Archive

Archive for the ‘Pubblicati’ Category

Due di notte

'Due di notte' di eleonora Lo Iacono

Non accenniamo a rivestirci. Sembriamo superstiti di un festino: sono andati via tutti e se ci alziamo anche noi è finita la cerimonia.
Quando rimetto le mutandine, torno donna da sedurre. Mentre aggancio il reggiseno, ricordo che non sopporto chi mi telefona il giorno dopo. Le scarpe mi suggeriscono: scappa. E così via. Quando mi rivesto, smetto d’essere normale. Torno confusa.
Mi chiama Elli solo quando sono nuda. Io rispondo: “Eccomi”. Dico: “Ti voglio”. Nessuno mi aveva chiamata Elli, e mi sembra di non essere mai stata chiamata. Dicevano il nome di qualcun altro e io non mi voltavo neanche.
Lui è come me: riesce a essere normale solo quand’è nudo. È bello essere simili a qualcuno, mentre si è noi stessi. Mi guarda in modo diverso, quando gli sbottono la camicia. Ammonticchio sulla sedia accanto al letto, trame di brutte esperienze, insieme alla biancheria.

Nudi siamo ingenui, inesperti di ragionamenti.
– Fammi l’amore – gli dico, di notte. Lui risponde con i fianchi.
Nudo è senza domande. È pelle che parla di desideri. È bocca che sorride semplice. È baci, e tutto suona. Schiocca. Nuda sono senza mode né artifici. Faccio pendant con le sue cosce. Sono mani che ballano la mia musica.
Nuda ho le risposte. Sono.
Lui mi ricorda una pioggia vecchia. Ridevo, sedicenne, per un acquazzone di fine giugno. Le mie braccia nude e bagnate odoravano come lui.

Lo annuso e gli dico: – Piove. – Mi risponde che ci sono trenta gradi, altro che pioggia. – Piove ogni volta che sudi – e mi viene da ridere, e lecco la sua pioggia fino alla sete. Mi torna la voglia di sentire il sapore di quel tempo.
Quando siamo nudi, torno bambina. Non ho ancora sbagliato niente; e come se fosse la prima volta che allargo la mia voglia di fronte a occhi d’uomo, mi torna la smania di urlargli – Sì -. Ancora.
Appena combaciamo, lo stringo. Mi sussurra di non smettere. Rischio di morire di nuovo, se non lo faccio. Smetterebbe di chiamarmi Elli. E che sarei? Mi rivestirebbe, la farsa della donna che non sono. Così lo lego con le gambe, fino al dolore. Se stringo, non mi perdo.
Non smettere – prego.
Non riesce quasi a muoversi; ondeggia, allacciato alla mia paura.
Elli, sono tuo. –Mi appoggia sulle labbra. Non so se lo dice perché è vero. Lo è adesso.

Non ho paura del buio

aprile 30, 2010 1 commento

Scavalchiamo il confine, alle venti di una sera di fine agosto. La guida dei più grandi percorsi d’Europa è sulle mie gambe allungate, i piedi nudi sono appoggiati sul cruscotto del camper. Non te lo dico, che non l’avevo mai fatto. Non dico niente: guardo lo spazio d’aria che divide l’Italia dalla Svizzera e un po’ mi delude, scoprire che abbiano lo stesso calore. È una prima volta e la vivo con te, che mi hai già fatto da guida. Quando c’era da scegliere e mi guardavi aspettando che mi arrivasse coraggio, senza spingere.
Mia sorella al telefono m’invita a comprare cioccolata, le prometto un souvenir. Il mio sarà conservato negli occhi chiusi.
Cerchi una caramella ma non la trovi come al solito, nel disordine che abbiamo già creato. Allora te ne porgo una delle mie e sorrido. Ci ritroviamo nelle abitudini, e passa l‘imbarazzo dei mesi d’assenza prima di oggi.
Comincia così la vacanza che non abbiamo mai fatto, quando eravamo coppia. La facciamo adesso: perché te l’avevo promessa.
Quante domande non mi fai, mentre ti racconto i mesi in cui non ci siamo visti. E tu ascolti e ridi e mi dici che sono coraggiosa. Non mi dici che ti sono mancata.
Guardiamo muti l’asfalto per un po’. Quelli che eravamo prima sono dietro di noi, a replicare liti e scuse e tutte le domande che abbiamo lasciato in sospeso. Vorrebbero essere continuati, loro. Noi stiamo zitti. Non siamo mai riusciti a superare le ferite che ci hanno inflitto gli altri: questo è il nostro problema. Quando ci stringiamo le mani, non ci consoliamo: ci trasmettiamo pietà dalle ferite aperte.
“La prima a destra”, dice la voce del tuo navigatore. La prima a destra, per andare dove? E ci mettiamo a ridere.
Ci fermeremo nella prima città che ci troverà vagabondi a mezzanotte. Avrà vetrine spente e ragazzi che girano con in testa pensieri sonnolenti. Sarà il caso a decidere il programma.
Andiamo per andare, stavolta. All’arrivo sarà già finita e non abbiamo più voglia di epiloghi. Vogliamo azione. Il percorso lo sapremo dopo, dalle foto del tuo cellulare.
Arriviamo tardi e la città non ci accoglie. Ci guarda dai fianchi, dai riflessi del lago, dalle montagne scure. La notte copre le bellezze da cartolina, le bancarelle sono addormentate. Facciamo piano, per non svegliare niente.
Tu sei stanco e anch’io. Mangiamo dallo stesso piatto, desideriamo dallo stesso secondo e quelli che eravamo se ne vanno, appena tocco la tua bocca e aggiungo presente.
Occhi chiusi e mani stravaganti: ho imparato di te che se non mi chiedi domani, smetti di preoccuparti e la tua voce è più profonda, così non ti do il tempo di chiedermelo. Rifaccio a memoria la strada dalle mie gambe alle tue. Non ti chiamo per nome, ti cerco il respiro, mentre rimbocco paure sotto la pelle. Ti allargo le braccia e quando riapro gli occhi ho solo somme di minuti da darti.
Prima di addormentarmi, scatto una foto dal finestrino. Avremo tempo per indossare cappellini e macchine fotografiche a tracolla. Stasera impariamo a prendere solo quello che sappiamo tenere.

Mentre facciamo colazione mi chiedi dove voglio andare. Disegno percorsi e distanze, seguendo con i polpastrelli, le piccole vene stampate nella cartina. Da Stoccarda a Wolfsburg, c’è il tempo di quella leggera carezza del dito e pensiamo sia una buona idea.
Foresta nera mi suona come una favola, di quelle che spaventano i bambini. Di lupi e casette di cioccolata, nascondigli in gusci di lumaca, mele avvelenate e fratellini che scappano a mani strette.
Mille molliche di pane e arriviamo a fianco a un ruscello che è già finito un altro giorno.
La notte arriva rapida e nera. Viaggiatori sporadici disturbano il silenzio, grattano questo buio perfetto. È inchiostro fitto che ha coperto ogni pensiero. Anche l’aria è nera, entra negli occhi, fa scuro il respiro. Decidiamo di dormirci dentro, per vedere fantasie a colori, stanotte.
Piove, una pioggia che dimentica l’estate e gli ombrelloni, a pochi chilometri di distanza. Li dimentichiamo anche noi. Evapora muschio e picchetta sul tetto del camper e sulle foglie. Apro la porta e bevo felicità semplice, dalle gocce brune di questa pioggia solista.
Mai sentita una pioggia così. La pelle raccoglie il suo tocco incessante, freddo. Punge, come se mi volesse chiamare, farmi voltare. Ma dietro c’è altro buio. M’inzuppa in un attimo i capelli sciolti, mi circonda. Bagna le orecchie, sento solo fruscio e mi viene d’andare a tempo, di muovermi a piccoli passi, veloci, a dirotto. Appoggio i piedi sul croccante disegno delle fantasie della bambina che sono stata e intravedo stradine e nascondigli, fate sedute sulla mia spalla, folletti divertiti a vedermi senza età e senza ombrello. Non ho paura del buio: mi sento parte di tutto, sono dentro alle cose. Non spicco, non ingombro, non mi nascondo, non cambio. Riesco a vedermi.
Mi fermo in mezzo a questo nulla che suona una musica che conosco da sempre e te la vengo a portare.
Le gocce dentro al camper hanno ripreso una forma, hanno il colore del tavolo dove si fanno strada, si riuniscono sul pavimento. Tu bevi dal mio bicchiere e non reagisci. Aspetti che ti racconti di cosa si prova a fare una doccia perfetta.
A guardarti così, mi viene in mente una notte di qualche anno fa. Eravamo io e te, sdraiati sul mio letto, nudi. Era una di quelle sere in cui si fanno un sacco di domande strane sulla vita e poi, si finisce il discorso con “passami il Rum”.  Mi hai chiesto che cosa avrei fatto se avessi avuto un solo giorno a disposizione. Avevi risposto tu per primo: fumerei una canna, giocherei a WOW e altre frivolezze. Sembrava uno scherzo. Ma poi ci avevo pensato su e mi ero detta che avevi scelto stupidaggini, perché ogni giorno della tua vita, ti sei sforzato di fare cose importanti, intelligenti. Alcune proprio geniali.
Quando l’hai chiesto a me, non ho saputo risponderti. Ho detto non lo so. Sono troppe le cose che vorrei fare almeno un’altra volta, almeno una volta.
Come si sceglie così, su due piedi, cosa salvare?
Era vero. Però in quel momento mi venivano in mente solo cose buffe, come provare orgasmi multipli mentre fumo una sigaretta, per verificare se rilassa o eccita. Fare bungee-jumping, riuscire per una volta a parlare al microfono davanti a tante persone, senza dimenticare cosa volevo dire.
Pensavo a Bukowski, che diceva che se avesse saputo d’avere un solo giorno di vita, avrebbe “scritto più veloce” e  mi vergognavo di non avere qualcosa di così originale da dirti. Chissà cos’hai pensato di me, quella sera. Forse avrai pensato solo: passami il Rum.
Ricordo quella domanda e noi due, sdraiati sul mio letto e tu che aspetti. Calmo. Un po’ guardi me, un po’ guardi la macchia di sangue della zanzara che avevo ucciso l’estate precedente, ma non ho saputo lavare via.
E ora so che t’avrei risposto, tra le altre cose.
Se non avessi più tempo, vorrei dire tutto quello che va detto. Non vorrei lasciare alcune parole chiuse in trappola. Ad esempio, vorrei liberare: mi fido. Oppure: pazienza. E poi, non vorrei perdere l’occasione per farti sapere che tu sai chi sono.
Questo vorrei averti detto. Che tu mi hai vista, come mi vedi stasera.
E non ti ho mai detto di fermarti anche quando divento un po’ pazza. Non ti ho mai chiesto di non scappare quando diventi un po’ pazzo.
E non ti ho mai detto che io so amare solo da lontano, perché non l’ho mai avuto un amore sano. Uno di quelli che quando ce l’hai, resti. Anche quando si diventa un po’ pazzi. Io ho solo amato da lontano ed è per questo che quando succede, mi devo allontanare. È così che amo: a distanza.
E mi viene il panico, perché vorrei dirtelo e non ci riesco neanche adesso. Vorrei liberare le parole proprio mentre mi guardi, gocciolante di questa pioggia nera e non fai una piega.
Mi chiedi a cosa sto pensando.
“Mi domandavo se rilassa o eccita, fumare una sigaretta mentre ho orgasmi multipli”,dico.
Tu mi offri una sigaretta e mi sorridi. E finisco il tuo vino.

Dieci giorni sembrano tanti, se li conti. Questo terzo di mese lo viviamo rapido.
Impariamo paesi, stringiamo mani e le notti sono perfette per fare l’amore. Guardarsi a lungo, immaginarsi nuovi, leccare abbronzature di un sole lontano da casa.
Finito il viaggio, torniamo quelli di sempre. Io mi allontano. Tanto li conosco i miei giorni senza. E so restiamo, a modo nostro. Nei souvenir a occhi chiusi, in molte delle cose che ho imparato, nei nostri modi di dire.
E so che mi conosci anche nelle mie notti di terrore, quando penso d’aver sbagliato tutto e cerco le risposte e non le trovo. Allora spengo la luce e le domande diventano tutte dello stesso colore, sono parte del tutto. Non spiccano, non ingombrano, non si nascondono, non mi cambiano. Riesco a vedermi. Mi fermo a guardare la mia strada al contrario, tanto che ormai la conosco più di quanto lei conosca me. Non ci sono più colpevoli, nessuna scusa, nessun errore da perdonare. Ci sono giorni, uguali o diversi. Ci sono soltanto io e quello che ho imparato.
Ci sono ricordi, parole nuove, quelle vecchie da liberare. C’è il caos, l’inevitabile e storie da capire. C’è questa strada da percorrere, e in fondo è divertente non sapere dove porta.

Mi sorridi, mentre me ne vado. Come se domani dovessi rivedermi ancora.

Acrobazie

Non avevo mai camminato sulle mani, eppure era così che mi

sembrava di andargli incontro.

Avessi avuto la mia solita andatura, mi sarei messa a correre, come sempre e nella direzione opposta.

Era come se le mie mani si arrampicassero sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa. Tentavano di creare orme di carezze che non avrei mai dato a lui. Non più comunque.

Ero scappata e poi tornata da lui molte volte. Una di troppo, sicuramente.

Ormai me n’ero liberata. Almeno era ciò di cui mi ero convinta.

Spesso capita che ciò di cui ci si convince diventi un fatto e io mi ero convinta di essere finalmente uscita da quella storia.

Mi ero liberata di lui e non c’era modo d’impormi di tornare indietro, in quel punto del tempo dove ridevo come una ragazzina, per gioia incontrollabile, e lo volevo ad ogni costo. Anche a costo di scappare ogni volta che mi deludeva, per il timore che la delusione rovinasse quel bello che è celato dietro ad ogni intenzione.

Che si salvasse almeno la felicità potenziale.

I desideri vanno protetti e io volevo proteggere i miei: fuggendo lontana da esiti che nulla avevano a che vedere con quello che l’amore avrebbe potuto darmi.

E’ che mi aspettavo delle cose da lui, avevo deciso che le cose che sognavo dovessero arrivare da quelle mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo. Però, quelle cose non erano arrivate. Quindi cosa mi restava da fare, se non scappare?

La prima volta che ero scappata, la delusione bruciava nelle guance l’umiliazione delle lacrime esibite proprio a lui; poi però, dopo un po’ ero tornata, anche se avevo smesso, di colpo, di aspettare che quelle sue mani da ragazzo portassero per me quelle cose per le quali ogni sorriso ha un motivo valido per illuminare la stanza.

Ero tornata da lui perché non avevo ancora smesso di desiderare quelle mani, ma adesso erano semplicemente mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo ed erano mani vuote.

Vivevo ogni nostro incontro senza attese, senza gratitudine verso il destino che ci aveva fatti incontrare, senza la gioia di toccarlo.

Viversi così, senza desiderarsi e sognare, è amare per inerzia. Con sufficienza, come subire la corrente delle circostanze, senza domandarsi se ci sta conducendo in quei luoghi per i quali siamo destinati.

Quel genere di amore non ha posto nel mio cuore, non ha posto nel cuore di molti; allora ero scappata ancora e avevo provato a stare senza di lui. Avevo sentito quel freddo che trapassa, quando avevo provato sul serio ad immaginarmi senza quelle mani da ragazzo

mani vuote

e senza quel calore: un calore così intenso che una notte d’inverno mi aveva obbligata a scappare da sotto le coperte e dirgli ridendo

“ho caldo, aiuto, qui brucia tutto!”

Eravamo noi due, che sotto quelle coperte, creavamo uno strano effetto, un effetto chimico, che ci faceva bruciare. Da scaldarcisi tutta un’intera stagione, con quel calore, senza bisogno di altro che non fosse pelle e fiato e qualche chiacchiera dopo l’amore.

Poi ero tornata ancora, come una sopravvissuta a quell’idea,

all’idea di perderlo; eppure ero contenta di essere tornata, di rivederlo, ma solo come lo si può essere quando ti capita di rivedere un vecchio amico, Il cuore batteva un po’ di più e le labbra tremavano per la voglia di quelle labbra

labbra da ragazzo

ma non era come rivedere qualcuno che puoi amare.

Era qualcosa di meno.

E’ che sapevo che sarei scappata ancora. E’ così che mi succede tutte le volte: scappo. Avevo visto che quell’amore può finire e sapevo che tutte le volte che avrei sentito ancora quel freddo dentro, quel freddo che trapassa, sarei fuggita. Per paura, per consapevolezza o semplicemente perché non so resistere a quel tipo di freddo, perché è un freddo che ti gela le emozioni.

Magari non sarei fuggita sempre per davvero. Sarebbero fuggiti a volte solo i miei pensieri, oppure i miei sogni.

Ero certa che sarei scappata ancora, oppure sarebbero fuggite le mie attese e sarei stata diversa.

Diversa al punto da non essere più me.

Sarei stata diversa e questo avrebbe fatto cambiare anche lui, perché avrebbe sentito di aver perso qualcosa. Non avrebbe capito subito che gli sarei mancata io, perché mi avrebbe vista, toccata, avrebbe continuato ad accarezzarmi le palpebre, come faceva sempre, con la punta di quelle dita grandi. Eppure gli sarei mancata.

Un particolare per volta sarebbe sfuggito dal nostro consueto scenario e poi avrebbe cominciato ad odiarmi. Si sarebbe accorto ad un certo punto di avere di fronte un’altra me e avrebbe cominciato ad odiarla, quell’altra me, così diversa dalla donna della quale si era innamorato o infatuato o quel che provava. Perché non avrei mantenuto quella promessa tacita che ci si fa sempre, quando ci s’innamora. Quella di non cambiare, di restare e conservare quell’espressione negli occhi, quel modo di mettere le mani in tasca o di sorridere.

Restare quelli che si era quando quella scintilla aveva saldato

quelle vite.

Una promessa che se non si mantiene, si trasforma nella fine.

 

Poi, però era arrivata quella notte. L’ha portata con se la realtà. Ci sono volte fortunate in cui la realtà si prende il suo posto con tanta determinazione da rendere certe convinzioni, delle semplici opinioni e ti ricorda che non sempre sei tu a decidere che significato ha una tristezza.

Io, non so perché, ma anche se ero convinta che sarei ancora scappata, comunque gli andavo incontro. Mi sembrava di camminare sulle mani, sì, come se una parte del mio sogno si fosse trasferito nella realtà e mi imponesse di avvicinarmi a lui, privandomi della possibilità di correre via.

Io mi avvicinavo e la realtà mi pioveva addosso come una doccia bollente, nel momento in cui avevo più freddo e mi portava nella vita, quella notte, il calore che serve per restare. Dai piedi alla testa.

Ero appena tornata dall’ultima fuga e come avevo promesso a me stessa, avevo smesso di chiedergli quello che mi aspettavo da lui, per sentirmi sicura e poter dare anche ad una semplice carezza un’occasione per arrivare a lui calda, mai tremante di paura o di cenni di preoccupazione.

Sentivo una libertà innaturale ma allo stesso tempo entusiasmante, nel non chiedergli più niente, per temporeggiare, per averlo ancora un altro po’, prima della fine, perché sapevo che sarebbe finita comunque; volevo averlo per un altro po’, e prendere solo quello che lui riusciva a darmi e me lo sarei fatto bastare, per quella sera. Quella sera io camminavo sulle mani e il disincanto, le paure e le promesse non mantenute erano ancora nella mia testa, ma sottosopra, in ordine inverso.

Ero di nuovo libera da ogni controllo. Potevo rilassarmi e assaggiare quell’amore senza redini, senza metterlo in nessun binario, senza la tristezza della delusione e potevo ricordare com’era bello, all’inizio, anche solo restare seduta ad ascoltare i suoi racconti. Semplicemente eravamo dove dovevamo essere e stavo bene, li dov’eravamo, insieme.

Quella notte però qualcosa aveva cambiato anche lui, oppure si era solo arreso alle emozioni e ogni cosa aveva assunto la giusta misura, quella misura che ti potrebbe mettere in pericolo perchè ti rende vulnerabile ma corri comunque il rischio. Quella misura autentica che si manifesta solo quando si ha coraggio dei propri desideri e si lascia franare ogni autocontrollo, che rovina solo il gusto di certi baci.

Io avevo sempre voluto solo quello da lui: che mi vivesse senza autocontrollo. Ed era stata una notte come la desideravo.

Il giorno dopo mi ero svegliata con una raccolta d’immagini che potevano essere sogni un po’ azzardati, se se ne facessero di sogni così.

Scandalosi, intrisi di un piacere che forse esiste davvero, circondati di parole che non osavo ripetermi e di promesse che erano sogni fatti insieme. Frasi che i muri della casa, mi ripetevano come a prendersi gioco di me, oppure per regalarmi un altro po’ di quella notte, nei ricordi e negli odori che erano rimasti, oppure in quel bicchiere vuoto che lui aveva appoggiato sul tavolo, non prima di aver lasciato l’impronta delle sue labbra

quelle labbra da ragazzo.

Non so ancora se potrà durare, se smetterò di scappare, ma era bello per me quella mattina, immaginare di poterlo avere davvero, tutto quel sogno. Anche se non avessi potuto averlo, quella mattina non era un problema.

Se non avessi potuto averlo, avrei conservato il ricordo di quella notte, una notte che era stata tutta una vita. Per quello che c’era stato e per la conferma che si possono vivere certe notti che sono tutta una vita. Quello che sogno non è più solo una fantasia, da quella notte.

E ricominciava a scaldarsi qualcosa, in mezzo al freddo del mio disincanto.
Quella mattina mi domandavo se anche lui s’era accorto di com’era stato e per me sarebbe stato già tanto, se mi avesse voluta come si dovrebbe volere, che non si sa per quanto tempo, ma che mi avesse voluta come io voglio lui: come se senza, ti cambiasse il gusto di ogni altra cosa e senti di essere con le spalle al muro, perché indietro, dopo notti come quella, non si riesce proprio a tornarci. Perché il resto scolora e diventa insipido, paragonato a quell’accecante rosso e a quel corpo saporito.

Ogni momento tra me e lui, quella notte, era stato un inedito e in amore, ad una certa età, comincia uno scoraggiante già visto che fa perdere il gusto anche di una semplice stretta di mano.

Era inedito ogni istante, quella notte, anche gli sguardi. Come ritrovarsi a passeggiare per Milano e trovare per caso un localino perfetto per quella sera, con il jazz a fare da sottofondo alle chiacchiere, ed entrare anche se avevamo già cenato, per mangiare anche solo almeno un dolce e brindare con due bicchieri di passito, che ne valeva la pena, ché quella sera era lo scenario perfetto; e pensare che quel locale poteva trovarsi proprio in quel punto preciso della città, oppure in qualsiasi altra parte del mondo e noi essere in vacanza, tanto l’atmosfera era uguale.

Sì, avremmo potuto essere anche a Parigi in quel momento, per esempio, che da li la porta d’ingresso neanche si vedeva, ma dentro era come se si fosse stati in un posto da ricordare, di quelli che quando ti ci trovi dentro, ti viene un illogico impulso di comprare un souvenir qualsiasi, perché sai che dopo, quando non sarai più li, in quel posto perfetto, con l’atmosfera perfetta, avrai bisogno almeno di toccare una cosa qualsiasi ma che arrivi da quel lontano, indimenticabile punto del tempo in cui ci si sentiva da qualsiasi parte, una parte meravigliosa del mondo, a caso, ma la più bella.

Eravamo noi due ad essere meravigliosi, ma il complimento se l’era preso quel bel localino, con il jazz a fare da sottofondo.

E poi, mentre quella notte, che non avrebbe dovuto finire mai, si faceva sorpassare dall’alba, noi ci scoprivamo ancor svegli, nudi e con quel senso di stanchezza dolce, a leggere insieme lo stesso fumetto, prima di addormentarci; appiccicati e sazi di passione e amore e sesso, che c’erano dei punti in cui si confondeva tutto e non si sapeva se era amore o passione o sesso o un’altra parola migliore.

Sazi, ma non ancora di toccarci tra una pagina e l’altra, per non farla finire mai una notte così.

Bisognerebbe prendersi cura di tutta quella meraviglia.

In fondo io volevo solo quello da lui: che non sprecasse quella meraviglia.

 “Ci sarà un giorno in cui non tornerò più”.

“Magari avrai smesso di scappare, prima di quel giorno”.

“Speriamo”.

E volevo tanto scappare ancora, perché quella notte così perfetta mi avrebbe messa nei guai, però ne volevo ancora di notti perfette come quella e allora, quando il giorno dopo l’ho rivisto, di nuovo le mani si arrampicavano sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa, tentavano di creare orme di carezze e con i palmi incerti, mi avvicinavo a quell’incertezza, e così, a testa in giù, mi domandavo se qualcuno di noi sarebbe stato disposto a prendersi cura di quella meraviglia o se sarebbe finita in fondo a un desiderio buttato, in un buio che nasconde tutti le altre occasioni che avrebbero potuto essere.

 

E’ che certe meraviglie non si trovano proprio dietro l’angolo, neanche se scavi. Forse se si accarezza ogni distanza, come facevo io quel giorno, camminando sulle mani e a testa in giù i sogni, per una volta m’indicavano la strada.

 

Mi esibisco in acrobazie
nelle piazze del pensiero
in cambio di occhi
che riconoscano la mia danza.

Non ho cartelli per chiederti
spiccioli d’attenzione
ne abbastanza  voce
per spiegare i sensi.

Sono un artista della strada
per arrivare al mio sogno.
Continuerò ad esibirmi
aspettando di sentire un tintinnio

Edit: Pubblicato nell’antologia "Scrivi con lo Scrittore – A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.

La bambina con le autoreggenti

settembre 11, 2008 1 commento

 

 
Nuvole d’organza bianca e macchie scure; e un fumetto intorno alle labbra, di fumo di sigaretta, vapore acqueo e pensieri che si raffreddano, per mancanza di un orecchio che li raccolga; intorno a quelle labbra da bambina, nascoste da un rosso da donna.

Fa freddo ma lei non sembra farci caso, così poco vestita eppure indifferente al gelo intorno. Mi viene da pensare che faccia più freddo dentro che fuori, dalle sue parti. 

La nebbia mi circonda con il suo velo bianco, è dappertutto: intorno alle cose, alle auto parcheggiate, ai ragazzi che fumano all’entrata del locale, a qualcosa che sta passando dall’altra parte della strada ma che non riesco a capire cosa sia, e a Lara che, per puro caso, si trova davanti la donna che ha fatto soffrire l’uomo che pensa d’amare.

Circondata da nuvole d’organza.

L’unica donna che lui aveva amato. Molte volte si sarà domandata che occhi avesse quella donna, e che cosa avesse di tanto speciale per essere riuscita a farlo innamorare. Me lo sono chiesto tante volte anch’io, dopo: per staccarmelo da dentro con le unghia e buttarlo nel primo caminetto a portata di mano.

La nebbia è intorno a noi, come se fosse li per toglierci l’imbarazzo di ritrovarci da sole: io, Lara e l’organza di quel fumoso contorno, morbido censore che scolora persino le idee, la sorpresa e i rimasugli dei miei ricordi neri.

Respiro piano, senza fretta e quelle macchie nere di ricordi, dentro, a rovinarmi una serata che prometteva una coperta calda ad attendermi a casa e cuscini di sogni.

Invece eccola: l’ennesima ragazzina nelle mani di un carnefice che a quanto pare non ha perso quel vizio.

Il vizio di picchiarle.

Si vede dai suoi occhi, perché sembrano i miei, di una vita fa: occhi bassi e una vergogna mal celata da troppo trucco.
La guardo e mi viene quasi voglia di  rientrare nel locale per cercarlo e chiedergli quando smetterà di ridurre in questo stato le ragazzine. Ragazzine, perché a lui piacciono quasi ventenni: facilmente plagiabili, più appetitose se hanno anche bisogno di una spalla sulla quale appoggiarsi, per stimolare gratitudine e voglia di sdebitarsi. A qualsiasi costo.

Invece eccomi qui, come a guardare la mia vita precedente attraverso un vetro annebbiato e questa quasi ventenne vestita da puttana, la sua puttana, mentre avrebbe dovuto trovarsi da qualsiasi altra parte. Qualsiasi, perché ovunque sarebbe stata salva, ma non li.

Sta piangendo Lara, qui in mezzo alla nebbia e a ragazzi che parlano tra loro e che non si accorgono che a un palmo dal loro naso, una bambina si sta domandando come abbia fatto a cacciarsi in questo guaio. In una mano regge un bicchiere vuoto e nell’altra una sigaretta fumata per metà. Sta guardando qualcosa.
Mi sembra di averla già vista una scena del genere, solo che la ragazzina dei miei ricordi aveva la mia faccia.

Le vado incontro e le dico “Ciao, ti va un caffè?"

"Non ti conosco" mi risponde mentre lancia la sigaretta.

"Hai accettato cose ben peggiori da sconosciuti. Un caffè è innocuo e non lascia lividi". Chi me la da tutta questa certezza che Lara non reagirà mandandomi a quel paese?  "E poi mi conosci. Sicuramente avrai visto delle mie foto, in ginocchio”.

Quest’informazione sembra svegliarla, pensa un attimo e dice soltanto "Tu?"

"Sali?" e le indico la mia macchina parcheggiata proprio li davanti.

Lara sale in macchina senza dubbi e andiamo a prendere un caffè, sui navigli. Dalla parte opposta della città. Sembriamo la strana coppia: la preda e la fuggiasca.

“Non so perché sono qui con te, forse mi si è annebbiata anche la testa stasera. Ma tu ce l’hai scritto in faccia che hai bisogno d’aiuto e so che tipo di aiuto occorre in serate come queste. So che cosa ti fa”.

Laura piange ancora. Sembra che non abbia mai fatto altro nella vita che piangere, questa ragazzina. Le chiedo di non raccontarmi nulla, non ho bisogno che mi spieghi perché si trovava mezza nuda con questo freddo, alle due di notte, davanti ad un locale e quale sia l’ennesima colpa che quell’uomo ha commesso, facendo crollare temporaneamente il finto castello di certezze che crea intorno alle ragazzine delle quali abusa.

Il cameriere ci porta i caffè e posticipa di qualche istante la domanda secca che Lara mi spara li, sul tavolino:

“Com’è andata davvero fra voi due?”

Stasera, il dubbio comincia a farsi strada nella sua testa e Lara ha voglia di nuove versioni.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

 Eravamo invincibili. Da far invidia”.

Questo vorrei raccontarle.

E poi “l’amore finì, come a volte accade”.

Eravamo l’incontro perfetto”, vorrei dirle, “di quel calore che avvolge e di quel freddo residuo di precedenti abbagli e di altre solitudini.

E ci scaldavamo.

In un letto teatro di perfezione o in giro per le vie della sua città. Passeggiando i nostri sogni e le nostre confidenze, incrociando mani e progetti”.

E cerco e rovisto e seziono i miei ricordi, ancora una volta, per trovare qualcosa di bello, che valesse davvero la pena, rimasta attaccata a quelle altre parole, parole sporche; da raccontarle, adesso, sospirando un "peccato" divertito e un po’ nostalgico, magari.

Come a volte accade. A qualcuno più fortunato.

Vorrei dirle che “no, non mentiva. E non fingeva. Quando era quell’uomo che ho amato.

Quando l’ho amato”.

Era l’uomo che si intrufolava nei ricordi e metteva tutto in disordine, da non ricordarmi più cosa era successo prima e cosa dopo e quanto male mi avevano fatto le altre delusioni, quelle di ragazzina acerba.

Era l’uomo che m’incontrava bambina e mi scopriva donna, piano piano, ma a volte anche in fretta; con la stessa impazienza che ci metteva quando apriva i miei regali: strappando la confezione senza cura. 

Mi sembrava la ricompensa, ricordo. Volevo che fosse il riscatto, invece era la beffa. La peggiore disfatta.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

E crescevo, negli anni e con me la paura che mi aveva trovato negli occhi quando mi aveva incontrata.

Un giorno fortunato” dicevamo.

L’ha nutrita coi vizi, nei giorni di festa, quando si vestiva d’inganno; e nella quotidianità, quando apparecchiavo di speranza la sua tavola, condita di rabbia e meschinità.

E aprivo quelle piccole finestre, per farne uscire un po’, prima che  mi soffocassero davvero, per evitare di mandarle giù, in fondo all’anima a far numero con gli altri dolori. Con le altre saggezze.

Ed ora cerco qualcosa di buono, perché i miei anni non siano andati sprecati.

Ancora una volta sprecati. Per togliere qualche senso di colpa a questa bambina che ho di fronte,  per aver dato in prestito il suo meglio a un uomo così; vorrei dire che lo riavrà, quel meglio di lei che gli ha dato, ma non è così che funziona, nella vita dei grandi.

Vorrei trovare qualcosa che non mi faccia soltanto vantare di una

saggezza dolorante che mi cresce in fondo ai pensieri e mi toglie fiducia, mi ruba speranza; lasciandomi fredda ad osservare gli slanci, con mio fratello Cinismo a farmi da eco nei “No, grazie”.

Purtroppo è una sera in cui non ho in prestito illusioni per inventarglielo, non ho neanche qualche bugia utile, vestita di nebbia, come nei giorni di allora, in cui travestivo il suo sorriso di sfumature delle quali non era capace e lo tingevo d’intenzioni che neanche immaginava.

E’ che avevo abbastanza fantasia per tutti e due.

E non posso disegnare in quei ricordi quel buono che mi basti come alibi, quando resto muta di fronte a queste domande. Quando ho bisogno di raccontarmi e di dire che “sì,

Eravamo invincibili. Da far invidia.

E poi l’amore finì, come a volte accade”.

Nient’altro vorrei raccontarle e nulla di quello che so, vorrei sapere. Delle cose che accadono, del male che ti viene a trovare senza neanche bussare alla porta di casa, senza biglietto d’invito. Senza avvisare.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

E non vorrei dover raccontarle da cosa sono davvero scappata. In ritardo sì, ma comunque scappata. Però devo farlo. Non salverò la bambina che ero, ma posso provare a salvarne una adesso, che mi guarda con gli occhi dissolti in pozze di paura, col trucco  a sciogliersi insieme alle bugie alle quali ha voluto credere.

Nient’altro vorrei sapere di inganni e gite desolanti nelle terre della perdizione e del dubbio.

E dire "peccato”, sì, lo vorrei dire, che “poi l’amore svanì, come a volte accade, ma niente potrebbe farmi dimenticare quel bello che c’era, quando c’era”.

Non c’era e Lara non troverà nessun bene nei miei ricordi di quel tempo, per inventarsi ancora una volta quell’uomo: solo macchie scure.

Non trovo nulla di buono in quella vita, da prendere  e usare per giustificare quel tempo ed il suo.

Niente da salvare. Niente.

Ci sono solo macerie e i miei vecchi sogni abbandonati negli angoli della memoria. Insieme alla polvere; insieme a questi altri, di quest’altra ragazza ferita.

Non c’è alcun modo per dire di me che “fui ingannata ma c’era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri“ ne per dirle che lei “è stata ingannata ma c’era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri”. No.

Quelle macchie scure sono ancora qui e mai se ne andranno del tutto, qualcosa di lui resterà a ricordarmi che basta aprire una porta sbagliata, solo una, e qualcosa da dentro va via, insieme a quell’idea che non era neppure verosimile. Qualcosa di lui resterà nei miei racconti e non sarà mai qualcosa di buono. Neanche per lei lo sarà.

Qualcosa è rimasto però, di quella ragazzina che ero prima di lui, prima d’incontrarlo, quel giorno.

"Un giorno sfortunato" direi.

E’ la mia parte migliore.

E’ quella che guardo adesso, specchiandomi nel riflesso di questi grandi occhi da bambina che mi guardano e vorrebbero trovare qualche dubbio per non credermi.

E’ che sono molto diversa da come lui mi ha raccontata.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

Bevo un sorso di caffè e le rispondo con tutta la sintesi della quale sono capace:

“Tra noi due non è andata” senza aggiungere altro.

“Tu sei scappata, vero?” Lara ha voglia di scappare e ha bisogno di sapere se è una ragazza cattiva e incapace o se qualcun’altra può avere avuto lo stesso impulso. “Non ti ha lasciata lui. Si sente che non è vero, quando lo dice, perché è sempre molto arrabbiato quelle poche volte che parla di te”.

“Direi che scappata è il termine esatto”.
“Perché?” gli occhi di Lara hanno un solo piccolo momento

d’interesse. Se è questo che devo fare per spingerla oltre quel cancello già spalancato che deve oltrepassare, lo faccio.

Allora comincio a raccontare.

Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere. Nella sceneggiatura di quegli incontri era previsto che piangessi, e nessuno ha ascoltato i singhiozzi, i "no", i "non lo fare, non voglio". Le lacrime erano coreografiche. Copiose. In quei giochi tutto è concesso dal momento in cui ti trovi li, e lo sa anche Lara che è così che succede. Non c’è più molto tempo una volta che sei dentro. A meno che tu non scappi. Ma c’era lui e io non volevo perderlo. Avevo il terrore di perderlo. Volevo fare la dura, la donna dei suoi
sogni, il suo ideale di donna.

Nemmeno io mi ero ascoltata.

Nemmeno Lara si è ascoltata.

Questa stupida ragazzina che per inseguire un sogno, per non perdere un uomo che credeva d’amare, si era lasciata accompagnare in un osceno mondo fatto di sangue e violenza; e lacrime a ripulire tutto il casino.

Ricordavo tutti i miei no e che parlavamo molto e litigavamo. Poi, lui minacciava abilmente di smettere di farlo, che non ero come voleva lui. Allora in me scattava quel malato meccanismo di rifiuto, e Lara ha coraggio solo di farmi cenno di sì con la testa, senza emettere alcun suono. Non potevo accettare di non essere come voleva lui. Io DOVEVO essere all’altezza. Allora ci riprovavo, ricominciavo tutto da capo. Le botte, le orge, le umiliazioni in pubblico. Quelle mani estranee che mi toccavano perché lui voleva sentire il potere, voleva poter disporre del mio corpo e sentire di poterlo fare ogni volta.

Mi diceva che ero lesbica per vedermi scopare con le altre donne, che non lo volevo ammettere, ma lui lo capiva. Mi sono pure convinta di quello per un po’, che mi piacessero le donne davvero. Mi trasformava ogni giorno. A volte penso che le botte fossero il

male minore.

Lara mi guarda come se fossi li, seduta di fronte a lei a bere cappuccino e a descriverle la sua vita, in questi ultimi due anni, non la mia. Si nota dai suoi occhi e io li guardo come se ci fosse un gobbo nelle sue pupille e leggessi da li i suoi segreti inconfessabili.
Non le risparmio le parole più dure: deve ascoltarmi, rendersi conto che quell’uomo ripete gli stessi meccanismi con tutte le ragazzine che gli capitano.

Ero la nota stonata in quel mondo, le dico. Ero la bambina con le autoreggenti in mezzo a vecchi porci, come lei.

Poi ho capito una cosa: che non era importante che lo volessi o no, se ero plagiata o costretta. Io ero li e questo dava delle colpe anche a me, non solo a lui: mi aveva cambiata e quelle cose le facevo io: la donna in cui mi aveva trasformato.

Ho camminato per qualche mese ad occhi bassi con un’enorme paura di incontrare qualcuno e dovergli raccontare quello che avevo fatto, dov’ero stata o che quel qualcuno vedesse in me la donna in cui mi aveva trasformata e non la donna che ero, laggiù in fondo all’orrore, nascosta dalla vergogna.

Le racconto che c’era stata una notte poi, in cui era successo qualcosa di troppo e ad un certo punto avevo cominciato a sentirmi sporca, ed ero scappata: mi ero nascosta il più lontano possibile da lui, perché vederlo mi spaventava. I suoi occhi erano testimoni di tutti quegli errori che avevo commesso, per lui.

Non dovevo fare quelle cose, che adesso anche Lara si costringe a fare, per non perderlo. Ero scappata cercando da qualche parte di trovare il modo per ripulirmi.

Chi riuscirebbe a sopravvivere lasciandosi plagiare in questo modo da un uomo? Chiedo a questa ragazzina ammutolita dalla verità. Significa smarrirsi interamente ed agire mossa da fili invisibili e sottili. Avrei dovuto essere fiera di me per esserne uscita, per aver avuto la forza di recuperare quello straccio di autostima che avevo ancora e scappare, ma mi sentivo così maledettamente sporca. Allora sono fuggita ancora più lontano, ma le confesso, che nonostante la distanza che mettevo tra me e il luogo dove tutto ciò era accaduto, i ricordi mi seguivano. I ricordi delle frustate che erano come piccoli schiaffi, ma il dolore durava di più; dei colpi di bacchette, che erano come morsi, ma gonfiavano in modo peggiore; delle colate di cera al buio, che non sapevo mai dove sarebbe atterrata la prossima scossa; delle pinze in ogni centimetro di pelle utile ad adornarmi di oltraggio.

Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere.

Il sesso rappresentava per me un legame a quei ricordi. Avevo paura d’essere anche solo toccata e spesso ho pensato di non meritare più nulla, perché alla storiella che non volevo, che una malattia chiamata "troppo amore" mi aveva imposto di seguirlo in ogni dove, non avrebbe creduto nessuno. Cercavo qualcuno che mi perdonasse al posto mio, ma poi ho capito che l’unico amico decente che in questi casi puoi trovare per farti aiutare, si chiama Tempo. Piano piano ho ritrovato quel po’ di quella bambina che era rimasta, dietro ai lividi.

Com’era andata? Peggio di così…

Smetto di raccontare perché Lara sta leggendo un sms. Sicuramente è lui che la sta cercando.

“Devi liberartene, Lara, non c’è altro modo, non c’è altra svolta che può prendere questa storia”.

“Non posso perderlo. Lo amo” .

“Adesso credi di amarlo, perché gli stai dando tutto quello che vuole, perché ogni cosa che lui ti obbliga a fare, ti lega sempre di più a lui, perché ogni volta è una parte di te che perdi e devi convincerti che il motivo per il quale l’hai persa è che l’amavi e bisognerebbe amare veramente troppo, per farsi fare quelle cose. Amare qualcuno più di se stessi al punto da non ritenere necessario proteggersi. Ma non lo ami. So che ti sembra assurdo sentirti dire che non lo ami, ma tu non lo ami. Non si può amare nessuno che ti trascina in quei vicoli di niente. Che ti presta ad altri uomini, che ti gonfia di lividi, che ti cancella la stima di te a colpi di bacchette”.
“Ti sento raccontare la tua storia e mi sembra di sentire qualcuno che racconta la mia storia. E’ questo che mi obbliga a continuare ad ascoltarti. Solo che tu sei più forte di me”.

“Liberati di questa storia e troverai questa forza già dal giorno dopo”.
“Non posso liberarmi, perderei tutto quello per il quale mi sono sacrificata, e questo” mi mostra le cicatrici delle manette, questa bambina “non sarebbe valso a nulla. Non posso accettare questa sconfitta. Lui un giorno mi amerà come desidero. Devo solo dimostrargli ancora che sono disposta a fare di tutto pur di non perderlo. Lui così si fiderà di me”.

La guardo ed è come se un fumetto le si disegnasse sopra ai capelli neri. Si sta domandando fino a quando riuscirà a resistere a quel dolore, a quelle umiliazioni.

All’inizio, pensava di volerle, addirittura. Tanto tempo fa, quando aveva bisogno di farsi del male.

“E’ che non è li la tua vittoria. Non vinci usando come arma la tua coscienza. Si vince perché ci si scopre simili. E’ una confortante banalità. E tu non sei simile a quell’uomo. Dovresti sentirti fortunata per questo e sicuramente un giorno lo sarai. Tu credi che lui sia un uomo speciale, in realtà non vale niente. Vale meno di questa nebbia, che sembra circondare tutto, essere infinita, ma usa l’illusione, nasconde la realtà, toglie i contorni. Quando ti sveglierai sarà sparita e ricorderai com’erano belle le cose prima del suo arrivo e come bene ci vedevi anche da sola e com’era bello, decidere cosa ti piace e come vuoi che un uomo ti tocchi”.
Lara mi ascolta senza parlare e le mie parole la scaldano più del cappuccino che ha ordinato poco fa.

Mi sussurra: “Ho paura che quella nebbia stia già sparendo”.
Quando si vede con chiarezza, i sensi di colpa hanno contorni insopportabilmente nitidi.

Le sorrido, perché so che questa è comunque una buona notizia.
“Cos’è successo quella notte? Quella che ti ha fatto decidere di scappare?”
Le dico che una sera mi aveva accompagnata in una stanza. Mi aveva riempito il corpo di pinze. Ce le avevo ovunque. Glielo dico guardandola in quelle pozze di paura. La mia voce non potrebbe essere più calma di così.

Almeno venti su ogni capezzolo e due pinze con i pesi tra le gambe, una per lato. Mi aveva stretto le manette a polsi e caviglie. Non potevo muovermi.

Se mi muovevo, anche le pinze si muovevano e io urlavo.

Se mi muovevo, i pesi tra le gambe oscillavano e io urlavo. Dovevo stare ferma, non potevo liberarmi.

Il dolore era orribile, ma era peggiore la sensazione di trappola, di sapere di non potermi muovere perché avrei subito un dolore più forte. Ero in un cerchio.

Il cerchio di dolore e paura che aveva creato era la chiara riproduzione di quella specie d’amore che provavo: stavo male, ma se avessi accennato un piccolo movimento per liberarmi, avrei cominciato a ricordare fin dove ero scesa, nel fondo di oscenità e dolore, e sarei stata anche peggio. Era meglio star ferma, in quella vita e continuare a provare quel dolore, che ormai conoscevo e sapevo esattamente quando sarebbe finito, ma che era niente, paragonato a quell’altro, che non conoscevo.

I lividi dopo qualche giorno se ne vanno. Quel senso di colpa se ne sarebbe mai andato, invece?

Piangevo e lo pregavo di liberarmi, di togliermi le pinze, almeno quelle tra le gambe, che non le sopportavo. Il dolore arrivava come se la mia carne gridasse. Forti picchi di dolore

shhh
poi piano piano diminuiva ma poi di nuovo un altro picco di dolore
shhh
e dopo diminuiva ancora.

Mi ero accorta che piangendo mi muovevo di millimetri e quel movimento muoveva le pinze e i pesi ed era quella la causa del

dolore. Allora smetto di singhiozzare.

Le lacrime scendevano silenziose e io lo guardavo e sussurrando, lo pregavo di toglierle o di staccare almeno i pesi. “toglile, ti prego”, dicevo quasi in un soffio.

Lui con quel suo sorriso sadico, soddisfatto, osservava la sua creazione, il suo luna park di dolore. Dopo aver scattato qualche foto, aveva preso in mano la frusta e giocava con i pesi, li faceva muovere. Ogni oscillazione dei pesi era un picco di dolore molto più forte di quelli che lo avevano preceduto.

shhh, shhh, shhh

E poi aveva cominciato a dare colpi di frusta sulle pinze attaccate ai capezzoli.

shhh, shhh, shhh

Ringraziami, mi comandava

Ringrazia il tuo padrone che si sta divertendo a giocare con te, diceva
E io continuavo a soffiargli di fermarsi.

Ringraziami o ti lascio qui tutta la notte.

Provavo a pensare a qualcosa di divertente, tipo che il mio bel seno rotondo in quel momento doveva sembrare una specie di ombrello aperto, visto da sotto, con tutte quelle pinze attaccate intorno ai capezzoli. Non mi riusciva di sdrammatizzare però. Non mi riusciva di ringraziarlo per avermi ridotto il petto come due ombrelli aperti, visti da sotto. Tante altre volte mi aveva obbligata a ringraziarlo per il dolore che mi concedeva, ma quello era troppo. Non vedeva che stavo cedendo? Che il mio corpo non sopportava altro? Che mi si piegavano le gambe?

Come poteva chiedermi di trovare la forza anche solo per inventarmi un grazie?

Ho cominciato ad urlare, talmente forte che sembrava fossero tutti gli urli che avevo soffocato quella sera e tutti quelli che avevo risparmiato le altre notti e tutte quelle a venire che no, non avrei vissuto. Meglio cacciarli fuori tutti in quel momento, ad un volume devastante, che era come frustate, ma non faceva quel male.
Un urlo che era un misto di dolore e qualcos’altro.

La mia coscienza mi guardava da dietro le sue spalle: nuda, legata, con pinze dappertutto e il viso un lago di paura e urlavamo, io e la mia coscienza.

“Non gridare così, troia, che svegli tutto il palazzo” ma il suo sguardo aveva perso l’eccitazione, l’orgoglio e la sua sicurezza.

Io non smettevo. Io urlavo. Gli gridavo liberami, basta, aiuto e mentre mi dimenavo le fitte di dolore, urlavano anch’esse
shhh, shhh, shhh

Urlavamo, io, la mia coscienza e le mie fitte di dolore.
Così lui buttava la frusta per terra e mi liberava.

Altro dolore: il peggiore.

Le pinze e Lara annuisce, bloccano la circolazione in quel punto dove sono state attaccare. Quando le togli, tutto il dolore che non hai provato in quel punto, per tutto il tempo che sono rimaste attaccate, arriva in un solo colpo, quando il sangue ricomincia a circolare.
Ogni pinza, una pugnalata.

shhh
Un solo colpo, tremendo, per ogni pinza che toglieva.

shhh
Non ce la facevo più e lui, quasi spazientito non mi lasciava neanche riprendere tra una pinza e l’altra: le toglieva ad una velocità insopportabile. Voleva gustarsi un altro po’ di tortura.
Paradossalmente, in quel momento, in silenzio, pregavo che arrivasse il più lentamente possibile la liberazione che avevo preteso urlando.

Quando avevo ricevuto tutte le pugnalate per ogni pinza, che gli avevo permesso di attaccare al mio corpo da ragazzina e quando mi aveva finalmente liberata, me ne sono rimasta in ginocchio, per terra, a piangere.

Lui tentava di tirarmi su, ma io ero stanca, disperata e lo odiavo.
Tutta la storia con la quale mi aveva raggirata, che nei giochi sadomaso esiste un limite e una saveword che se una schiava la pronuncia, il sadico si ferma, era una presa in giro. Ti fa dare fiducia a quel carnefice, finché arriva il giorno che tanto aspettava, per farti tutti gli esperimenti che sognava già dall’inizio e quel giorno tu non puoi muoverti. E’ il giorno in cui ti fa toccare il basso più basso che potessi raggiungere e il fondo più fondo delle tue forze. La soglia del dolore sembrava una elastico.

Quella notte quell’elastico si era spezzato.

Lui mi stava dicendo che ero magnifica, una magnifica schiava che aveva dato molto piacere al suo padrone orgoglioso e io volevo ucciderlo. Credeva che il benessere ricevuto da quella specie di lusinghe, potesse anestetizzarmi ancora. Come le altre volte.
Ero rimasta li, per terra, fino alla mattina dopo.

Mi ero rialzata ed ero andata in bagno a guardarmi: il mio seno era livido e il ricordo delle pinze era disegnato tutto intorno. Il gonfio souvenir dei pesi, non mi permetteva di camminare.

Ho fatto una doccia e mi sono vestita.

Lui era a letto e mi guardava.

“Io me ne vado. Ringraziami solo perché non vado alla polizia a denunciarti”.
“Eri consenziente, troia. Denunciami e io mostrerò tutte quelle foto che ti ho fatto mentre ridevi oppure mentre leccavi la mia frusta”.
Dov’era finita la sua meravigliosa schiava?

Ero stata consenziente, aveva ragione. Avevo accettato io quell’orrore nell’amore. Fino a quella notte.

“Ero consenziente, sì. Ora acconsento di pensare che tu sia morto”.
“Non vali un cazzo come schiava, non valevi un cazzo neanche ieri sera. Ne troverò altre cento migliori di te, che non fanno tutte queste storie per quattro pinze. Le voglio menare come un fabbro e loro devono godere”.

“Spero di no, per loro”.

“Però poi l’ha trovata. Non te. Prima di te ce ne sono state tante, poi te”.

“Se hai già vissuto una notte così, allora vattene Lara. E’ per questo che non riesci più a smettere di piangere?” Non riusciva a smettere di piangere, come se non avesse fatto altro nella vita che

 piangere, quella ragazzina.

“Si l’ho vissuta proprio stasera, prima di uscire per venire al locale.”
“Allora vattene”.

“Come si fa?”

“Niente piccola, si prepara solo una valigia e ci si mette dentro il più possibile e non si torna a prendere il resto. Perché se tornassi, ti convincerebbe a restare. Ti direbbe delle cose per farti restare.
Ciò che conta ce l’hai dietro a questi grandi occhi. E’ solo quello che devi salvare”.

Lara non ha voluto tornare neanche per fare la piccola valigia, dove mettere il più possibile.

Mi chiede di accompagnarla a casa di sua madre, perché ha paura che lui le dica quelle cose per farla restare e sa che la convincerebbe.
Chissà quante altre volte l’aveva convinta.

Lara cammina su pozzanghere fatte in casa adesso. Questa pioggia la invade dalla testa e non si riesce a capire da quale nuvola arrivi. Non porta mai con se l’ombrello quando è in vacanza e lava i panni sporchi in lavanderie a gettoni. E’ scappata dalla casa degli orrori. E’ tornata nella casa dov’è cresciuta, per farsi aiutare dalla scatola che conserva sua madre, quella con le sue foto da bambina, per ricordare chi era prima che l’incubo le confondesse i pensieri.
E’ ancora viva. Strano.

Ha nel piatto solo avanzi di cene consumate.

Banchetti, abbuffate, spuntini passatempo e passasolitudine, il suo corpo è seppellito da chili di cibo insinuati in lei a forza da rabbia, vizio, paura. La rabbia ha sempre molta fame, il vizio vuole sempre godere, la paura ha bisogno di colmare.

Adesso sta seguendo una dieta, dice che quando l’anno prossimo si guarderà allo specchio e rivedrà la sua forma di un tempo, capirà che sta tornando, che in fondo le brutte esperienze, anche se ci cambiano, non ci fanno sparire mai del tutto. Lara ha bisogno di rivedersi. Lo sa anche lei che è solo un illusione sperare che una dieta le ricordi chi era. Ma ogni espediente è utile quando non si sa da che parte cominciare. Non ha importanza da dove si parte. Lara deve partire.

Ricomincerà dalla bilancia, oppure dalla casa nuova dove pensa di andare ad abitare. Lara deve ricominciare da qualsiasi cosa. Le serve una prova, anche una superficiale, che le mostri che può farcela, che la sua forza ancora esiste, anche se negli ultimi tempi sembrava averla abbandonata. Chissà dove, ma c’è.

Eppure è ancora viva. Strano.

Quando il carnefice la colpiva, con le fruste, con le mani, una sera addirittura con un tubo di plastica, la scuoteva.

Cinque centimetri di diametro, dicono che lasci segni gonfissimi sulla pelle”.

Dicevano bene” pensava lei, mentre si guardava allo specchio e piangendo sentiva la mancanza della casa dove viveva da ragazza, con il mare che la osservava dalla finestra e le faceva venire voglia di nuotare. Invece, in quei momenti, guardava fuori dalla finestra e aveva solo voglia di buttarsi giù o di scappare, ma non ci riusciva. Non aveva più forza.

Sembrava verificasse se respirava ancora, quando la colpiva. Anche lei se lo chiedeva spesso. Perché uno se lo chiede se è ancora vivo quando si lascia fare tutto quel male. Ma anche meno, perché meno di quello sarebbe stato comunque troppo e in quei posti anche a volerli cercare i sogni, proprio non ci sono più.
Fu per questo forse che gli permise sempre di colpirla? Le serviva per provare se ci fosse ancora vita dentro?

Era sempre ancora viva. Strano.

Per rinascere devi piangere, come il giorno in cui nascesti.
Piangi e guardi un mondo nuovo.

Lara è a casa, ma non ne proverà il sollievo che sperava quando

sognava di tornare. Ha l’anima imbrattata di colpa e gli occhi

 macchiati da ricordi che non osa raccontare.

Piangerà e in quel pianto canterà tutto lo stupore e il dubbio della scoperta. E’ viva. Si guarda allo specchio e promette che ce la farà. Non tornerà nella casa degli orrori. Ha promesso di non farsi più colpire. Ha promesso di vivere.

E’ di nuovo ancora viva.

Si accarezza e ricomincia a sognare. Sogna qualcuno che le ricordi la dolcezza e che la tranquillizzi, spiegandole che dopo un bacio non arriva nessun colpo e non deve dimostrare il suo valore contando quanti colpi riesce a sopportare.

Sta tentando di ritrovare una ragazza. Quella che era prima che il carnefice la vestisse di peccato, la gonfiasse di vizio e la insanguinasse di violenza. La troverà.

Lara è viva. Questa volta davvero.

Edit: Pubblicato nell’antologia "Scrivi con lo Scrittore – A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.

Niente di Strano

luglio 19, 2008 9 commenti

Doveva essere in cucina, seduto a capotavola. Mi avrebbe guardata appena, senza salutarmi, per non perdersi la pubblicità dei sofficini. Io sarei corsa dalla mamma, che cucinava in veranda. Lei mi avrebbe abbracciata e avremmo condito il ragù con i racconti speziati della mia vacanza.
Non c’era però, mio padre.
Ho notato che mancava, da quei dettagli a cui ti abitui quando vivi con qualcuno e gli occhi, se non li trovano, hanno le vertigini.
Come quando sali scale al buio: ti aspetti che ci sia un altro gradino e invece sei arrivato. Il piede sente un senso di vuoto, poi sbatte forte sul pianerottolo.
Guardavo la stanza e il mio sguardo sbatteva contro la sua assenza.
Non c’erano le sue chiavi di casa, appese alla parete accanto al frigo, ne’ le sigarette e l’accendino a fianco, appoggiate sul ripiano. Piccole cose sì, ma significano.
Se n’era andato di sera, mentre io scattavo foto a città nuove. Non ho visto il fagottino che s’era preparato, con la stecca di MS morbide, le schedine del SuperEnalotto e trent’anni di matrimonio. Ci stava tutto, in quel fagottino.
I silenzi occupano poco spazio, le assenze anche meno.
Forse è stato un bene, non assistere. Non serve un’altra goccia, in questa pozza di ricordi che fanno un male strano. Ci sono buche vuote in cui s’inciampa e nessuno con cui prendersela. Il solito silenzio a cui sfogare la sconfitta.
Ricordi bianchi, mani immobili e mai parola per insegnare vita, raccontandomi la sua, magari.
Quello che so me lo raccontava mio cugino Nino, d’estate. Ci sedevamo in terrazza e mio padre lo guardava storto, mentre lui ripassava i loro anni: quando il nonno era ancora vivo e non c’erano soldi, ma abbastanza fantasia per inventarsi un bel vestito. Ti voglio bene lo diceva solo Anna Magnani e i bambini si baciavano solo se dormivano.
Gli preparavo un caffè ogni paio d’ore: a Nino il caffè mette parlantina, più d’un litro di rosso.
Se aggiungevo del tè freddo, la volta dopo mi portava delle foto. Mio padre non ne aveva, di quelle domeniche in bianco e nero, abbracci approssimati per lo scatto e ciuffi gonfi di brillantina.
Lui sorride da immagini intagliate dal passato, mute anche loro. Adolescente, con sogni a prendere colore sotto al sole; sullo sfondo Mondello, quando ancora dal Belgio non erano arrivate le cabine, a rovinare la vista della sabbia bianca.

“Se n’andò, vero?” ho chiesto a mia sorella.
“Sì” ha detto, con poca tristezza negli occhi: una pagliuzza nel suo sguardo sollevato.
Prima che sbattesse la porta, era riuscita ad appoggiargli sulle spalle un po’ di rabbia e qualche ricordo, di quelli bianchi, come i miei.
“Non m’ha salutata” lamentavo da occhi tristi, arrabbiati e una pagliuzza di sollievo.
“T’avrebbe insultata o t’avrebbe lasciato un altro livido” ricordava.
“Meglio cosi, dai” e m’impegnavo in un sorriso.
La tv era spenta, una bachata suonava dalla camera di mio fratello.
Musica alle nove di sera e lo spazio per una confidenza: sì, se n’era proprio andato.
Mi ha lasciata con la ragione in gola, prima che potessi perdonarlo e s’è portato via il suo orgoglio d’uomo; quello di padre ce l’aveva lasciato come centrotavola.
“Apparecchio” m’è venuto da dire.

Nino non me lo racconta più, mio padre, quando è estate, e mescoliamo storie imbiancate di salsedine e caffè. Ha arredato anche casa sua, con quel dolore strano, l’anno scorso.
Un altro fagottino e ricordi bianchi di suo zio.
Il tè non porta foto, il giorno dopo: sono amarezza in vecchi album di famiglia.

Stasera una Rumba Yambù accompagna l’eloquenza, mentre le parole che vanno dette ballano sfrontate, in casa mia.

Versione  stampabile VolanZine

Vita da Blogger – il libro (elenco blogger partecipanti)

dicembre 20, 2007 4 commenti

Splinder (19/12/2007) Ce l’abbiamo fatta, il libro di Vita da Blogger è finalmente finito e disponibile per l’acquisto online su Lulu.com 🙂 Ecco l’indice dei contenuti del libro: Due parole prima di iniziare – Paolo Murgia e Roberto Lo Jacono Introduzione: meccanismi di desiderio – Guido di Fraia 1. Il Diario è Aperto: i dati della blogosfera italiana – Enrico Maria Milič, Enrico Marchetto e Leggi ancora

Splinder (19/12/2007) Alla SplinderNight l’abbiamo anticipato e oggi, dopo un bel giro di editing e correzioni, possiamo annunciarlo ufficialmente: il libro di Vita da Blogger è pronto 🙂 Per chi ancora non lo sapesse, Vita da Blogger è uno spazio di gruppo nato nel febbraio 2006 per raccontare come il blog può cambiare anche concretamente la vita di chi lo mantiene. Nel corso dei mesi Leggi ancora

Ci sono anch’io!  con questo pezzo:

http://vitadablogger.splinder.com/post/8893836

Memoria

ottobre 31, 2007 8 commenti

Tu eri Amore per quella ragazzina che ero; con gli anfibi distrutti dalla mia ostinazione a portarmeli in giro anche al mare, come in quella foto che è ancora incorniciata: il costume azzurro e gli anfibi neri ai piedi. Seduta sugli scogli, a Isola delle femmine.
In un tempo senza ore né appuntamenti, ti amavo; ce ne andavamo in giro senza attese, né promesse. Il domani era solo il nome da dare al giorno dopo oggi.
Raccoglievamo la vita con unghia pulite e mani senza rughe. Tanta ce n’era che non c’era modo di consumarne neanche la metà.
E incrociavamo mani per contatto, ché non servivano per complicità, per lottare contro i mostri: non c’erano, in quei giorni acerbi.
Ci arrampicavamo per montagne alte, con l’erba secca sotto ai piedi per il sole dei nostri giorni giovani; senza ausilio di corde e di picconi, sudati e felici vedevamo il mare, da lassù e gli urlavamo “Bello!”. A squarcia gola, senza pensarci stupidi.

Avevo diciottanni, hai preso in mano una siringa e me l’hai mostrata, come fosse uno di quei giochi ingenui, che avevamo condiviso fino a ieri, che era diventato tutto a un tratto un bel ricordo.
Nel tempo di uno schizzo.
Me l’hai mostrata usata, guardandomi dalle pupille a spillo, che mi graffiavano d’angoscia e di un dolore che non conoscevo ancora. E c’era quella goccia di sangue, che t’aveva sporcato la camicia bianca, a fissarmi dalle trame. La camicia che avevamo comprato all’Upim, con lo sconto, perchè la indossassi alla mia festa.
A guardare quella chiazza mi si arrossavano gli occhi e si allargava la paura di non farcela. Una paura ancora senza nome.
Niente palloncini d’elio col mio nome da far scoppiare, a quella festa. M’era esplosa in faccia una realtà, però. Troppo rumore.
Le mie mani toccavano pareti consumate d’abbandono, a quella festa; e carta da parati a fiori grandi, nei pressi della stazione centrale.
Buon compleanno, io sto in trip, dammi dieci minuti e mi riprendo.

Fumavo sigarette di pazienza, ad aspettare che tornassi dal tuo flash, mentre le tue mani tremanti mi accarezzavano in un modo da farti sembrare un altro. E già lo eri.
E mi chiedevo come mai il paradiso e l’inferno riuscissero ad avere stessi colori e facce, stessi giorni, ma dentro sentivi qualcosa di diverso, che si spaccava ed il rumore dei pezzi di speranza ti aiutava a non sentire l’urlo.
Ho atteso anni, per riconquistarti e vincere quell’altra. Ma ogni volta che la scacciavo via, con un colpo della mano, si perdeva in mezzo all’aria e mi pioveva addosso, dalla testa alle t-shirt rosa confetto. Perfino sugli anfibi neri. Ad imbrattarmi i passi nella fuga.
Perchè tu sei stato la mia prima fuga.

E mi frugano dentro, oggi, per trovarmi l’ironia del vivere, la stessa che uso quando scherzo su veline e tasse alte, senza capire che me l’hai portata via, in un boccone, con quella torta al gusto amaro della tua eroina. Lo sentivo ad ogni morso quell’odore acido; mi chiamava per nome, dalla tua bocca, e ogni bacio aveva quel sapore malato di un amore andato sciolto, nel cucchiaino del servizio buono di tua madre.
E pillole di exasy e niente caramelle per la bimba.
Valla a trovare l’ironia con questa memoria.
Come il ricordo di quella sera che, per raggiungerti, mi ero ubriacata, finché le parole avevano smesso di significare, e avevo vinto la prima fila, in ginocchio, a vomitare altra ingenuità. Che ancora adesso, quando sento odore di vodka al cocco, mi sembra di sentire gusto di prove senza senso, di disfatte e d’impotenza.
E vomitavo in riva al mare. Rosso divieto d’accesso, in quell’acqua limpida.
Sempre questo mare, a guardarmi calmo, anche quando c’è da urlare.

Mi sei rimasto dentro in un modo più definitivo di altri primi amori, che non si scordano.
Non ho conosciuto solo il tuo di male, in tutti gli anni dopo. La sfortuna a volte sembra che ti prenda in simpatia. Ma tu sei quel dolore prematuro, quel primo passo verso l’abbandono del coraggio di uno slancio.
Altre gite, nel nero che ti capita, le ho fatte. Sapessi. E prese di coscienza e salti giù nei fossi. E poi riemergere.
Adesso sono qui, ventottanni.
Ho con me la saggezza di questi anni e quelli, passati a rovistare tra le scelte e cocci di realtà buttati via. E a collezionare bei ricordi per non smettere di crederci.
Oppure sono solo senza scampo. Sopravvissuta a qualche inferno di troppo. Goduto qualche gita in paradiso. Troppa verità a seppellirmi le illusioni d’occasione.
Ma si può essere felici anche così, con questa conoscenza, e questa verità a suggerirmi i passi. Ad aspettarne altri o prevederli.

E’ che ti resta una ragazzina con gli anfibi neri ancora ai piedi, a tirarti calci nello stomaco.

Aggiornamento: pubblicato nell’antologia “L’eroina è merda che sa di vaniglia“. Collana: tema libero Edizione: Cicorivolta.

Segnalato tra i fiori del forum di Scrivere De Agostini qui:
Memoria

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: