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‘Non ho più notizie di me da tanto tempo’ A.M.

gennaio 15, 2013 6 commenti

"Non ho più notizie di me da tanto tempo"Senza braccia, né mani, né gambe, neanche un piede per avvicinarmi o scappare.
Senza dita per farti cenno d’avvicinarti, che anche la vista se ne sta andando.
Sono tutta memoria, quella che ho capito e quella che non so raccontare, indigesta o un boccone troppo grande da poter mandare giù così su due piedi, quando ancora avevo i piedi.
Non ho colpa. Non si commette errore restandosene fermi e zitti, a pensare di morderti ma non avere neanche un dente per portare a termine il proposito.
Sono tutta rotta, non c’è una sola parte di me che non sia crollata. Per arrivare all’appuntamento, faccio il giro del palazzo con i miei pezzi dentro a un sacchetto della spesa. E anche la forza mi ha lasciata in quest’ultimo anno di urla da niente, per quel letto senza comodini e l’inutile agitarsi di braccia per nascondere fumo sotto al tappeto.
Mi siedo in ritardo al nostro tavolo, ti guardo da due pupille d’acquario svuotato e mi dico che sarebbe bellissimo se fossi ancora intera, per te. Senza graffi, con le unghie sane, i capelli neri, le frasi nuove.
Ti chiederei di sederti più vicino, di aspettare mentre si scioglie questo dolore annodato, senza far cenno ancora una volta a sbagli e sbadigli, ma lasciarti guardare i miei occhi mentre mi ricrescono le ciglia.
Questa notte saprei parlare, se avessi ancora voce.

Ti allontani d’un passo e io sento la fionda staccare il sasso.
Ho perso anche i riflessi e non ti chiedo di fermarti, di ordinare un altro bicchiere di vino e darmi il tempo per scaldare coraggio. Ho la volontà incastrata nella gola, se ti dico resta poi tu devi restare o dovrò buttare via un’altra parola e me ne restano così poche.
Resto muta e studio con la lingua le ferite brevi.
‘Facciamo l’amore stasera’ dici dall’altra parte di una frase allegra. La tua voce è diversa dalla mia: accorda l’attesa e mentre ti bacio riesco a pensare solo a ora.
Il mio ‘sì’ è sottile, non riesco a sentirlo. Arriva da lontano, dal ricordo di me che specchia il tuo minuto e mi decide.
Tu mi senti.

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Voglio incontrarti di rado

novembre 3, 2010 3 commenti

Riflettevo il tuo sguardo socchiuso, quando pensi a cosa rispondermi e ti assenti, nell’attimo che precede la risposta. Era più lucida l’ammirazione del tuo profilo, gli occhi nella posa inversa, le tue labbra arrotondate dalle frasi gentili. Particolari che mi erano sfuggiti quel pomeriggio, mentre la voglia mi contorceva l’attenzione e mi aggrovigliava le dita, nel tentativo di afferrare la tazza di caffè. Non c’erano solo gli spigoli del mio imbarazzo, nella distanza di quel ricordo: riuscivo a vederti, con la calma della mia memoria ed eri intero, come l’abbraccio che non ero riuscita a darti. Amo questo spazio, che mi concede di aspettarti, con l’accurata attenzione delle mie solitudini. Con te m’innamoro del tempo, di questo silenzio passeggero. E la pazienza mi mostra vicoli di carezze che potrei, tentazioni che si diramano. Prima del tocco, avanza l’appetito e tu profumi e ti muovi come il mio desiderio. Sospeso nella mia attesa, sei la bellezza che mi contagia e che anelo. Sei voglia e ancora tutto quello che potrei volere.

Mentre mi preparo a incontrarti, ti scrivo celebrando quell’appuntamento, la sensuale lentezza delle tue mani, le promesse di graffi della tua barba incolta per la prima volta, la virgola del tuo sorriso sul bicchiere e la speranza del tuo bacio, che perderò tra qualche ora.

Due di notte

'Due di notte' di eleonora Lo Iacono

Non accenniamo a rivestirci. Sembriamo superstiti di un festino: sono andati via tutti e se ci alziamo anche noi è finita la cerimonia.
Quando rimetto le mutandine, torno donna da sedurre. Mentre aggancio il reggiseno, ricordo che non sopporto chi mi telefona il giorno dopo. Le scarpe mi suggeriscono: scappa. E così via. Quando mi rivesto, smetto d’essere normale. Torno confusa.
Mi chiama Elli solo quando sono nuda. Io rispondo: “Eccomi”. Dico: “Ti voglio”. Nessuno mi aveva chiamata Elli, e mi sembra di non essere mai stata chiamata. Dicevano il nome di qualcun altro e io non mi voltavo neanche.
Lui è come me: riesce a essere normale solo quand’è nudo. È bello essere simili a qualcuno, mentre si è noi stessi. Mi guarda in modo diverso, quando gli sbottono la camicia. Ammonticchio sulla sedia accanto al letto, trame di brutte esperienze, insieme alla biancheria.

Nudi siamo ingenui, inesperti di ragionamenti.
– Fammi l’amore – gli dico, di notte. Lui risponde con i fianchi.
Nudo è senza domande. È pelle che parla di desideri. È bocca che sorride semplice. È baci, e tutto suona. Schiocca. Nuda sono senza mode né artifici. Faccio pendant con le sue cosce. Sono mani che ballano la mia musica.
Nuda ho le risposte. Sono.
Lui mi ricorda una pioggia vecchia. Ridevo, sedicenne, per un acquazzone di fine giugno. Le mie braccia nude e bagnate odoravano come lui.

Lo annuso e gli dico: – Piove. – Mi risponde che ci sono trenta gradi, altro che pioggia. – Piove ogni volta che sudi – e mi viene da ridere, e lecco la sua pioggia fino alla sete. Mi torna la voglia di sentire il sapore di quel tempo.
Quando siamo nudi, torno bambina. Non ho ancora sbagliato niente; e come se fosse la prima volta che allargo la mia voglia di fronte a occhi d’uomo, mi torna la smania di urlargli – Sì -. Ancora.
Appena combaciamo, lo stringo. Mi sussurra di non smettere. Rischio di morire di nuovo, se non lo faccio. Smetterebbe di chiamarmi Elli. E che sarei? Mi rivestirebbe, la farsa della donna che non sono. Così lo lego con le gambe, fino al dolore. Se stringo, non mi perdo.
Non smettere – prego.
Non riesce quasi a muoversi; ondeggia, allacciato alla mia paura.
Elli, sono tuo. –Mi appoggia sulle labbra. Non so se lo dice perché è vero. Lo è adesso.

Federica

C’era una volta mi partorisce. Il primo capitolo ascolta la mia prima parola e un incipit guida i miei primi passi.
I ricordi li nascondo dietro pagine numerate. La mia adolescenza si trova a pagina trentatré di un libro dalla copertina rigida.
Quando morirò sarà solo l’ultimo capitolo, tra gli altri e non soffrirò il buio né il silenzio, perché crederò di rinascere in un nuovo racconto e vorrò sapere come va a finire.
Spirerò in una pagina bianca e sentirò il fruscio dolce di una tra quelle che ho riletto.
Vissero felici e contenti mi seppellirà senza fiori su una foto che non mi somiglia neanche più.
Nascerò, per ogni storia nuova.
Ogni volta avrò un nuovo viso, un’altra voce, un nome diverso.

Ieri ero Chiara. Oggi sono nata Federica. Ho una storia da cinquantamila parole e desideri da quarantamila.

Niente di Strano

luglio 19, 2008 9 commenti

Doveva essere in cucina, seduto a capotavola. Mi avrebbe guardata appena, senza salutarmi, per non perdersi la pubblicità dei sofficini. Io sarei corsa dalla mamma, che cucinava in veranda. Lei mi avrebbe abbracciata e avremmo condito il ragù con i racconti speziati della mia vacanza.
Non c’era però, mio padre.
Ho notato che mancava, da quei dettagli a cui ti abitui quando vivi con qualcuno e gli occhi, se non li trovano, hanno le vertigini.
Come quando sali scale al buio: ti aspetti che ci sia un altro gradino e invece sei arrivato. Il piede sente un senso di vuoto, poi sbatte forte sul pianerottolo.
Guardavo la stanza e il mio sguardo sbatteva contro la sua assenza.
Non c’erano le sue chiavi di casa, appese alla parete accanto al frigo, ne’ le sigarette e l’accendino a fianco, appoggiate sul ripiano. Piccole cose sì, ma significano.
Se n’era andato di sera, mentre io scattavo foto a città nuove. Non ho visto il fagottino che s’era preparato, con la stecca di MS morbide, le schedine del SuperEnalotto e trent’anni di matrimonio. Ci stava tutto, in quel fagottino.
I silenzi occupano poco spazio, le assenze anche meno.
Forse è stato un bene, non assistere. Non serve un’altra goccia, in questa pozza di ricordi che fanno un male strano. Ci sono buche vuote in cui s’inciampa e nessuno con cui prendersela. Il solito silenzio a cui sfogare la sconfitta.
Ricordi bianchi, mani immobili e mai parola per insegnare vita, raccontandomi la sua, magari.
Quello che so me lo raccontava mio cugino Nino, d’estate. Ci sedevamo in terrazza e mio padre lo guardava storto, mentre lui ripassava i loro anni: quando il nonno era ancora vivo e non c’erano soldi, ma abbastanza fantasia per inventarsi un bel vestito. Ti voglio bene lo diceva solo Anna Magnani e i bambini si baciavano solo se dormivano.
Gli preparavo un caffè ogni paio d’ore: a Nino il caffè mette parlantina, più d’un litro di rosso.
Se aggiungevo del tè freddo, la volta dopo mi portava delle foto. Mio padre non ne aveva, di quelle domeniche in bianco e nero, abbracci approssimati per lo scatto e ciuffi gonfi di brillantina.
Lui sorride da immagini intagliate dal passato, mute anche loro. Adolescente, con sogni a prendere colore sotto al sole; sullo sfondo Mondello, quando ancora dal Belgio non erano arrivate le cabine, a rovinare la vista della sabbia bianca.

“Se n’andò, vero?” ho chiesto a mia sorella.
“Sì” ha detto, con poca tristezza negli occhi: una pagliuzza nel suo sguardo sollevato.
Prima che sbattesse la porta, era riuscita ad appoggiargli sulle spalle un po’ di rabbia e qualche ricordo, di quelli bianchi, come i miei.
“Non m’ha salutata” lamentavo da occhi tristi, arrabbiati e una pagliuzza di sollievo.
“T’avrebbe insultata o t’avrebbe lasciato un altro livido” ricordava.
“Meglio cosi, dai” e m’impegnavo in un sorriso.
La tv era spenta, una bachata suonava dalla camera di mio fratello.
Musica alle nove di sera e lo spazio per una confidenza: sì, se n’era proprio andato.
Mi ha lasciata con la ragione in gola, prima che potessi perdonarlo e s’è portato via il suo orgoglio d’uomo; quello di padre ce l’aveva lasciato come centrotavola.
“Apparecchio” m’è venuto da dire.

Nino non me lo racconta più, mio padre, quando è estate, e mescoliamo storie imbiancate di salsedine e caffè. Ha arredato anche casa sua, con quel dolore strano, l’anno scorso.
Un altro fagottino e ricordi bianchi di suo zio.
Il tè non porta foto, il giorno dopo: sono amarezza in vecchi album di famiglia.

Stasera una Rumba Yambù accompagna l’eloquenza, mentre le parole che vanno dette ballano sfrontate, in casa mia.

Versione  stampabile VolanZine

pace

.ExternalClass .EC_hmmessage P
{padding:0px;}
.ExternalClass body.EC_hmmessage
{font-size:10pt;font-family:Tahoma;}PaceC’erano due pc accesi, quattro occhi che si muovevano in uno spazio che non si sa come ci riuscisse, ma contenteva tanta di quella fantasia, che la realtà se n’era andata nell’altra stanza, inutile, inopportuna.
Senza spazio.
Ogni tanto alzavo lo sguardo dal video, e lo guardavo: così calmo, così bello con intorno la mia casa.
E la mia casa: così bella con intorno la sua fantasia…
Ad un certo punto mi è venuto in mente che era questa la felicità. Era quel sottile legame che univa le nostre idee, quel silenzio calmo, quel convivere delle nostre vite senza che una infastidisse l’altra, senza che una sacrificasse  la propria individualità o che ne cedesse spazio.
Mi ero resa conto che le nostre vite potevano fondersi senza che nessuno facesse sforzi. Era come se la mia vita fosse della forma giusta per fondersi con la sua.
Esattamente come il mio corpo, che spesso mi era sembrato davvero un vestito che gli cadeva a pennello.
Io mi sentivo un vestito, e cadevo…

Era felicità osservare l’ombra che la sua sagoma proiettava sul pavimento, come un tappeto sul quale potevo stendermi e star li sdraiata ad amare perfino quello, il mio pavimento. Per amarlo tutto.
Era felicità quella pace.
Era pace perfino quel bisogno di spogliarmi e sedermi su di lui, mentre lavorava, per amare la sua vita, tutta la sua vita.
Per farglielo sentire che amavo pure quello di lui: vederlo li a lavorare e non credere possibile che mi sembrasse così sexy, anche mentre cercava tra le chiavi di registro del suo computer
Hkey_Classes_Root… ti voglio
Hkey_Current_User… non te ne andare più
Hkey_Local_Machine… ancora
Hkey_Users… mi eri mancato
Hkey_Current_config… resta…
Vaglielo a spiegare a un uomo il motivo per il quale ti sembra sexy una chiave di re
gistro…

Me ne sono accorta ieri sera, mentre guardavo il suo posto ed era vuoto.
Quella felicità qualcuno l’aveva portata via, magari già in un’altra vita.
Di certo non è qui.
Forse l’ho solo lasciata andare, tempo fa. E adesso non ho proprio alcun diritto di desiderarla.
Posso amarla però. Nessuno me lo può vietare.
Posso amare un sogno, perchè è di quelli che la mia vita si è sempre colorata.
Solo che adesso amo un sogno possibile.
E anche questa consapevolezza è felicità.
Paradossalmente, anche la sua assenza, in qualche modo contorto, mi rende felice. E in pace.


sulla strada

maggio 20, 2008 1 commento

Eterno splendore

…How happy is the blameless Vestal’s lot!

The world forgetting, by the world forgot

Eternal sunshine of the spotless mind!

Each pray’r accepted, and each wish resign’d;

 

ELoisa to Abelard (Alexander Pope)

 

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale

Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.

L’infinita letizia della mente candida

Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio

 

 

Ho trovato alcune parole su un’autostrada che sembrava infinita. Mi sfioravano le caviglie, mi afferravano l’orlo dei pantaloni. Ho tentato di mandarle giù, insieme al quarto caffè di troppo e a quel sapore familiare di proibito con retrogusto d’impossibile: sono tornate indietro, senza neanche darmi il tempo di raggiungere l’autogrill successivo.

Le ho lasciate scivolare dalla testa, gocciolando via dalle dita. Ho aperto il finestrino e le ho buttate

dietro

sotto ruote da interminabili giri, illuminate dagli abbaglianti di un camion che trasportava quattro prefabbricati vuoti. A vederle dallo specchietto retrovisore, mi sembrava di dar loro un addio sprecato, perchè conoscono la strada di casa mia e mi avevano già dato appuntamento, prima che le perdessi di vista, alla curva successiva.

Mi sono goduta il viaggio, parlando sottovoce, con l’ansia di chi avrà un incontro sconveniente, ascoltando canzoni da una radio che non conoscevo, sapendo che al ritorno  mi avrebbero accolta, e avrebbero ricominciato da li il loro racconto: dall’istante in cui avevo deciso di smettere di pensarle.

Sono tornata a casa, ho girato la chiave, ho appoggiato la valigia accanto alla porta e infatti le ho trovate appese ad ogni parete di casa, ad aspettarmi o a deridermi.

Non ho ancora capito.

Le ho prese tra le dita e senza obbiettare le ho sentite brillarmi di nuovo nella testa, ad accarezzarmi con pensieri che non volevo.

A rovinarmi un ricordo che non era uguale a come l’avevo immaginato, quando ancora era un’attesa e percorrevo quella stessa strada nell’altro senso.

La delusione si era coagulata negli occhi ed è bastata la vibrazione della porta che sbatteva, per farla precipitare giù, attraverso la via di una lacrima che non ha mai segreti.

Una porta che ha chiuso dietro di me una possibilità e mi ha aperto davanti un giorno vuoto, che ha perso quel desiderio che mi aveva tenuto compagnia per un po’ di tempo.

Ho perso un desiderio sulla strada verso casa. Non tornerò indietro a cercarlo.

 

Ho visto un Sorriso perfetto, ho sentito il tocco imperfetto di mani leggere in un saluto necessario, ho ricordato come può essere irregolare il battito del mio cuore, quando sono sopraffatta da emozioni pure.

Ho assaggiato un sogno, un desiderio e una speranza. Non erano mature e mi sono accorta che il sapore di meraviglioso si rovina, se tenti di assaggiarlo e non ne sei all’altezza.

E’ salato.

 

Ho riaperto la valigia, poco fa. Mi sono accorta di non aver portato souvenir. Chiederò ad Hélène di mostrarmi le foto che ha scattato o forse non glielo chiederò, chè ho un’immaginazione da record e se chiudo gli occhi, sento ancora quella voce calma, a tratti sensuale e vedo occhi che mi spaventano, talmente mi sarebbe facile perdermici dentro, nuotando in mezzo a quella fantasia, a forti bracciate in  mezzo a quelle sue idee inarrestabili e al fascino che portano in giro, con la stessa disinvoltura con la quale sfoglia la gazzetta dello sport.

 

C’erano desideri che correvano su un’autostrada che sembrava infinita.

I fari delle automobili di notte li scoprivano dai loro nascondigli inutili e per fortuna i guard rail hanno impedito gli slanci eccessivi di una fantasia incurabile.

 

Scendo a pagare il pedaggio.

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