperto ogni pensiero. Anche l’aria è nera, entra negli occhi, fa scuro il respiro. Decidiamo di dormirci dentro, per vedere fantasie a colori, stanotte.
Piove, una pioggia che dimentica l’estate e gli ombrelloni, a pochi chilometri di distanza. Li dimentichiamo anche noi. Evapora muschio e picchetta sul tetto del camper e sulle foglie. Apro la porta e bevo felicità semplice, dalle gocce brune di questa pioggia solista.
Mai sentita una pioggia così. La pelle raccoglie il suo tocco incessante, freddo. Punge, come se mi volesse chiamare, farmi voltare. Ma dietro c’è altro buio. M’inzuppa in un attimo i capelli sciolti, mi circonda. Bagna le orecchie, sento solo fruscio e mi viene d’andare a tempo, di muovermi a piccoli passi, veloci, a dirotto. Appoggio i piedi sul croccante disegno delle fantasie della bambina che sono stata e intravedo stradine e nascondigli, fate sedute sulla mia spalla, folletti divertiti a vedermi senza età e senza ombrello. Non ho paura del buio: mi sento parte di tutto, sono dentro alle cose. Non spicco, non ingombro, non mi nascondo, non cambio. Riesco a vedermi.
Mi fermo in mezzo a questo nulla che suona una musica che conosco da sempre e te la vengo a portare.
Le gocce dentro al camper hanno ripreso una forma, hanno il colore del tavolo dove si fanno strada, si riuniscono sul pavimento. Tu bevi dal mio bicchiere e non reagisci. Aspetti che ti racconti di cosa si prova a fare una doccia perfetta.
A guardarti così, mi viene in mente una notte di qualche anno fa. Eravamo io e te, sdraiati sul mio letto, nudi. Era una di quelle sere in cui si fanno un sacco di domande strane sulla vita e poi, si finisce il discorso con “passami il Rum”.  Mi hai chiesto che cosa avrei fatto se avessi avuto un solo giorno a disposizione. Avevi risposto tu per primo: fumerei una canna, giocherei a WOW e altre frivolezze. Sembrava uno scherzo. Ma poi ci avevo pensato su e mi ero detta che avevi scelto stupidaggini, perché ogni giorno della tua vita, ti sei sforzato di fare cose importanti, intelligenti. Alcune proprio geniali.
Quando l’hai chiesto a me, non ho saputo risponderti. Ho detto non lo so. Sono troppe le cose che vorrei fare almeno un’altra volta, almeno una volta.
Come si sceglie così, su due piedi, cosa salvare?
Era vero. Però in quel momento mi venivano in mente solo cose buffe, come provare orgasmi multipli mentre fumo una sigaretta, per verificare se rilassa o eccita. Fare bungee-jumping, riuscire per una volta a parlare al microfono davanti a tante persone, senza dimenticare cosa volevo dire.
Pensavo a Bukowski, che diceva che se avesse saputo d’avere un solo giorno di vita, avrebbe “scritto più veloce” e  mi vergognavo di non avere qualcosa di così originale da dirti. Chissà cos’hai pensato di me, quella sera. Forse avrai pensato solo: passami il Rum.
Ricordo quella domanda e noi due, sdraiati sul mio letto e tu che aspetti. Calmo. Un po’ guardi me, un po’ guardi la macchia di sangue della zanzara che avevo ucciso l’estate precedente, ma non ho saputo lavare via.
E ora so che t’avrei risposto, tra le altre cose.
Se non avessi più tempo, vorrei dire tutto quello che va detto. Non vorrei lasciare alcune parole chiuse in trappola. Ad esempio, vorrei liberare: mi fido. Oppure: pazienza. E poi, non vorrei perdere l’occasione per farti sapere che tu sai chi sono.
Questo vorrei averti detto. Che tu mi hai vista, come mi vedi stasera.
E non ti ho mai detto di fermarti anche quando divento un po’ pazza. Non ti ho mai chiesto di non scappare quando diventi un po’ pazzo.
E non ti ho mai detto che io so amare solo da lontano, perché non l’ho mai avuto un amore sano. Uno di quelli che quando ce l’hai, resti. Anche quando si diventa un po’ pazzi. Io ho solo amato da lontano ed è per questo che quando succede, mi devo allontanare. È così che amo: a distanza.
E mi viene il panico, perché vorrei dirtelo e non ci riesco neanche adesso. Vorrei liberare le parole proprio mentre mi guardi, gocciolante di questa pioggia nera e non fai una piega.
Mi chiedi a cosa sto pensando.
“Mi domandavo se rilassa o eccita, fumare una sigaretta mentre ho orgasmi multipli”,dico.
Tu mi offri una sigaretta e mi sorridi. E finisco il tuo vino.

Dieci giorni sembrano tanti, se li conti. Questo terzo di mese lo viviamo rapido.
Impariamo paesi, stringiamo mani e le notti sono perfette per fare l’amore. Guardarsi a lungo, immaginarsi nuovi, leccare abbronzature di un sole lontano da casa.
Finito il viaggio, torniamo quelli di sempre. Io mi allontano. Tanto li conosco i miei giorni senza. E so restiamo, a modo nostro. Nei souvenir a occhi chiusi, in molte delle cose che ho imparato, nei nostri modi di dire.
E so che mi conosci anche nelle mie notti di terrore, quando penso d’aver sbagliato tutto e cerco le risposte e non le trovo. Allora spengo la luce e le domande diventano tutte dello stesso colore, sono parte del tutto. Non spiccano, non ingombrano, non si nascondono, non mi cambiano. Riesco a vedermi. Mi fermo a guardare la mia strada al contrario, tanto che ormai la conosco più di quanto lei conosca me. Non ci sono più colpevoli, nessuna scusa, nessun errore da perdonare. Ci sono giorni, uguali o diversi. Ci sono soltanto io e quello che ho imparato.
Ci sono ricordi, parole nuove, quelle vecchie da liberare. C’è il caos, l’inevitabile e storie da capire. C’è questa strada da percorrere, e in fondo è divertente non sapere dove porta.

Mi sorridi, mentre me ne vado. Come se domani dovessi rivedermi ancora.

In due secondi

Per smettere d’essere una ragazza, mi è bastata una frase breve: mi faccio. Eravamo seduti su una panchina, di fronte alla fontana con la sirenetta, a Isola delle Femmine. L’estate è un buon momento per diventare adulti e l’abbronzatura fa sembrare più esotica, l’espressione di terrore che matura l’espressione. Avevo capito subito cosa voleva dirmi, ma significava crescere. Così ho tentato di prendere altro tempo, facendo domande. ˂˂Cosa ti fai?>> Gli ho chiesto. Avevo in mano il portachiavi della sua vespa e ho staccato il ciondolo a forma di lattina di cocacola, per lo shock. ˂˂Mi faccio, Ele.>> Mi ha preso dalle mani il portachiavi spezzato e se l’è messo in tasca. C’era uno strano vento: quello che fa le girelle con le foglie. I suoi capelli piroettavano, in mezzo a noi e gli nascondevano il profilo. Io li avevo legati in una coda e non potevo nascondere la paura con i ciuffi. ˂˂Sì, ma faccio che? >> Mi ostinavo a chiedere. ˂˂Mi faccio, mi buco.>> Bisbigliava, mentre guardava due cani che s’inseguivano. Io mi guardavo le mani e staccavo lo smalto con i denti. Quella frase piccolissima, aveva cambiato tutto. Avrei voluto guardarlo solo un attimo negli occhi, ma sapevo che avrei visto qualcun altro, dopo quei due secondi di verità. So che a sedici anni si può sopravvivere, anche se smetti di respirare, quando ti trovi a dover emergere da un’apnea nel caos. C’è più fiato, io fumavo meno sigarette e quella era la prima volta che mi si fermava il respiro per incredulità. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti: ho avuto occhi da donna che osservavano un ragazzo diventare un debole nelle mani di un nemico troppo grande, davvero troppo. E’ mio, non lo perdo. Non lo lascio. Devo aiutarlo. Questi erano i miei pensieri. Non delusione, niente rabbia. Ero impaurita, stupita, cercavo qualcosa che mi permettesse di risolvere il problema e ritornare a ridere, come sapevo fare prima di quei due secondi. La donna che emergeva mentre ricominciavo a respirare era una Eleonora completamente diversa, era la ragazza innamorata di chi aveva bisogno d’aiuto. Ed ero pronta. Non so perché pensassi di esserlo. Sarà stato un riflesso involontario. ˂˂Perché?>> Questo riuscivo a chiedergli. Le altre domande mi facevano girare la testa solo a pensarle. Quando erano state bucate le sue braccia? Perché non me n’ero mai accorta? Quando lo faceva? Quante volte lo aveva fatto? Da quanto tempo? Con chi? Chi gliel’aveva data la prima volta? Non aveva sentito di quel ragazzo che era morto perché l’eroina era tagliata poco, o male o che ne so? Almeno un libro, l’aveva mai letto, su questo? Che effetto gli avevano fatto le storie di quei ragazzi? Non aveva mai visto niente? Non sapeva niente. Che sai? Che fai? ˂˂Come perché? >> Sembrava lui, quello stupito. <<Sì, perché ti buchi? Cioè: non avevi niente da fare, quella prima volta e hai pensato: ora mi buco? Raccontamelo>>. Io dov’ero quando l’hai fatto, quella prima volta? In un attimo, avevo deciso: se fossi diventata inquisitore, lui mi avrebbe mentito e la droga me l’avrebbe preso. Dovevo essere sua amica. A sedici anni, con il coraggio incosciente che spinge ad agire, si può sperare in qualsiasi cosa. Non si aspettava quella reazione. Chissà quante volte aveva ripetuto il discorso che mi avrebbe fatto quel giorno. Probabilmente aveva immaginato che avrei pianto, che l’avrei insultato, che avrei cominciato i soliti discorsi che si devono fare: vai in comunità, devi smettere, fa male, provoca assuefazione e tutto il resto. Aveva forse immaginato che sarei scappata da quel nemico troppo grande per me, e per lui, da quell’altra contro la quale io non avrei mai potuto vincere. Forse era quello che avrei dovuto fare, in effetti: scappare. Oppure arrabbiarmi. Tra tutte le reazioni che aveva previsto, non poteva certo credere a quella: che gli avrei semplicemente chiesto un motivo. Non ne aveva. ˂˂Mi piace. Mi fa stare bene.>> Non ricordo se è successo davvero o se era la mia confusione, ma quando mi ha dato quella risposta, solo in quel momento l’ho guardato. Facendo piano la strada verso i suoi occhi: gli anfibi che aveva comprato il giorno prima e che sembravano troppo nuovi, troppo lucidi, in quel momento di strappi; i jeans chiari che mi sembravano troppo lunghi, sotto quel sole che impediva di nascondersi; la camicia con le maniche arrotolate fino all’avambraccio che, ora sapevo, nascondeva un segreto; la sua bocca bugiarda che non sorrideva più, gli occhi a spillo. Anche questo adesso significava: per trovare coraggio si era fatto. Si era fatto per dirmi che si faceva. L’eroina era già diventata la sua migliore amica e io ero l’ostacolo d’affrontare, con il suo aiuto. In due secondi, il mondo può cambiare tutti i significati che gli davi e tu non sai da che parte cominciare a conoscerlo, a capirlo. E improvvisi. ˂˂Ah>>. Ho detto, gli indizi erano tutti contro di me. ˂˂Se vuoi lasciarmi, se non vuoi più stare con me perché sono un tossico, lo capirei.>> Mi suggeriva. Incredulo, spiazzato dalla reazione meno ovvia di tutte, quasi mi spingeva verso uno di quegli scenari su cui si era preparato, per sentirsi a suo agio, per passare alla seconda fase. Mi veniva da pensare ai giochi dei progetti che facevamo fino al giorno prima: andare a vivere in Australia, diventare ricchi e comprare un camper per girare il mondo, battere il record degli orgasmi, avere tre bambini che avremmo chiamato Fabrizio, Elena e Giulia. Tutti i nostri giochi erano finiti in quel buco, nascosto dalle maniche della sua camicia bianca, arrotolate come un vezzo sexy. Mi veniva da sparare domande: cosa faccio adesso? Tu mi dici che ti buchi, cazzo ti buchi, e io ti lascio allo sbando? Tolto il dente tolto il dolore? Ti abbandono? Ho paura. Non voglio che ti droghi, che muori, che ti venga l’AIDS, che ti arrestino, che stringi il tuo braccio con il laccio emostatico. Oh cazzo il laccio emostatico. ˂˂No, non voglio lasciarti>>. Mentre comunicavo la mia scelta a lui e a me, gli sorridevo. L’espressione iniziale mi si era proprio paralizzata in faccia. Sentivo le pulsazioni andare in tilt e le sentivo nel petto, nelle orecchie, nelle tempie. Pulsavano e scandivano quel tempo interminabile, del silenzio che è venuto dopo. Non diceva una parola. Non dicevo una parola. Non c’era molto altro da inventare. L’imbarazzo l’aveva obbligato a fissarsi le scarpe da vicino, piegato in avanti come un gobbo stanco. Lo stupore mi aveva trasformata in un blocco di marmo e guardavo la sirenetta e i suoi giochi d’acqua, chiedendomi quando avrei cominciato a perdere acqua dalle mani strette a pugno, se fossi rimasta lì impietrita, un altro quarto d’ora. Abbiamo fumato l’ultima sigaretta, quella che fumi per prendere tempo, per non decidere; poi siamo andati via, sulla sua vespa blu. Io mi sono girata e ho guardato indietro. Se avessi usato un po’ della fantasia che in quel momento avevo dimenticato d’avere, avrei potuto vedere la bambina che ero stata fino a pochissimo tempo prima, seduta su quella panchina. Era lì e ci sarebbe rimasta. In classe Elena mi raccontava di Claudio, che finalmente l’aveva invitata a uscire. Sarebbero andati alla fiera del Mediterraneo. Si riprometteva di non mangiare tutte quelle patatine che solitamente mangia, quando ci sono le giostre. Non voleva che la considerasse una che mangia tanto. Tentavo di credere che fosse importante, quello che diceva e l’ascoltavo. Avevamo sedici anni ed era giusto preoccuparsi della scelta del profumo: dolce o acerbo? E il trucco? Leggero o da vamp? E hai comprato le mentine? Mi chiederà di fare sesso? Sono pronta? Non ci riuscivo. Le penne sul banco mi sembravano siringhe di sangue blu o nero. Alcune rosse. Il gesso appoggiato sulla cattedra era una siringa vergine e mi facevano male le braccia. Come se mi fossi bucata io e in quel momento. Come se facesse male anche alla pelle. Fortuna che avevamo i pc nuovi a scuola, quelli con Windows che da quell’anno avrebbero facilitato la vita a tutti: non tanto il computer in sé come macchina, aveva la sua importanza, anche perché erano i primi modelli, grossi, lenti e rumorosi, ma quanto questo significasse per l’informazione, per la quantità di ricerche che potevo fare, per fare passare la paura. Conoscere il problema mi ha sempre aiutata a evitare il panico. Sono diventata un’esperta di droghe, quelle settimane dopo. Sapevo tutto, anche cosa fare in caso di overdose: “Fatelo sdraiare su un fianco e non fatelo addormentare. Non nascondete ai medici di soccorso che ha assunto eroina. C’è un antidoto specifico dell’eroina e deve essere iniettato al più presto. Se sei da solo controlla: – se è cosciente, pizzicandolo o scuotendolo; – se respira, guardando se il torace si solleva, o tenendo una mano davanti alla bocca o al naso; – se ha il battito cardiaco, mettendo le dita, non il pollice, sull’arteria del collo (a fianco del pomo d’Adamo)”. Poi c’era la videoscrittura. Un grande rettangolo bianco mi ha invaso gli occhi di luce. Nuovo foglio di lavoro. Nuove parole da scrivere che gridavano e un punto interrogativo ? E ora? Che faccio?

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