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Non ho paura del buio

aprile 30, 2010 1 commento

Scavalchiamo il confine, alle venti di una sera di fine agosto. La guida dei più grandi percorsi d’Europa è sulle mie gambe allungate, i piedi nudi sono appoggiati sul cruscotto del camper. Non te lo dico, che non l’avevo mai fatto. Non dico niente: guardo lo spazio d’aria che divide l’Italia dalla Svizzera e un po’ mi delude, scoprire che abbiano lo stesso calore. È una prima volta e la vivo con te, che mi hai già fatto da guida. Quando c’era da scegliere e mi guardavi aspettando che mi arrivasse coraggio, senza spingere.
Mia sorella al telefono m’invita a comprare cioccolata, le prometto un souvenir. Il mio sarà conservato negli occhi chiusi.
Cerchi una caramella ma non la trovi come al solito, nel disordine che abbiamo già creato. Allora te ne porgo una delle mie e sorrido. Ci ritroviamo nelle abitudini, e passa l‘imbarazzo dei mesi d’assenza prima di oggi.
Comincia così la vacanza che non abbiamo mai fatto, quando eravamo coppia. La facciamo adesso: perché te l’avevo promessa.
Quante domande non mi fai, mentre ti racconto i mesi in cui non ci siamo visti. E tu ascolti e ridi e mi dici che sono coraggiosa. Non mi dici che ti sono mancata.
Guardiamo muti l’asfalto per un po’. Quelli che eravamo prima sono dietro di noi, a replicare liti e scuse e tutte le domande che abbiamo lasciato in sospeso. Vorrebbero essere continuati, loro. Noi stiamo zitti. Non siamo mai riusciti a superare le ferite che ci hanno inflitto gli altri: questo è il nostro problema. Quando ci stringiamo le mani, non ci consoliamo: ci trasmettiamo pietà dalle ferite aperte.
“La prima a destra”, dice la voce del tuo navigatore. La prima a destra, per andare dove? E ci mettiamo a ridere.
Ci fermeremo nella prima città che ci troverà vagabondi a mezzanotte. Avrà vetrine spente e ragazzi che girano con in testa pensieri sonnolenti. Sarà il caso a decidere il programma.
Andiamo per andare, stavolta. All’arrivo sarà già finita e non abbiamo più voglia di epiloghi. Vogliamo azione. Il percorso lo sapremo dopo, dalle foto del tuo cellulare.
Arriviamo tardi e la città non ci accoglie. Ci guarda dai fianchi, dai riflessi del lago, dalle montagne scure. La notte copre le bellezze da cartolina, le bancarelle sono addormentate. Facciamo piano, per non svegliare niente.
Tu sei stanco e anch’io. Mangiamo dallo stesso piatto, desideriamo dallo stesso secondo e quelli che eravamo se ne vanno, appena tocco la tua bocca e aggiungo presente.
Occhi chiusi e mani stravaganti: ho imparato di te che se non mi chiedi domani, smetti di preoccuparti e la tua voce è più profonda, così non ti do il tempo di chiedermelo. Rifaccio a memoria la strada dalle mie gambe alle tue. Non ti chiamo per nome, ti cerco il respiro, mentre rimbocco paure sotto la pelle. Ti allargo le braccia e quando riapro gli occhi ho solo somme di minuti da darti.
Prima di addormentarmi, scatto una foto dal finestrino. Avremo tempo per indossare cappellini e macchine fotografiche a tracolla. Stasera impariamo a prendere solo quello che sappiamo tenere.

Mentre facciamo colazione mi chiedi dove voglio andare. Disegno percorsi e distanze, seguendo con i polpastrelli, le piccole vene stampate nella cartina. Da Stoccarda a Wolfsburg, c’è il tempo di quella leggera carezza del dito e pensiamo sia una buona idea.
Foresta nera mi suona come una favola, di quelle che spaventano i bambini. Di lupi e casette di cioccolata, nascondigli in gusci di lumaca, mele avvelenate e fratellini che scappano a mani strette.
Mille molliche di pane e arriviamo a fianco a un ruscello che è già finito un altro giorno.
La notte arriva rapida e nera. Viaggiatori sporadici disturbano il silenzio, grattano questo buio perfetto. È inchiostro fitto che ha coperto ogni pensiero. Anche l’aria è nera, entra negli occhi, fa scuro il respiro. Decidiamo di dormirci dentro, per vedere fantasie a colori, stanotte.
Piove, una pioggia che dimentica l’estate e gli ombrelloni, a pochi chilometri di distanza. Li dimentichiamo anche noi. Evapora muschio e picchetta sul tetto del camper e sulle foglie. Apro la porta e bevo felicità semplice, dalle gocce brune di questa pioggia solista.
Mai sentita una pioggia così. La pelle raccoglie il suo tocco incessante, freddo. Punge, come se mi volesse chiamare, farmi voltare. Ma dietro c’è altro buio. M’inzuppa in un attimo i capelli sciolti, mi circonda. Bagna le orecchie, sento solo fruscio e mi viene d’andare a tempo, di muovermi a piccoli passi, veloci, a dirotto. Appoggio i piedi sul croccante disegno delle fantasie della bambina che sono stata e intravedo stradine e nascondigli, fate sedute sulla mia spalla, folletti divertiti a vedermi senza età e senza ombrello. Non ho paura del buio: mi sento parte di tutto, sono dentro alle cose. Non spicco, non ingombro, non mi nascondo, non cambio. Riesco a vedermi.
Mi fermo in mezzo a questo nulla che suona una musica che conosco da sempre e te la vengo a portare.
Le gocce dentro al camper hanno ripreso una forma, hanno il colore del tavolo dove si fanno strada, si riuniscono sul pavimento. Tu bevi dal mio bicchiere e non reagisci. Aspetti che ti racconti di cosa si prova a fare una doccia perfetta.
A guardarti così, mi viene in mente una notte di qualche anno fa. Eravamo io e te, sdraiati sul mio letto, nudi. Era una di quelle sere in cui si fanno un sacco di domande strane sulla vita e poi, si finisce il discorso con “passami il Rum”.  Mi hai chiesto che cosa avrei fatto se avessi avuto un solo giorno a disposizione. Avevi risposto tu per primo: fumerei una canna, giocherei a WOW e altre frivolezze. Sembrava uno scherzo. Ma poi ci avevo pensato su e mi ero detta che avevi scelto stupidaggini, perché ogni giorno della tua vita, ti sei sforzato di fare cose importanti, intelligenti. Alcune proprio geniali.
Quando l’hai chiesto a me, non ho saputo risponderti. Ho detto non lo so. Sono troppe le cose che vorrei fare almeno un’altra volta, almeno una volta.
Come si sceglie così, su due piedi, cosa salvare?
Era vero. Però in quel momento mi venivano in mente solo cose buffe, come provare orgasmi multipli mentre fumo una sigaretta, per verificare se rilassa o eccita. Fare bungee-jumping, riuscire per una volta a parlare al microfono davanti a tante persone, senza dimenticare cosa volevo dire.
Pensavo a Bukowski, che diceva che se avesse saputo d’avere un solo giorno di vita, avrebbe “scritto più veloce” e  mi vergognavo di non avere qualcosa di così originale da dirti. Chissà cos’hai pensato di me, quella sera. Forse avrai pensato solo: passami il Rum.
Ricordo quella domanda e noi due, sdraiati sul mio letto e tu che aspetti. Calmo. Un po’ guardi me, un po’ guardi la macchia di sangue della zanzara che avevo ucciso l’estate precedente, ma non ho saputo lavare via.
E ora so che t’avrei risposto, tra le altre cose.
Se non avessi più tempo, vorrei dire tutto quello che va detto. Non vorrei lasciare alcune parole chiuse in trappola. Ad esempio, vorrei liberare: mi fido. Oppure: pazienza. E poi, non vorrei perdere l’occasione per farti sapere che tu sai chi sono.
Questo vorrei averti detto. Che tu mi hai vista, come mi vedi stasera.
E non ti ho mai detto di fermarti anche quando divento un po’ pazza. Non ti ho mai chiesto di non scappare quando diventi un po’ pazzo.
E non ti ho mai detto che io so amare solo da lontano, perché non l’ho mai avuto un amore sano. Uno di quelli che quando ce l’hai, resti. Anche quando si diventa un po’ pazzi. Io ho solo amato da lontano ed è per questo che quando succede, mi devo allontanare. È così che amo: a distanza.
E mi viene il panico, perché vorrei dirtelo e non ci riesco neanche adesso. Vorrei liberare le parole proprio mentre mi guardi, gocciolante di questa pioggia nera e non fai una piega.
Mi chiedi a cosa sto pensando.
“Mi domandavo se rilassa o eccita, fumare una sigaretta mentre ho orgasmi multipli”,dico.
Tu mi offri una sigaretta e mi sorridi. E finisco il tuo vino.

Dieci giorni sembrano tanti, se li conti. Questo terzo di mese lo viviamo rapido.
Impariamo paesi, stringiamo mani e le notti sono perfette per fare l’amore. Guardarsi a lungo, immaginarsi nuovi, leccare abbronzature di un sole lontano da casa.
Finito il viaggio, torniamo quelli di sempre. Io mi allontano. Tanto li conosco i miei giorni senza. E so restiamo, a modo nostro. Nei souvenir a occhi chiusi, in molte delle cose che ho imparato, nei nostri modi di dire.
E so che mi conosci anche nelle mie notti di terrore, quando penso d’aver sbagliato tutto e cerco le risposte e non le trovo. Allora spengo la luce e le domande diventano tutte dello stesso colore, sono parte del tutto. Non spiccano, non ingombrano, non si nascondono, non mi cambiano. Riesco a vedermi. Mi fermo a guardare la mia strada al contrario, tanto che ormai la conosco più di quanto lei conosca me. Non ci sono più colpevoli, nessuna scusa, nessun errore da perdonare. Ci sono giorni, uguali o diversi. Ci sono soltanto io e quello che ho imparato.
Ci sono ricordi, parole nuove, quelle vecchie da liberare. C’è il caos, l’inevitabile e storie da capire. C’è questa strada da percorrere, e in fondo è divertente non sapere dove porta.

Mi sorridi, mentre me ne vado. Come se domani dovessi rivedermi ancora.

In due secondi

Per smettere d’essere una ragazza, mi è bastata una frase breve: mi faccio. Eravamo seduti su una panchina, di fronte alla fontana con la sirenetta, a Isola delle Femmine. L’estate è un buon momento per diventare adulti e l’abbronzatura fa sembrare più esotica, l’espressione di terrore che matura l’espressione. Avevo capito subito cosa voleva dirmi, ma significava crescere. Così ho tentato di prendere altro tempo, facendo domande. ˂˂Cosa ti fai?>> Gli ho chiesto. Avevo in mano il portachiavi della sua vespa e ho staccato il ciondolo a forma di lattina di cocacola, per lo shock. ˂˂Mi faccio, Ele.>> Mi ha preso dalle mani il portachiavi spezzato e se l’è messo in tasca. C’era uno strano vento: quello che fa le girelle con le foglie. I suoi capelli piroettavano, in mezzo a noi e gli nascondevano il profilo. Io li avevo legati in una coda e non potevo nascondere la paura con i ciuffi. ˂˂Sì, ma faccio che? >> Mi ostinavo a chiedere. ˂˂Mi faccio, mi buco.>> Bisbigliava, mentre guardava due cani che s’inseguivano. Io mi guardavo le mani e staccavo lo smalto con i denti. Quella frase piccolissima, aveva cambiato tutto. Avrei voluto guardarlo solo un attimo negli occhi, ma sapevo che avrei visto qualcun altro, dopo quei due secondi di verità. So che a sedici anni si può sopravvivere, anche se smetti di respirare, quando ti trovi a dover emergere da un’apnea nel caos. C’è più fiato, io fumavo meno sigarette e quella era la prima volta che mi si fermava il respiro per incredulità. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti: ho avuto occhi da donna che osservavano un ragazzo diventare un debole nelle mani di un nemico troppo grande, davvero troppo. E’ mio, non lo perdo. Non lo lascio. Devo aiutarlo. Questi erano i miei pensieri. Non delusione, niente rabbia. Ero impaurita, stupita, cercavo qualcosa che mi permettesse di risolvere il problema e ritornare a ridere, come sapevo fare prima di quei due secondi. La donna che emergeva mentre ricominciavo a respirare era una Eleonora completamente diversa, era la ragazza innamorata di chi aveva bisogno d’aiuto. Ed ero pronta. Non so perché pensassi di esserlo. Sarà stato un riflesso involontario. ˂˂Perché?>> Questo riuscivo a chiedergli. Le altre domande mi facevano girare la testa solo a pensarle. Quando erano state bucate le sue braccia? Perché non me n’ero mai accorta? Quando lo faceva? Quante volte lo aveva fatto? Da quanto tempo? Con chi? Chi gliel’aveva data la prima volta? Non aveva sentito di quel ragazzo che era morto perché l’eroina era tagliata poco, o male o che ne so? Almeno un libro, l’aveva mai letto, su questo? Che effetto gli avevano fatto le storie di quei ragazzi? Non aveva mai visto niente? Non sapeva niente. Che sai? Che fai? ˂˂Come perché? >> Sembrava lui, quello stupito. <<Sì, perché ti buchi? Cioè: non avevi niente da fare, quella prima volta e hai pensato: ora mi buco? Raccontamelo>>. Io dov’ero quando l’hai fatto, quella prima volta? In un attimo, avevo deciso: se fossi diventata inquisitore, lui mi avrebbe mentito e la droga me l’avrebbe preso. Dovevo essere sua amica. A sedici anni, con il coraggio incosciente che spinge ad agire, si può sperare in qualsiasi cosa. Non si aspettava quella reazione. Chissà quante volte aveva ripetuto il discorso che mi avrebbe fatto quel giorno. Probabilmente aveva immaginato che avrei pianto, che l’avrei insultato, che avrei cominciato i soliti discorsi che si devono fare: vai in comunità, devi smettere, fa male, provoca assuefazione e tutto il resto. Aveva forse immaginato che sarei scappata da quel nemico troppo grande per me, e per lui, da quell’altra contro la quale io non avrei mai potuto vincere. Forse era quello che avrei dovuto fare, in effetti: scappare. Oppure arrabbiarmi. Tra tutte le reazioni che aveva previsto, non poteva certo credere a quella: che gli avrei semplicemente chiesto un motivo. Non ne aveva. ˂˂Mi piace. Mi fa stare bene.>> Non ricordo se è successo davvero o se era la mia confusione, ma quando mi ha dato quella risposta, solo in quel momento l’ho guardato. Facendo piano la strada verso i suoi occhi: gli anfibi che aveva comprato il giorno prima e che sembravano troppo nuovi, troppo lucidi, in quel momento di strappi; i jeans chiari che mi sembravano troppo lunghi, sotto quel sole che impediva di nascondersi; la camicia con le maniche arrotolate fino all’avambraccio che, ora sapevo, nascondeva un segreto; la sua bocca bugiarda che non sorrideva più, gli occhi a spillo. Anche questo adesso significava: per trovare coraggio si era fatto. Si era fatto per dirmi che si faceva. L’eroina era già diventata la sua migliore amica e io ero l’ostacolo d’affrontare, con il suo aiuto. In due secondi, il mondo può cambiare tutti i significati che gli davi e tu non sai da che parte cominciare a conoscerlo, a capirlo. E improvvisi. ˂˂Ah>>. Ho detto, gli indizi erano tutti contro di me. ˂˂Se vuoi lasciarmi, se non vuoi più stare con me perché sono un tossico, lo capirei.>> Mi suggeriva. Incredulo, spiazzato dalla reazione meno ovvia di tutte, quasi mi spingeva verso uno di quegli scenari su cui si era preparato, per sentirsi a suo agio, per passare alla seconda fase. Mi veniva da pensare ai giochi dei progetti che facevamo fino al giorno prima: andare a vivere in Australia, diventare ricchi e comprare un camper per girare il mondo, battere il record degli orgasmi, avere tre bambini che avremmo chiamato Fabrizio, Elena e Giulia. Tutti i nostri giochi erano finiti in quel buco, nascosto dalle maniche della sua camicia bianca, arrotolate come un vezzo sexy. Mi veniva da sparare domande: cosa faccio adesso? Tu mi dici che ti buchi, cazzo ti buchi, e io ti lascio allo sbando? Tolto il dente tolto il dolore? Ti abbandono? Ho paura. Non voglio che ti droghi, che muori, che ti venga l’AIDS, che ti arrestino, che stringi il tuo braccio con il laccio emostatico. Oh cazzo il laccio emostatico. ˂˂No, non voglio lasciarti>>. Mentre comunicavo la mia scelta a lui e a me, gli sorridevo. L’espressione iniziale mi si era proprio paralizzata in faccia. Sentivo le pulsazioni andare in tilt e le sentivo nel petto, nelle orecchie, nelle tempie. Pulsavano e scandivano quel tempo interminabile, del silenzio che è venuto dopo. Non diceva una parola. Non dicevo una parola. Non c’era molto altro da inventare. L’imbarazzo l’aveva obbligato a fissarsi le scarpe da vicino, piegato in avanti come un gobbo stanco. Lo stupore mi aveva trasformata in un blocco di marmo e guardavo la sirenetta e i suoi giochi d’acqua, chiedendomi quando avrei cominciato a perdere acqua dalle mani strette a pugno, se fossi rimasta lì impietrita, un altro quarto d’ora. Abbiamo fumato l’ultima sigaretta, quella che fumi per prendere tempo, per non decidere; poi siamo andati via, sulla sua vespa blu. Io mi sono girata e ho guardato indietro. Se avessi usato un po’ della fantasia che in quel momento avevo dimenticato d’avere, avrei potuto vedere la bambina che ero stata fino a pochissimo tempo prima, seduta su quella panchina. Era lì e ci sarebbe rimasta. In classe Elena mi raccontava di Claudio, che finalmente l’aveva invitata a uscire. Sarebbero andati alla fiera del Mediterraneo. Si riprometteva di non mangiare tutte quelle patatine che solitamente mangia, quando ci sono le giostre. Non voleva che la considerasse una che mangia tanto. Tentavo di credere che fosse importante, quello che diceva e l’ascoltavo. Avevamo sedici anni ed era giusto preoccuparsi della scelta del profumo: dolce o acerbo? E il trucco? Leggero o da vamp? E hai comprato le mentine? Mi chiederà di fare sesso? Sono pronta? Non ci riuscivo. Le penne sul banco mi sembravano siringhe di sangue blu o nero. Alcune rosse. Il gesso appoggiato sulla cattedra era una siringa vergine e mi facevano male le braccia. Come se mi fossi bucata io e in quel momento. Come se facesse male anche alla pelle. Fortuna che avevamo i pc nuovi a scuola, quelli con Windows che da quell’anno avrebbero facilitato la vita a tutti: non tanto il computer in sé come macchina, aveva la sua importanza, anche perché erano i primi modelli, grossi, lenti e rumorosi, ma quanto questo significasse per l’informazione, per la quantità di ricerche che potevo fare, per fare passare la paura. Conoscere il problema mi ha sempre aiutata a evitare il panico. Sono diventata un’esperta di droghe, quelle settimane dopo. Sapevo tutto, anche cosa fare in caso di overdose: “Fatelo sdraiare su un fianco e non fatelo addormentare. Non nascondete ai medici di soccorso che ha assunto eroina. C’è un antidoto specifico dell’eroina e deve essere iniettato al più presto. Se sei da solo controlla: – se è cosciente, pizzicandolo o scuotendolo; – se respira, guardando se il torace si solleva, o tenendo una mano davanti alla bocca o al naso; – se ha il battito cardiaco, mettendo le dita, non il pollice, sull’arteria del collo (a fianco del pomo d’Adamo)”. Poi c’era la videoscrittura. Un grande rettangolo bianco mi ha invaso gli occhi di luce. Nuovo foglio di lavoro. Nuove parole da scrivere che gridavano e un punto interrogativo ? E ora? Che faccio?

Un sorso

settembre 13, 2009 11 commenti

amanti - magritteEro così sola che all’appuntamento c’ero andata in anticipo. Per passare il tempo, m’ero messa a guardare i libri in offerta, al piano terra del Mondadori Multicenter, quello di Via Marghera.
Gente in giro: chi chiedeva i prezzi, chi sceglieva il cd nuovo. Io in mezzo, a respirare vite di sorpasso, che magari ci si sfiora con le braccia, per la calca e senti presenza. Senti che non sei da sola. Che non ci sono solo le tue braccia ad agitarsi in mezzo all’aria. A volte basta questo po’. Quando sei in una città che non è tua e incontrare qualcuno che conosci, in quel pagliaio è un azzardo.
Faceva troppo caldo per stare sotto al cielo, avrei sudato, mi si sarebbe sciolto il trucco e “piacere”  sarebbe risultato timido, nella nostra prima stretta di mano.
Quell’appuntamento al buio m’abbronzava di curiosità.
Avevo voglia, di conoscerlo e mi sentivo davvero sola quella sera, quindi alla sua mail avevo risposto sì e sono andata.
Quand’è arrivato, ero uscita un attimo prima, a far finta che ero appena arrivata anch’io.
“Piacere”, stringiamo mani ferme: ci piacciamo.
Chi era lo sapevo, ma era un nome che passava dalle bocche, di cui si parlava. Geniale, ricco d’iniziativa.  Carino e interessante.
Simpatico, l’ho scoperto mangiando le tartine all’happy hour.
Single, perché la malattia gli aveva portato via l’amore, ho saputo, dopo la prima birra. Ci teneva a precisare che la donna l’aveva trovata, quella giusta; l’aveva conosciuta al sud, quando aveva dieci anni in meno di oggi. Di questi tempi e a Milano, sarebbe stato rarità.
Qui, un meridionale fa fatica a innamorarsi. Innamorarsi due volte, non lo so.
Non è per diffidenza, ne per differenza di clima o di dialetto. Noi del sud cresciamo innamorandoci in riva al mare, al caldo che fa belli. Le parole del primo bacio s’azzittiscono, quando il sole s’intinge nell’acqua salata, e finisce di fare giorno. Il primo bacio ti finisce, mentre si spegne la luce del giorno. Ti tramonta nella bocca. Invece, ritrovarsi per esempio, rifugiati all’happy hour del Mondadori Multicenter, non è lo stesso. Non è nelle tue corde. Ci sono odori intorno, che non fanno la stessa tua magia. Alcuni colori proprio non ci sono, e la luce cambia natura e perché. Bello il posto, ma rende ideali gli incontri di lavoro, non è galeotto, per un bacio al limoncello.
Credo.
Una volta mi sono innamorata in ascensore, quindi come al solito la risposta la sa qualcun’altro. Io provo a farmi qualche ragione.
So che a lui sembrava gli mancasse il mare, dietro ai miei capelli. Senza quello sfondo, non ero sirena che ti fa venire voglia di tuffartici dentro, e farti corto il fiato.
E così gli sarà successo sempre, a lui che aveva scelto la donna della vita al sud. Il cocktail della sua pelle e la salsedine, l’avevano ubriacato a vita. Dopo ha solo provato rimedi, per farsi passare la sbornia.
Due ore a mostrare cervello, siamo stati. Le parole uscivano dalla mia bocca a cuore e lui si fermava proprio lì a sentirle: da dove uscivano.
Mi sono ritrovata in taxi insieme a lui, senza rendermene conto. Eravamo usciti, passeggiavamo chiacchierando. Lui fa un cenno al tassista e saliamo. Gli dice la via di casa sua, immagino. Ancora parole e dietro i finestrini, Milano a mostrarsi di lato. Calda, come poche altre volte prima.
Siamo entrati in una casa che era vuota. Non d’arredamento. C’era stato qualcuno che non c’era più.  Si sentiva che mancava. C’era assenza già dal pianerottolo.
L’eco delle vite che hanno lasciato questo mondo, è come una porta che sbatte all’infinito, a un volume così basso che devi essere attento, però la senti.  E’ un fiato che sbuffa una volta, appena passi l’entrata; un addio che cigola.
Mancavano i suoi libri preferiti, perché c’erano gli spazi vuoti. E quegli oggetti che fanno personalità, mancavano. E gli odori. La casa profumava di nuovo. Come se non ci avesse mai abitato nessuno. Eppure una volta c’erano stati progetti e passi veloci, quelli delle belle notizie.
Le foto di prima erano rimaste. La vita aveva smesso di lasciare tracce.
Tutto faceva eco. I miei passi sul parquet si ripetevano e l’attesa del bacio certo, che ci saremmo dati dopo. Il suono delle sue labbra sul mio collo, che s’era allungato a prendermi, mentre io mi guardavo in giro imbarazzata, rimbombava in quei vuoti. L’eco mi turbava. Ogni rumore si ripeteva, e se è uno sbaglio, già alla seconda te ne accorgi: non potevo fare l’amore con chi l’amore lo sapeva, e non ero io. Mi baciava per bisogno. Mi toccava e io non ero. Mi sentivo cancellare nelle sue mani, come un’idea improvvisata. Come un abbaglio. Svanivo perché non ero lei. Ero un confronto fallito.
Ogni volta che mi guardava, mi spariva qualcosa: le mani, la bocca. Appena mi ha guardato le gambe, m’è sembrato di precipitare sul pavimento. Non c’ero quasi più. Gli occhi non glieli mostravo: avrei smesso pure di vedere.
Ero la sua tristezza, la sua abitudine a non trovarla da nessuna parte. Mentre mi spogliava quasi vedevo le altre volte, immaginavo la sua delusione. Di quando apriva una camicetta e non trovava il neo di lei, spuntare dal pizzo.
“Fermati” gli dico. “Non ti conosco” ed era vero, ma non sarebbe stato il primo, che prendevo con la voglia.
Lui si ferma, perché non va neanche a lui, di scoprire che gli manca lei, su quel divano a guardarlo d’amore. M’avrebbe presa per istinto, per bisogno di sudarmi la voglia addosso.
Così altre parole sostituiscono l’imbarazzo. Ne abbiamo di cose da dirci. Lui è sdraiato e sorride. Non attacca. Tutto sembra scivolargli addosso. Gli scivolo via con calma, senza attrito.
Provo a rivestirmi e lui mi ferma. Mi prende le spalle e appoggia il mio seno sul suo petto.
“Così è bello” mi dice e mi fa cenno di appoggiare il viso sul suo petto. Resto così: ad amarlo con carezze di pelle e ciglia che solleticano. Appoggiandogli gli occhi chiusi sulla spalla, come fanno gli amanti dopo l’amore. Le parole erano diventate leggere. Il volume era un soffio grato.
Noi l’amore non l’avevamo. Eravamo entrambi nel dopo. Dopo la sua perdita, dopo la mia delusione di qualche giorno prima, dopo il patto con le nostre solitudini. Dopo anni a domandarsi “perché”, così tante volte che t’accorgi che la risposta ce l’hai già e se non la trovi, è solo perché non ti piace. Eravamo dopo tutto.
Allora l’ho amato di dopo, per un’ora. È stato bello.
Intorno sentivo l’eco delle nostre memorie, dei nostri giorni belli e del vuoto che avevano lasciato. Si ripetevano gli addii, nelle orecchie del ricordo.
Eravamo due che non sanno dove andare e si erano fermati così: nudi senza senso, e senza sesso; ad aspettare che cambiasse qualcosa.
Mi ha chiamato un taxi. L’ho preso e ci siamo promessi di rivederci, ma era una frase d’educazione. Gli ho saputo leggere negli occhi un “meglio di no” e forse lui ha letto il mio.
Non l’ho rivisto perché era triste. Lui con l’amore aveva già dato e preso. E perso. Aveva negli occhi la sua scelta giusta. Lui c’era riuscito a trovare la felicità in un abbraccio, e l’ultima volta s’era raffreddato di assenza per sempre.
Non avrebbe più amato nessuna. Io ho avuto paura di occupare un posto freddo, un solco in un letto difficile, perché non c’entrava il mio profilo, in quell’altro
Non ci siamo più cercati.
Ogni tanto ci penso a lui, a quella dolcezza, a quegli attimi d’amore che si siamo scambiati quella notte. È durato il tempo di berne un sorso appena, per toglierti la sete.
È stato come andare a vedere dov’è accaduto un miracolo, sperando che capiti anche a te. E dopo, ti viene meglio, pregare.

Sono piccante

Ho incontrato la tua idea che era estate.
Era una magia spinta, un ciuffo di sguardi bagnati. Si affacciava dalle tue labbra e la baciavo, curiosa, ogni volta che me ne capitava l’occasione.
Continuavo a domandarmi come mai mi venisse voglia di prendere tutti i miei prossimi giorni e riempirli di risate. La tua idea correggeva la mia storia, con oggi intensi e diversi. Nuovi.
Scivolava tra i pensieri come ghiaccio su ogni ieri, che slittavano indietro. Non avevo tempo, per fermarmi a raccoglierli: c’erano i nostri giorni di risate, da prendere. Non li ricordavo più, quelli di prima.
Scivolavi come fuoco su ogni domani, che mi scottava nelle mani una voglia innata della tua attesa.
La tua idea non è mai stata in un’intera frase. Ha camminato insieme a noi, in tutti le parole dei nostri oggi. Pazza. Viva. Accennata. Di notte mi copriva di sospiri; nel silenzio riuscivo quasi a capirla tutta, ma poi mi sfuggiva. La voglia mi depistava e dimenticavo cosa volevo capire e di capire. Perdevo il filo dei ragionamenti e seguivo solo la tua forza. Capivo me e te. Capivo un istinto che mi girava nella testa e lo chiamavo con nomi irripetibili.
Eri un segreto vestito bene, che mi distraeva. Non riuscivo a mettere a fuoco il pensiero di te. Mentre ti guardavo, infuocavo. Intuivo solo desideri e sceglievo lamenti notturni. E ti chiamavo, ogni notte.
Se chiudevo gli occhi, mi sembrava quasi di capire, per un attimo. Imparavo che il gusto della mia vita aveva il tuo pepe dentro: allegro, curioso. Giovane come un pensiero, quando l’hai appena ragionato. Piccante.
Intuivo che, anche se t’avessi perso, saresti rimasto dappertutto, a insaporire le mie teorie con quest’idea che imparavo con te, pur avendola conosciuta per tutta la vita.
E così è stato. Ogni volta che ci siamo detti addio. Ed è successo tante volte; tante quante ce ne vogliono per strappare radici: una non basta neanche a smuovere il terreno. Te la devi sudare la libertà, quando la felicità s’allarga.
E pensare che ne ho avuto paura per anni, perché non dura. D’averla, dopo perderla, e poi? Nessuno mi ha insegnato come farne a meno. Con te avevo solo imparato a baciarla. Ma la felicità se ne va sempre. È un fatto.  Dura giorni, ore. A volte vive il tempo di guardare la bocca che ti sta per baciare e quello che viene dopo ha già altri nomi. La felicità è una risata: inutile sperarla per la vita. Mi toccava dalle tue mani, però.
M’hai cambiata. Come ti cambia un bel viaggio, che quando torni vorresti raccontarlo, mostri foto e ci vorresti tornare, ma capisci che la bellezza era proprio in quella scoperta. Il ritorno non ti fa cambiare di nuovo. Altri viaggi non sono quello.
Eppure mi legavano a te, sottili nastri di speranza, perché non volevo fuggire. Sarei voluta restare, quella volta, ma non l’ho fatto. Perché quel giorno che t’avevo perso, m’ero bruciata viva.
Non riuscivo a perdonare i miei occhi, che ti avevano visto ancora mio, mentre ti perdevo. Per questo m’inceneriva, la mancanza. Accecava, e in quel dolore non vedevo più noi. Noi eravamo piacere, non ci appartenevano le fronti corrugate, gli sguardi tesi.
Quando perdi, il desiderio ti fa vedere il passato. È quello, che brucia. Più del senso di sconfitta, fa male vedere ancora lo sguardo che ti voleva, proprio mentre non ti vuole più. Ammiri quello che potevi diventare, mentre sei già guasto. Ricordi sogni che non riesci più a tentare.
Insopportabile.
La tua idea non se n’era andata. Noi ce n’eravamo andati. Le nostre mani dappertutto, se n’erano andate. Anche tutte quelle risate.
I rimasugli di noi, però erano intrappolati nelle cose, come spettri; come adesivi, che anche se provi a toglierli, lasciano il segno della colla. Appiccicati. Bianchi. Devi grattare e a lungo, per liberartene.
Eravamo attaccati negli oggetti che avevamo toccato, nei regali che c’eravamo scambiati. Nei souvenir di quei giorni perfetti.
Erano ostacoli in cui inciampavo, mentre provavo ad allontanarmi da quei due che eravamo diventati.
Insopportabili.
Mille splendidi soli, eravamo rimasti, appoggiati nella prima fila della mia libreria. Foto dimenticate in un Hard Disk che non usavo da tempo e il biglietto del treno che avevo preso mesi prima, quando tornavo indietro, guardando di lato. L’offerta YouAndMe per risparmiare, quando ti telefonavo, e che non ho mai avuto voglia di modificare. Il ritaglio di un giornale appeso alla parete della mia scrivania; e la foto, che mi avevano scattato alla festa del tuo paese.  C’eravamo ridotti a parole nascoste dietro a una finestra chiusa, per non ferire quelli che sono venuti dopo. Censurati dietro un “non ne valeva la pena”, “non era per me” e giorni perfetti ci passavano dalla testa, a maledire l’invenzione, infiammandoci la gola, mentre recitavamo il tipico copione.
Un giorno incastrato nello scontrino di un caffè, mezzo strappato e scolorito: questi eravamo. Quello che di noi era sopravvissuto.
E poi, telefonate clandestine, nel cuore della notte, cercando pretesti per litigare, pur di continuare a dire Noi.
Eravamo i resti di una cosa bella. Scampoli di seta. Tracce. Orme di un ballo di passi incerti.
Niente a che vedere con quel tutto che avevamo conosciuto. Sprecato.
A parlarmi di noi, quella notte erano stati i tuoi fumetti, mentre li aggiungevo alle scatole di un trasloco che non avevo capito, finché lo scotch che gracchiava, non mi ha fatto sentire lo strappo della scelta: tu non me li avresti più letti, di notte, con la tua voce. Li avevo nascosti sotto ad alcuni periodici senza importanza. Credevo di poter imballare lo splendore, in una scatola dove avevo scritto “Riviste”, con un pennarello nero.
Ci sono verità che attraversano i confini che improvvisiamo.  Non si può scappare. Figuriamoci se può funzionare qualche giro di scotch color senape.
Poi ho disseppellito la tua maglia, mentre riempivo la scatola dei vestiti estivi; quella che mi avevi regalato i primi tempi, col tuo odore, che ha dormito con me così tante volte che alla fine profumava di noi due. C’era rimasto incastrato il profumo di coppia, e mi bruciava le narici e da lì fino al petto.
C’eri tu, in tutta la casa. Così, quella notte decido di rivivere l’addio, ancora un’altra volta, per convincermene, per ripassarmi la perdita. Ho bisogno di bruciarmi ancora: le ferite che non smettono di sanguinare, si chiudono con il fuoco. È un rimedio vecchio.
Ho una scusa dolce: non ti avevo guardato gli occhi tutte le altre volte, in cui avevamo finito. Voglio guardare i tuoi occhi, mentre mi perdi; vedere se sei sexy comunque, anche mentre mi guardi fare la strada al contrario. Quando dire addio è inappropriato e arrivederci fa paura, che forma avrebbero le tue labbra? In quel saluto, che fa male in qualsiasi modo lo dici. La possibilità che tu sparisca sul serio, grida più forte delle cose che so: non eravamo fatti per sempre, tu e io.
Mi sembra di precipitare e mi viene di salvarmi. Di salvarci. Per istinto, m’aggrappo ai sentimenti. Mi arrendo al fatto semplice che ti voglio, che è più facile mentire quando mancano mesi; quando arriva il giorno che significa fine, è tutta un’altra cosa. L’ultimo giorno fa tremare tutto, oltre alle mani che compongo il tuo numero.
È notte fonda e ti telefono. Fuori nevica. Non so cosa dirti e non m’aspetto che tu mi chieda perché non sono lì con te, abbracciata come sappiamo fare noi. Proprio così dici: come sappiamo fare Noi.
Allora lo chiedo anch’io: perché non sono lì con te, abbracciata come sappiamo fare Noi? I motivi li so tutti, ma mentre ti perdo, conosco solo strappi e te, dall’altra parte del telefono che mi stacchi la certezza, con la tua voce, a dirmi di tornare indietro.
Piango la sconfitta, mentre discuto di rivederti. Non è tristezza, mi sento senza scelta. È la vertigine che ho sentito le altre volte, a farmi lacrimare volontà: ho un vuoto intorno e l’unica via che esiste ha la tua forma, le altre strade sono perdere. Non ci sono neanche, le altre strade.
Me lo chiedi ancora, perché non sono lì con te, abbracciata come sappiamo fare Noi.  E allora ti dico: vieni. Lo decido mentre parlo e la paura che mi assale la mando giù, mentre accetto che è inutile che scappo. Sei ovunque. Sei nella mia casa e nella testa.
Sei nel prima e nel dopo. Sei anche nei miei ricordi antichi, perché te li raccontavo e sorridevamo insieme o ci eccitavamo di quel po’ che si salvava. Raccontandoti la vita, un po’ ogni notte, ti ci ho fatto entrare. Ora che ci sei dentro, non riesco a divincolarmi. Sono rimasta avvinghiata ai lacci dei nostri pensieri, ai nostri modi di dire. Ancorata ai nodi della nostra complicità, non so come slegarmi e non vedo da dove parte il groviglio, per tagliarlo e sciogliermi.
“Possiamo farcela”, mi dici ed io ti voglio credere. Mi piace sentirtelo dire, sembra quasi possibile, detto dalla tua voce; e mi arrendo, perché parlarti mi riscalda. Sperarti mi consola.
Ti toccherò per l’ultima volta, prima di partire e mettere chilometri tra me e l’errore. È deciso. La cosa giusta la posso pensare domani. C’è tutta la vita per essere saggia. Per smettere di sanguinare, m’è rimasto solo domani.
Se salvo noi, salvo me stessa. Salva per un solo giorno: meglio di niente.

E arriva, quel domani sbagliato, ma bellissimo: tu entri dalla porta di casa mia e sento passare insieme all’aria fredda di Dicembre, tutte le volte prima, quando entravi nella stanza, con la musica di sottofondo, i vestiti invernali, quelli estivi, il riepilogo dei gol di Champions League, le valige e il tuo PC da caricare, il telefono che squillava a vuoto. Tu che entravi e andavi a fare la doccia e una volta ci hai pure cantato dentro e la mia casa suonava la tua musica. Io sorridevo, aspettandoti.
Ci guardiamo. Le nostre risate sono tutte intorno a noi: quelle di prima e quelle di adesso, le ultime.
Sono imbarazzata e mi baci. Vorrei dire delle cose, continuare la frase di ieri, ma baci. Stringi forte e bacio e stringo forte e sento il tuo odore, la tua bocca. È questo, quello che voglio: che tu stringa così forte, da rendere inutili le parole. Ne abbiamo dette fin troppe. Così tante che hanno smesso di spiegare. Non servono più. Non servono, oggi. Ecco cosa voglio: che tu non dica altro. Che lasci parlare le labbra e quelle mani.
Perfette.
Che mi spieghino tutto quelle braccia, che stringono e che dicono ti voglio.
E me lo dici, ti voglio. Sembra un sogno, quando temi che non sia vero: pizzichi forte, ché se non è vero ti svegli. Troppo bello per crederci, se poi non è vero.
Hai cambiato profumo, ma sotto, c’è ancora il tuo. Ti riconosco a occhi chiusi. È passato tempo, eppure il mio desiderio brucia nuovo. Chissà il tuo, mi chiedo, e mi risponde il tuo corpo. Così i minuti si dilatano e poi si stringono e quei mesi spariscono e resta solo questa sera e la tua bocca. Non c’è neanche domani. Il tempo è un tappeto rosso che si srotola nel mio soggiorno e noi lo usiamo per farci l’amore sopra.
Il resto sono immagini. Nude.
Occhi che si allargano, per guardare i respiri. Sorrisi. Bocche che baciano il benvenuto al calore. Denti. Braccia troppo piccole, per afferrare tutto l’intorno. Lingue. Gambe che legano come noi non sappiamo. Labbra. Unghia che afferrano, per mantenerci in piedi, mentre tutto intorno gira, precipita, sparisce. Mani.
Dopo siamo di nuovo vestiti, al localino blu, quello della nostra prima notte. Ci dividiamo una piadina e brindiamo con la speranza: che la fortuna per una volta ci assista, diciamo, mentre i nostri bicchieri suonano l’incontro. Perché non l’ha mai fatto fino ad ora e allora, perché no?
Che sensi giocano, mentre il mondo ci circonda e noi due siamo ancora nudi, nella testa? Sorrido e ti parlo di errori, di speranze e di voglia.  La mia per te. Anche tu sorridi e mi racconti la tua vita strana, nella mia assenza.
Me ne frego se ti voglio ancora, stasera.
Sono felice seduta qui, perché di fronte a me c’è la tua idea: è giusto. Guardo ancora noi, nel riflesso dei vetri del pub, e siamo così belli. Mentre guardo, lo so che è un addio, per questo ti guardo bene. Guardo meglio te e me. Guardo più che posso. È l’ultimo di tutto. Ci diciamo anche le ultime bugie. Le ascolto tutte: ogni parola. Non voglio dimenticare niente. Voglio credere a tutto. È l’ultimo bicchiere, questo.
Poi sei di nuovo nudo, in casa mia. Poi sono di nuovo nuda anch’io, in casa mia.
Sei mio, in un modo che non so spiegare. So soltanto farlo e allora ti agguanto. Sei la mia voglia e comincia a gridarmi dentro la follia.
Che amore si fa, quando serve a fermare il sangue? Quando resta solo una carezza ancora, per lasciare l’impronta? Mentre tutti e due sappiamo che, questa volta è per sempre, deve sostituire quella parola, addio, che non renderebbe giustizia alla bellezza? Quando per dirlo non puoi più usare parole? L’ultimo respiro è caldo. L’ultimo bacio brucia ovunque si posi e lascia il marchio. L’ultimo addio non si dice. L’ultimo orgasmo grida impotenza e fa eco.
Mi aggrappo alle tue braccia, a mani strette e tu non mi lasci questa notte, finché arriva mattina.

La bellezza è un attimo, proprio come la felicità. L’ho capito, quando m’è scappata dalle mani e non facevo niente per tenermela a forza.

È arrivato l’addio. Non li conto più ormai. È uno di troppo.
Da quando qualche mese dopo ha cominciato a fare un male diverso, so che mi hai cambiata due volte.
La tua idea se n’è andata, da qualche parte. Non la cerco più da quella notte, l’ultima.
È come smarrire un oggetto prezioso: quando smetti di cercarlo, lo trovi. Succederà così anche con la tua idea e con te.
Un giorno ti troverò in un posto in cui mai ti avrei cercato. Ti vedrò lì, intatto e la tua idea tornerà a condire la mia saggezza con la sua verità semplice: il gusto della mia vita ha il pepe dentro: allegra, curiosa. Giovane come me, che rinasco ogni volta che cambio. Piccante.

Tempi andati

settembre 22, 2008 19 commenti

Sarò dappertutto.

In tutte le lenzuola che da domani gualcirai, mi troverai. Il confronto della mancanza avrà le mie forme e profumerà la trama dei tessuti.

Cercherai la mia allegria, mentre ti sorridevo dai cuscini e t’invitavo al nostro gioco preferito e a volte ti sembrerà quasi strano, che quel viso nuovo che ti guarderà, uno diverso al giorno, lo so, non sarà il mio, quando con occhi sgranati ti guardavo farmi l’amore ed era la prima volta che ringraziavo la Fortuna e poi anche te.

Mi cercherai ovunque, tu che hai voluto perdere, cercherai la vittoria in posti dove non ci sarà.

Non è da nessuna parte se non qui, dentro alle mie tasche che riempivo delle mani che non stringevi.

E’ rimasta lì la tua vittoria e non si può più pescare.

 

Mi cercherai nelle risate che procuri alle ragazze, quando ti trasformi nel giullare della notte, con la voce resa roca dall’Heineken di troppo, ma non ci saranno le note della mia gola divertita e tu la sentirai la mancanza del mio suono: non ci sarò a compiacermi del finale dei tuoi racconti.

Quei racconti che non erano niente di speciale ma li amavo perché me li sapevi raccontare. E ti guardavo in attesa mentre ti dicevo “Raccontamela ancora” e tu mi raccontavi lei storie che avevo già sentito dalla tua bocca, come una bambina che vuole risentire la sua favola preferita, prima d’addormentarsi, sperando di sognare il principe di quella fiaba. E tu me lo facevi di notte, quest’altro gioco, prima di prendere il fumetto da sfogliare insieme, che tu reggevi e io leggevo, con la testa appoggiata sulla tua spalla.

Una riga da leggere e un po’ del tuo profumo da rubarti dal collo.

Ricordi? Certo, ancora sì.

 

Mi cercherai tra altre venti coppie di gambe che t’insegneranno la strada che non ti sazi mai di scoprire. E quando la prenderai, cercherai il morso caldo che ti aveva stretto nell’amore per il mio sesso.

Mentre ad occhi chiusi cercherai l’estasi in una pelle nuova, sempre diversa, una diversa al giorno, lo so, sommando odori, sottraendo confessioni: il risultato non sarò io.
E lo capirai come un abbraccio al vento, un vuoto, l’assenza di una risposta che t’aspettavi e invece ne hai trovata un’altra. Diversa. Non come te l’avrei detto io.

 

E continuerai a cercare la tua risposta, a provare che la tua ragione sta nelle serate brave, piene di quel nulla popolato da facce strane, volti conosciuti e amici nuovi. Tenterai di trovare la conferma nella sicurezza del tuo locale preferito, tra tavoli consueti e io sarò un’ombra su qualche sedia che avevo occupato tempo fa, grigia come il ricordo che vorrai ignorare, perché quell’ombra non ti sorriderà come sapevo fare, quand’ero colorata di presente e sorridevo di tutti i domani che volevamo.

 

Potrai sostituirmi, sommando occhi. Trecento altri baci dovrai assaggiare e in ognuno di questi resterà un pensiero, tra lingue che si esplorano per la prima volta.
Dov’è lei? Dov’è il nodo della sua bocca nella mia?

Ricorderai ancora per un po’ le tue notti silenziose, a far l’amore con la tua solitudine. Come certe sere che ancora ti prende la voglia di pensare ai miei fianchi circondati da tutte le tue fantasie.

Lì farò fatica a scomparire perché io non te l’ho chiesto e forse tu non lo volevi neanche. E’ stato il desiderio che brucia a farmi occupare il film di tutte le tue voglie.

Perché abbiamo sommato troppe confessioni nel salotto della tua intimità.

La scoperta di noi finalmente adulti, a volte troppo presto, a volte con orgoglio e ci si raccontava la vita, ci confessavamo gli eccessi di ragazzi, oppure si faceva l’amore con la voce che diventava bassa; un soffio di desiderio erano le parole e le mie mani cieche ti esploravano chiedendoti di sostituirle con le tue.

E poi l’abbiamo finita, questa storia bella.

 

L’amore come ci sfugge. A volte mi sembra come un dente che fa male e credi che prima o poi ti porterà alla pazzia se non te lo stacchi da dosso il prima possibile.

Ce lo estirpiamo dal petto senza sapere che è reato e poi pulsa di mancanza e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. Così ritorniamo a cercarne un altro da attaccarci al petto come spilla sanguinante.

Siamo dentro al cerchio dell’amore perché viviamo. Non possiamo evitarlo.

Perché le mani cercano e le parole ci saltano via dalla bocca e nonostante le promesse, invitiamo alla prima sera e poi avanti e poi succede come a noi due, che eravamo belli e si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e poi ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.

 

Mi cercherai dentro gli occhi di tutti questi nuovi sguardi, di queste strette di mano che promettono una notte di spasso e domani chi s’è visto s’è visto.

Lì ci sarò di sicuro perché quelle sono la tua cura contro di me. Contro questo sentimento che t’ha sempre fatto paura. E io, dal canto mio, non te l’ho mai risparmiato, anzi. Più ne avevi paura più te ne davo e tu lo stesso.

Seppelliscimi di ricordi nuovi, così scomparir,  vedrai

 

Il giorno in cui t’innamorerai ancora, tornerò solo per un attimo, nei tuoi ricordi. E penserai che ho sempre ragione io, che era per questo che ti facevo sempre arrabbiare e anche questa volta ti arrabbierai: era come avevo previsto. E sorriderai: l’amore ritorna, prima o poi, si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e se poi non va, ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
E tornerai a rivedere i nostri giorni e mi sorriderai: “Avevi ragione tu, sei sempre la solita” mi dirai, scegliendo il giorno più bello dov’eravamo insieme, per ricordarmi grigia.

 

Io no.

Io aspetterò che scompari.

Piano piano te ne andrai. Ho imparato quest’altro gioco, tempo fa.
Il tempo mette ordine e cancella.
Ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.

 

Scrive questa lettera che non spedirà, seduta sulla poltrona lato finestrino di un Eurostar pieno di sconosciuti dei quali non s’interessa.

Qualcuno la guarda e si domanda che dolore stia causando queste lacrime, che le spinge le mani a scrivere senza sosta in un’agenda rossa.

 

E piange. Non ha mai smesso da quando ha guardato il foglio bianco e sapeva che lì ci avrebbe scritto i suoi ultimi pensieri.

Ha pianto per una fine, perché forse quella era stata l’ultima volta che vedeva la sua città e per somma, visto che se le teneva strette alle palpebre da giorni, quelle goccioline di tristezza.

Ha pianto per tutto quello che c’è stato e per quello che non ci poteva essere.

Ha pianto per motivi che non sa. Così: le veniva da piangere, in certi momenti, senza una vera ragione.

E poi perché si sentiva stupida. Ha sempre saputo che sarebbe finita proprio così. Con un niente. Con uno sguardo al presente che confermava che i giorni belli se n’erano andati. Che era stato tutto uno scherzo.

Si ricomincia, avrebbe pensato in quella fine. Anche stavolta non è andata.

Tutte le volte che l’aveva allontanato, tutte le volte che non voleva più sentirlo, lo aveva fatto per questo: non voleva vedere quella fine.

Non era mai scappata veramente da lui, ma da quella fine.

 

Invece, nonostante le precauzioni, la saggezza, e l’intuito: quella mattina c’era stata dentro, a quella fine.

Aveva solo allungato la strada, per trovarsi comunque in quella piazza senza uscite: fine della corsa.

E dentro a una fine si piange, no?

Vera o presunta.

Quando un film finisce male, si piange, no?

Almeno, lei è una di quelle persone che se un film finisce male, piange.

Allora si era appoggiata al finestrino del treno e aveva cominciato a scrivere e a piangere, mentre dal finestrino scorreva il bel panorama. Piangeva pure su quello: sulla bellezza che le scorreva intorno, inafferrabile.

Piangeva senza rumore, tranne il ronzio dei pensieri che alimentavano quel senso di sconfitta tipico di una fine come quella. Una fine tipica.

 

Scende dal treno e pensa che è buffo come passiamo la vita ad aspettare che succeda qualcosa: un giorno indimenticabile, una vacanza speciale, un mese d’amore. Non tenendo conto di quanta fatica ci vorrà dopo, per riuscire a farne a meno per il resto della vita.

E come a una certa età si comincia a diventare ottimi storditi, a utilizzare la memoria a nostro piacimento, per riuscire a toglierci dalla testa, per esempio, il sapore di una bocca che se te la ricordassi bene, smetteresti di baciare per sempre.

Perché sarebbe baciare una mancanza. Appoggiare labbra, su labbra che non sono quelle.

Non è che abbia qualcosa che non va, quella bocca nuova. Solo: non è quella.

 

I ricordi hanno sapori dimenticati, le è venuto da pensare.

 

Ha pianto per l’affronto alla bellezza.

Ha pianto perché stava dimenticando una bocca.

Ha pianto perché aveva trovato la perfezione in un abbraccio e se ne sarebbe dimenticata.

Ha pianto perché stava diventato grande, con la memoria piccola.

Ha pianto perché avrebbe dimenticato il perché.

 

Appoggia la lettera su una panchina. Binario 14.

Qualcuno forse la leggerà. E poi se ne dimenticherà.

Acrobazie

Non avevo mai camminato sulle mani, eppure era così che mi

sembrava di andargli incontro.

Avessi avuto la mia solita andatura, mi sarei messa a correre, come sempre e nella direzione opposta.

Era come se le mie mani si arrampicassero sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa. Tentavano di creare orme di carezze che non avrei mai dato a lui. Non più comunque.

Ero scappata e poi tornata da lui molte volte. Una di troppo, sicuramente.

Ormai me n’ero liberata. Almeno era ciò di cui mi ero convinta.

Spesso capita che ciò di cui ci si convince diventi un fatto e io mi ero convinta di essere finalmente uscita da quella storia.

Mi ero liberata di lui e non c’era modo d’impormi di tornare indietro, in quel punto del tempo dove ridevo come una ragazzina, per gioia incontrollabile, e lo volevo ad ogni costo. Anche a costo di scappare ogni volta che mi deludeva, per il timore che la delusione rovinasse quel bello che è celato dietro ad ogni intenzione.

Che si salvasse almeno la felicità potenziale.

I desideri vanno protetti e io volevo proteggere i miei: fuggendo lontana da esiti che nulla avevano a che vedere con quello che l’amore avrebbe potuto darmi.

E’ che mi aspettavo delle cose da lui, avevo deciso che le cose che sognavo dovessero arrivare da quelle mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo. Però, quelle cose non erano arrivate. Quindi cosa mi restava da fare, se non scappare?

La prima volta che ero scappata, la delusione bruciava nelle guance l’umiliazione delle lacrime esibite proprio a lui; poi però, dopo un po’ ero tornata, anche se avevo smesso, di colpo, di aspettare che quelle sue mani da ragazzo portassero per me quelle cose per le quali ogni sorriso ha un motivo valido per illuminare la stanza.

Ero tornata da lui perché non avevo ancora smesso di desiderare quelle mani, ma adesso erano semplicemente mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo ed erano mani vuote.

Vivevo ogni nostro incontro senza attese, senza gratitudine verso il destino che ci aveva fatti incontrare, senza la gioia di toccarlo.

Viversi così, senza desiderarsi e sognare, è amare per inerzia. Con sufficienza, come subire la corrente delle circostanze, senza domandarsi se ci sta conducendo in quei luoghi per i quali siamo destinati.

Quel genere di amore non ha posto nel mio cuore, non ha posto nel cuore di molti; allora ero scappata ancora e avevo provato a stare senza di lui. Avevo sentito quel freddo che trapassa, quando avevo provato sul serio ad immaginarmi senza quelle mani da ragazzo

mani vuote

e senza quel calore: un calore così intenso che una notte d’inverno mi aveva obbligata a scappare da sotto le coperte e dirgli ridendo

“ho caldo, aiuto, qui brucia tutto!”

Eravamo noi due, che sotto quelle coperte, creavamo uno strano effetto, un effetto chimico, che ci faceva bruciare. Da scaldarcisi tutta un’intera stagione, con quel calore, senza bisogno di altro che non fosse pelle e fiato e qualche chiacchiera dopo l’amore.

Poi ero tornata ancora, come una sopravvissuta a quell’idea,

all’idea di perderlo; eppure ero contenta di essere tornata, di rivederlo, ma solo come lo si può essere quando ti capita di rivedere un vecchio amico, Il cuore batteva un po’ di più e le labbra tremavano per la voglia di quelle labbra

labbra da ragazzo

ma non era come rivedere qualcuno che puoi amare.

Era qualcosa di meno.

E’ che sapevo che sarei scappata ancora. E’ così che mi succede tutte le volte: scappo. Avevo visto che quell’amore può finire e sapevo che tutte le volte che avrei sentito ancora quel freddo dentro, quel freddo che trapassa, sarei fuggita. Per paura, per consapevolezza o semplicemente perché non so resistere a quel tipo di freddo, perché è un freddo che ti gela le emozioni.

Magari non sarei fuggita sempre per davvero. Sarebbero fuggiti a volte solo i miei pensieri, oppure i miei sogni.

Ero certa che sarei scappata ancora, oppure sarebbero fuggite le mie attese e sarei stata diversa.

Diversa al punto da non essere più me.

Sarei stata diversa e questo avrebbe fatto cambiare anche lui, perché avrebbe sentito di aver perso qualcosa. Non avrebbe capito subito che gli sarei mancata io, perché mi avrebbe vista, toccata, avrebbe continuato ad accarezzarmi le palpebre, come faceva sempre, con la punta di quelle dita grandi. Eppure gli sarei mancata.

Un particolare per volta sarebbe sfuggito dal nostro consueto scenario e poi avrebbe cominciato ad odiarmi. Si sarebbe accorto ad un certo punto di avere di fronte un’altra me e avrebbe cominciato ad odiarla, quell’altra me, così diversa dalla donna della quale si era innamorato o infatuato o quel che provava. Perché non avrei mantenuto quella promessa tacita che ci si fa sempre, quando ci s’innamora. Quella di non cambiare, di restare e conservare quell’espressione negli occhi, quel modo di mettere le mani in tasca o di sorridere.

Restare quelli che si era quando quella scintilla aveva saldato

quelle vite.

Una promessa che se non si mantiene, si trasforma nella fine.

 

Poi, però era arrivata quella notte. L’ha portata con se la realtà. Ci sono volte fortunate in cui la realtà si prende il suo posto con tanta determinazione da rendere certe convinzioni, delle semplici opinioni e ti ricorda che non sempre sei tu a decidere che significato ha una tristezza.

Io, non so perché, ma anche se ero convinta che sarei ancora scappata, comunque gli andavo incontro. Mi sembrava di camminare sulle mani, sì, come se una parte del mio sogno si fosse trasferito nella realtà e mi imponesse di avvicinarmi a lui, privandomi della possibilità di correre via.

Io mi avvicinavo e la realtà mi pioveva addosso come una doccia bollente, nel momento in cui avevo più freddo e mi portava nella vita, quella notte, il calore che serve per restare. Dai piedi alla testa.

Ero appena tornata dall’ultima fuga e come avevo promesso a me stessa, avevo smesso di chiedergli quello che mi aspettavo da lui, per sentirmi sicura e poter dare anche ad una semplice carezza un’occasione per arrivare a lui calda, mai tremante di paura o di cenni di preoccupazione.

Sentivo una libertà innaturale ma allo stesso tempo entusiasmante, nel non chiedergli più niente, per temporeggiare, per averlo ancora un altro po’, prima della fine, perché sapevo che sarebbe finita comunque; volevo averlo per un altro po’, e prendere solo quello che lui riusciva a darmi e me lo sarei fatto bastare, per quella sera. Quella sera io camminavo sulle mani e il disincanto, le paure e le promesse non mantenute erano ancora nella mia testa, ma sottosopra, in ordine inverso.

Ero di nuovo libera da ogni controllo. Potevo rilassarmi e assaggiare quell’amore senza redini, senza metterlo in nessun binario, senza la tristezza della delusione e potevo ricordare com’era bello, all’inizio, anche solo restare seduta ad ascoltare i suoi racconti. Semplicemente eravamo dove dovevamo essere e stavo bene, li dov’eravamo, insieme.

Quella notte però qualcosa aveva cambiato anche lui, oppure si era solo arreso alle emozioni e ogni cosa aveva assunto la giusta misura, quella misura che ti potrebbe mettere in pericolo perchè ti rende vulnerabile ma corri comunque il rischio. Quella misura autentica che si manifesta solo quando si ha coraggio dei propri desideri e si lascia franare ogni autocontrollo, che rovina solo il gusto di certi baci.

Io avevo sempre voluto solo quello da lui: che mi vivesse senza autocontrollo. Ed era stata una notte come la desideravo.

Il giorno dopo mi ero svegliata con una raccolta d’immagini che potevano essere sogni un po’ azzardati, se se ne facessero di sogni così.

Scandalosi, intrisi di un piacere che forse esiste davvero, circondati di parole che non osavo ripetermi e di promesse che erano sogni fatti insieme. Frasi che i muri della casa, mi ripetevano come a prendersi gioco di me, oppure per regalarmi un altro po’ di quella notte, nei ricordi e negli odori che erano rimasti, oppure in quel bicchiere vuoto che lui aveva appoggiato sul tavolo, non prima di aver lasciato l’impronta delle sue labbra

quelle labbra da ragazzo.

Non so ancora se potrà durare, se smetterò di scappare, ma era bello per me quella mattina, immaginare di poterlo avere davvero, tutto quel sogno. Anche se non avessi potuto averlo, quella mattina non era un problema.

Se non avessi potuto averlo, avrei conservato il ricordo di quella notte, una notte che era stata tutta una vita. Per quello che c’era stato e per la conferma che si possono vivere certe notti che sono tutta una vita. Quello che sogno non è più solo una fantasia, da quella notte.

E ricominciava a scaldarsi qualcosa, in mezzo al freddo del mio disincanto.
Quella mattina mi domandavo se anche lui s’era accorto di com’era stato e per me sarebbe stato già tanto, se mi avesse voluta come si dovrebbe volere, che non si sa per quanto tempo, ma che mi avesse voluta come io voglio lui: come se senza, ti cambiasse il gusto di ogni altra cosa e senti di essere con le spalle al muro, perché indietro, dopo notti come quella, non si riesce proprio a tornarci. Perché il resto scolora e diventa insipido, paragonato a quell’accecante rosso e a quel corpo saporito.

Ogni momento tra me e lui, quella notte, era stato un inedito e in amore, ad una certa età, comincia uno scoraggiante già visto che fa perdere il gusto anche di una semplice stretta di mano.

Era inedito ogni istante, quella notte, anche gli sguardi. Come ritrovarsi a passeggiare per Milano e trovare per caso un localino perfetto per quella sera, con il jazz a fare da sottofondo alle chiacchiere, ed entrare anche se avevamo già cenato, per mangiare anche solo almeno un dolce e brindare con due bicchieri di passito, che ne valeva la pena, ché quella sera era lo scenario perfetto; e pensare che quel locale poteva trovarsi proprio in quel punto preciso della città, oppure in qualsiasi altra parte del mondo e noi essere in vacanza, tanto l’atmosfera era uguale.

Sì, avremmo potuto essere anche a Parigi in quel momento, per esempio, che da li la porta d’ingresso neanche si vedeva, ma dentro era come se si fosse stati in un posto da ricordare, di quelli che quando ti ci trovi dentro, ti viene un illogico impulso di comprare un souvenir qualsiasi, perché sai che dopo, quando non sarai più li, in quel posto perfetto, con l’atmosfera perfetta, avrai bisogno almeno di toccare una cosa qualsiasi ma che arrivi da quel lontano, indimenticabile punto del tempo in cui ci si sentiva da qualsiasi parte, una parte meravigliosa del mondo, a caso, ma la più bella.

Eravamo noi due ad essere meravigliosi, ma il complimento se l’era preso quel bel localino, con il jazz a fare da sottofondo.

E poi, mentre quella notte, che non avrebbe dovuto finire mai, si faceva sorpassare dall’alba, noi ci scoprivamo ancor svegli, nudi e con quel senso di stanchezza dolce, a leggere insieme lo stesso fumetto, prima di addormentarci; appiccicati e sazi di passione e amore e sesso, che c’erano dei punti in cui si confondeva tutto e non si sapeva se era amore o passione o sesso o un’altra parola migliore.

Sazi, ma non ancora di toccarci tra una pagina e l’altra, per non farla finire mai una notte così.

Bisognerebbe prendersi cura di tutta quella meraviglia.

In fondo io volevo solo quello da lui: che non sprecasse quella meraviglia.

 “Ci sarà un giorno in cui non tornerò più”.

“Magari avrai smesso di scappare, prima di quel giorno”.

“Speriamo”.

E volevo tanto scappare ancora, perché quella notte così perfetta mi avrebbe messa nei guai, però ne volevo ancora di notti perfette come quella e allora, quando il giorno dopo l’ho rivisto, di nuovo le mani si arrampicavano sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa, tentavano di creare orme di carezze e con i palmi incerti, mi avvicinavo a quell’incertezza, e così, a testa in giù, mi domandavo se qualcuno di noi sarebbe stato disposto a prendersi cura di quella meraviglia o se sarebbe finita in fondo a un desiderio buttato, in un buio che nasconde tutti le altre occasioni che avrebbero potuto essere.

 

E’ che certe meraviglie non si trovano proprio dietro l’angolo, neanche se scavi. Forse se si accarezza ogni distanza, come facevo io quel giorno, camminando sulle mani e a testa in giù i sogni, per una volta m’indicavano la strada.

 

Mi esibisco in acrobazie
nelle piazze del pensiero
in cambio di occhi
che riconoscano la mia danza.

Non ho cartelli per chiederti
spiccioli d’attenzione
ne abbastanza  voce
per spiegare i sensi.

Sono un artista della strada
per arrivare al mio sogno.
Continuerò ad esibirmi
aspettando di sentire un tintinnio

Edit: Pubblicato nell’antologia "Scrivi con lo Scrittore – A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.

La bambina con le autoreggenti

settembre 11, 2008 1 commento

 

 
Nuvole d’organza bianca e macchie scure; e un fumetto intorno alle labbra, di fumo di sigaretta, vapore acqueo e pensieri che si raffreddano, per mancanza di un orecchio che li raccolga; intorno a quelle labbra da bambina, nascoste da un rosso da donna.

Fa freddo ma lei non sembra farci caso, così poco vestita eppure indifferente al gelo intorno. Mi viene da pensare che faccia più freddo dentro che fuori, dalle sue parti. 

La nebbia mi circonda con il suo velo bianco, è dappertutto: intorno alle cose, alle auto parcheggiate, ai ragazzi che fumano all’entrata del locale, a qualcosa che sta passando dall’altra parte della strada ma che non riesco a capire cosa sia, e a Lara che, per puro caso, si trova davanti la donna che ha fatto soffrire l’uomo che pensa d’amare.

Circondata da nuvole d’organza.

L’unica donna che lui aveva amato. Molte volte si sarà domandata che occhi avesse quella donna, e che cosa avesse di tanto speciale per essere riuscita a farlo innamorare. Me lo sono chiesto tante volte anch’io, dopo: per staccarmelo da dentro con le unghia e buttarlo nel primo caminetto a portata di mano.

La nebbia è intorno a noi, come se fosse li per toglierci l’imbarazzo di ritrovarci da sole: io, Lara e l’organza di quel fumoso contorno, morbido censore che scolora persino le idee, la sorpresa e i rimasugli dei miei ricordi neri.

Respiro piano, senza fretta e quelle macchie nere di ricordi, dentro, a rovinarmi una serata che prometteva una coperta calda ad attendermi a casa e cuscini di sogni.

Invece eccola: l’ennesima ragazzina nelle mani di un carnefice che a quanto pare non ha perso quel vizio.

Il vizio di picchiarle.

Si vede dai suoi occhi, perché sembrano i miei, di una vita fa: occhi bassi e una vergogna mal celata da troppo trucco.
La guardo e mi viene quasi voglia di  rientrare nel locale per cercarlo e chiedergli quando smetterà di ridurre in questo stato le ragazzine. Ragazzine, perché a lui piacciono quasi ventenni: facilmente plagiabili, più appetitose se hanno anche bisogno di una spalla sulla quale appoggiarsi, per stimolare gratitudine e voglia di sdebitarsi. A qualsiasi costo.

Invece eccomi qui, come a guardare la mia vita precedente attraverso un vetro annebbiato e questa quasi ventenne vestita da puttana, la sua puttana, mentre avrebbe dovuto trovarsi da qualsiasi altra parte. Qualsiasi, perché ovunque sarebbe stata salva, ma non li.

Sta piangendo Lara, qui in mezzo alla nebbia e a ragazzi che parlano tra loro e che non si accorgono che a un palmo dal loro naso, una bambina si sta domandando come abbia fatto a cacciarsi in questo guaio. In una mano regge un bicchiere vuoto e nell’altra una sigaretta fumata per metà. Sta guardando qualcosa.
Mi sembra di averla già vista una scena del genere, solo che la ragazzina dei miei ricordi aveva la mia faccia.

Le vado incontro e le dico “Ciao, ti va un caffè?"

"Non ti conosco" mi risponde mentre lancia la sigaretta.

"Hai accettato cose ben peggiori da sconosciuti. Un caffè è innocuo e non lascia lividi". Chi me la da tutta questa certezza che Lara non reagirà mandandomi a quel paese?  "E poi mi conosci. Sicuramente avrai visto delle mie foto, in ginocchio”.

Quest’informazione sembra svegliarla, pensa un attimo e dice soltanto "Tu?"

"Sali?" e le indico la mia macchina parcheggiata proprio li davanti.

Lara sale in macchina senza dubbi e andiamo a prendere un caffè, sui navigli. Dalla parte opposta della città. Sembriamo la strana coppia: la preda e la fuggiasca.

“Non so perché sono qui con te, forse mi si è annebbiata anche la testa stasera. Ma tu ce l’hai scritto in faccia che hai bisogno d’aiuto e so che tipo di aiuto occorre in serate come queste. So che cosa ti fa”.

Laura piange ancora. Sembra che non abbia mai fatto altro nella vita che piangere, questa ragazzina. Le chiedo di non raccontarmi nulla, non ho bisogno che mi spieghi perché si trovava mezza nuda con questo freddo, alle due di notte, davanti ad un locale e quale sia l’ennesima colpa che quell’uomo ha commesso, facendo crollare temporaneamente il finto castello di certezze che crea intorno alle ragazzine delle quali abusa.

Il cameriere ci porta i caffè e posticipa di qualche istante la domanda secca che Lara mi spara li, sul tavolino:

“Com’è andata davvero fra voi due?”

Stasera, il dubbio comincia a farsi strada nella sua testa e Lara ha voglia di nuove versioni.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

 Eravamo invincibili. Da far invidia”.

Questo vorrei raccontarle.

E poi “l’amore finì, come a volte accade”.

Eravamo l’incontro perfetto”, vorrei dirle, “di quel calore che avvolge e di quel freddo residuo di precedenti abbagli e di altre solitudini.

E ci scaldavamo.

In un letto teatro di perfezione o in giro per le vie della sua città. Passeggiando i nostri sogni e le nostre confidenze, incrociando mani e progetti”.

E cerco e rovisto e seziono i miei ricordi, ancora una volta, per trovare qualcosa di bello, che valesse davvero la pena, rimasta attaccata a quelle altre parole, parole sporche; da raccontarle, adesso, sospirando un "peccato" divertito e un po’ nostalgico, magari.

Come a volte accade. A qualcuno più fortunato.

Vorrei dirle che “no, non mentiva. E non fingeva. Quando era quell’uomo che ho amato.

Quando l’ho amato”.

Era l’uomo che si intrufolava nei ricordi e metteva tutto in disordine, da non ricordarmi più cosa era successo prima e cosa dopo e quanto male mi avevano fatto le altre delusioni, quelle di ragazzina acerba.

Era l’uomo che m’incontrava bambina e mi scopriva donna, piano piano, ma a volte anche in fretta; con la stessa impazienza che ci metteva quando apriva i miei regali: strappando la confezione senza cura. 

Mi sembrava la ricompensa, ricordo. Volevo che fosse il riscatto, invece era la beffa. La peggiore disfatta.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

E crescevo, negli anni e con me la paura che mi aveva trovato negli occhi quando mi aveva incontrata.

Un giorno fortunato” dicevamo.

L’ha nutrita coi vizi, nei giorni di festa, quando si vestiva d’inganno; e nella quotidianità, quando apparecchiavo di speranza la sua tavola, condita di rabbia e meschinità.

E aprivo quelle piccole finestre, per farne uscire un po’, prima che  mi soffocassero davvero, per evitare di mandarle giù, in fondo all’anima a far numero con gli altri dolori. Con le altre saggezze.

Ed ora cerco qualcosa di buono, perché i miei anni non siano andati sprecati.

Ancora una volta sprecati. Per togliere qualche senso di colpa a questa bambina che ho di fronte,  per aver dato in prestito il suo meglio a un uomo così; vorrei dire che lo riavrà, quel meglio di lei che gli ha dato, ma non è così che funziona, nella vita dei grandi.

Vorrei trovare qualcosa che non mi faccia soltanto vantare di una

saggezza dolorante che mi cresce in fondo ai pensieri e mi toglie fiducia, mi ruba speranza; lasciandomi fredda ad osservare gli slanci, con mio fratello Cinismo a farmi da eco nei “No, grazie”.

Purtroppo è una sera in cui non ho in prestito illusioni per inventarglielo, non ho neanche qualche bugia utile, vestita di nebbia, come nei giorni di allora, in cui travestivo il suo sorriso di sfumature delle quali non era capace e lo tingevo d’intenzioni che neanche immaginava.

E’ che avevo abbastanza fantasia per tutti e due.

E non posso disegnare in quei ricordi quel buono che mi basti come alibi, quando resto muta di fronte a queste domande. Quando ho bisogno di raccontarmi e di dire che “sì,

Eravamo invincibili. Da far invidia.

E poi l’amore finì, come a volte accade”.

Nient’altro vorrei raccontarle e nulla di quello che so, vorrei sapere. Delle cose che accadono, del male che ti viene a trovare senza neanche bussare alla porta di casa, senza biglietto d’invito. Senza avvisare.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

E non vorrei dover raccontarle da cosa sono davvero scappata. In ritardo sì, ma comunque scappata. Però devo farlo. Non salverò la bambina che ero, ma posso provare a salvarne una adesso, che mi guarda con gli occhi dissolti in pozze di paura, col trucco  a sciogliersi insieme alle bugie alle quali ha voluto credere.

Nient’altro vorrei sapere di inganni e gite desolanti nelle terre della perdizione e del dubbio.

E dire "peccato”, sì, lo vorrei dire, che “poi l’amore svanì, come a volte accade, ma niente potrebbe farmi dimenticare quel bello che c’era, quando c’era”.

Non c’era e Lara non troverà nessun bene nei miei ricordi di quel tempo, per inventarsi ancora una volta quell’uomo: solo macchie scure.

Non trovo nulla di buono in quella vita, da prendere  e usare per giustificare quel tempo ed il suo.

Niente da salvare. Niente.

Ci sono solo macerie e i miei vecchi sogni abbandonati negli angoli della memoria. Insieme alla polvere; insieme a questi altri, di quest’altra ragazza ferita.

Non c’è alcun modo per dire di me che “fui ingannata ma c’era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri“ ne per dirle che lei “è stata ingannata ma c’era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri”. No.

Quelle macchie scure sono ancora qui e mai se ne andranno del tutto, qualcosa di lui resterà a ricordarmi che basta aprire una porta sbagliata, solo una, e qualcosa da dentro va via, insieme a quell’idea che non era neppure verosimile. Qualcosa di lui resterà nei miei racconti e non sarà mai qualcosa di buono. Neanche per lei lo sarà.

Qualcosa è rimasto però, di quella ragazzina che ero prima di lui, prima d’incontrarlo, quel giorno.

"Un giorno sfortunato" direi.

E’ la mia parte migliore.

E’ quella che guardo adesso, specchiandomi nel riflesso di questi grandi occhi da bambina che mi guardano e vorrebbero trovare qualche dubbio per non credermi.

E’ che sono molto diversa da come lui mi ha raccontata.

Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.

Bevo un sorso di caffè e le rispondo con tutta la sintesi della quale sono capace:

“Tra noi due non è andata” senza aggiungere altro.

“Tu sei scappata, vero?” Lara ha voglia di scappare e ha bisogno di sapere se è una ragazza cattiva e incapace o se qualcun’altra può avere avuto lo stesso impulso. “Non ti ha lasciata lui. Si sente che non è vero, quando lo dice, perché è sempre molto arrabbiato quelle poche volte che parla di te”.

“Direi che scappata è il termine esatto”.
“Perché?” gli occhi di Lara hanno un solo piccolo momento

d’interesse. Se è questo che devo fare per spingerla oltre quel cancello già spalancato che deve oltrepassare, lo faccio.

Allora comincio a raccontare.

Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere. Nella sceneggiatura di quegli incontri era previsto che piangessi, e nessuno ha ascoltato i singhiozzi, i "no", i "non lo fare, non voglio". Le lacrime erano coreografiche. Copiose. In quei giochi tutto è concesso dal momento in cui ti trovi li, e lo sa anche Lara che è così che succede. Non c’è più molto tempo una volta che sei dentro. A meno che tu non scappi. Ma c’era lui e io non volevo perderlo. Avevo il terrore di perderlo. Volevo fare la dura, la donna dei suoi
sogni, il suo ideale di donna.

Nemmeno io mi ero ascoltata.

Nemmeno Lara si è ascoltata.

Questa stupida ragazzina che per inseguire un sogno, per non perdere un uomo che credeva d’amare, si era lasciata accompagnare in un osceno mondo fatto di sangue e violenza; e lacrime a ripulire tutto il casino.

Ricordavo tutti i miei no e che parlavamo molto e litigavamo. Poi, lui minacciava abilmente di smettere di farlo, che non ero come voleva lui. Allora in me scattava quel malato meccanismo di rifiuto, e Lara ha coraggio solo di farmi cenno di sì con la testa, senza emettere alcun suono. Non potevo accettare di non essere come voleva lui. Io DOVEVO essere all’altezza. Allora ci riprovavo, ricominciavo tutto da capo. Le botte, le orge, le umiliazioni in pubblico. Quelle mani estranee che mi toccavano perché lui voleva sentire il potere, voleva poter disporre del mio corpo e sentire di poterlo fare ogni volta.

Mi diceva che ero lesbica per vedermi scopare con le altre donne, che non lo volevo ammettere, ma lui lo capiva. Mi sono pure convinta di quello per un po’, che mi piacessero le donne davvero. Mi trasformava ogni giorno. A volte penso che le botte fossero il

male minore.

Lara mi guarda come se fossi li, seduta di fronte a lei a bere cappuccino e a descriverle la sua vita, in questi ultimi due anni, non la mia. Si nota dai suoi occhi e io li guardo come se ci fosse un gobbo nelle sue pupille e leggessi da li i suoi segreti inconfessabili.
Non le risparmio le parole più dure: deve ascoltarmi, rendersi conto che quell’uomo ripete gli stessi meccanismi con tutte le ragazzine che gli capitano.

Ero la nota stonata in quel mondo, le dico. Ero la bambina con le autoreggenti in mezzo a vecchi porci, come lei.

Poi ho capito una cosa: che non era importante che lo volessi o no, se ero plagiata o costretta. Io ero li e questo dava delle colpe anche a me, non solo a lui: mi aveva cambiata e quelle cose le facevo io: la donna in cui mi aveva trasformato.

Ho camminato per qualche mese ad occhi bassi con un’enorme paura di incontrare qualcuno e dovergli raccontare quello che avevo fatto, dov’ero stata o che quel qualcuno vedesse in me la donna in cui mi aveva trasformata e non la donna che ero, laggiù in fondo all’orrore, nascosta dalla vergogna.

Le racconto che c’era stata una notte poi, in cui era successo qualcosa di troppo e ad un certo punto avevo cominciato a sentirmi sporca, ed ero scappata: mi ero nascosta il più lontano possibile da lui, perché vederlo mi spaventava. I suoi occhi erano testimoni di tutti quegli errori che avevo commesso, per lui.

Non dovevo fare quelle cose, che adesso anche Lara si costringe a fare, per non perderlo. Ero scappata cercando da qualche parte di trovare il modo per ripulirmi.

Chi riuscirebbe a sopravvivere lasciandosi plagiare in questo modo da un uomo? Chiedo a questa ragazzina ammutolita dalla verità. Significa smarrirsi interamente ed agire mossa da fili invisibili e sottili. Avrei dovuto essere fiera di me per esserne uscita, per aver avuto la forza di recuperare quello straccio di autostima che avevo ancora e scappare, ma mi sentivo così maledettamente sporca. Allora sono fuggita ancora più lontano, ma le confesso, che nonostante la distanza che mettevo tra me e il luogo dove tutto ciò era accaduto, i ricordi mi seguivano. I ricordi delle frustate che erano come piccoli schiaffi, ma il dolore durava di più; dei colpi di bacchette, che erano come morsi, ma gonfiavano in modo peggiore; delle colate di cera al buio, che non sapevo mai dove sarebbe atterrata la prossima scossa; delle pinze in ogni centimetro di pelle utile ad adornarmi di oltraggio.

Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere.

Il sesso rappresentava per me un legame a quei ricordi. Avevo paura d’essere anche solo toccata e spesso ho pensato di non meritare più nulla, perché alla storiella che non volevo, che una malattia chiamata "troppo amore" mi aveva imposto di seguirlo in ogni dove, non avrebbe creduto nessuno. Cercavo qualcuno che mi perdonasse al posto mio, ma poi ho capito che l’unico amico decente che in questi casi puoi trovare per farti aiutare, si chiama Tempo. Piano piano ho ritrovato quel po’ di quella bambina che era rimasta, dietro ai lividi.

Com’era andata? Peggio di così…

Smetto di raccontare perché Lara sta leggendo un sms. Sicuramente è lui che la sta cercando.

“Devi liberartene, Lara, non c’è altro modo, non c’è altra svolta che può prendere questa storia”.

“Non posso perderlo. Lo amo” .

“Adesso credi di amarlo, perché gli stai dando tutto quello che vuole, perché ogni cosa che lui ti obbliga a fare, ti lega sempre di più a lui, perché ogni volta è una parte di te che perdi e devi convincerti che il motivo per il quale l’hai persa è che l’amavi e bisognerebbe amare veramente troppo, per farsi fare quelle cose. Amare qualcuno più di se stessi al punto da non ritenere necessario proteggersi. Ma non lo ami. So che ti sembra assurdo sentirti dire che non lo ami, ma tu non lo ami. Non si può amare nessuno che ti trascina in quei vicoli di niente. Che ti presta ad altri uomini, che ti gonfia di lividi, che ti cancella la stima di te a colpi di bacchette”.
“Ti sento raccontare la tua storia e mi sembra di sentire qualcuno che racconta la mia storia. E’ questo che mi obbliga a continuare ad ascoltarti. Solo che tu sei più forte di me”.

“Liberati di questa storia e troverai questa forza già dal giorno dopo”.
“Non posso liberarmi, perderei tutto quello per il quale mi sono sacrificata, e questo” mi mostra le cicatrici delle manette, questa bambina “non sarebbe valso a nulla. Non posso accettare questa sconfitta. Lui un giorno mi amerà come desidero. Devo solo dimostrargli ancora che sono disposta a fare di tutto pur di non perderlo. Lui così si fiderà di me”.

La guardo ed è come se un fumetto le si disegnasse sopra ai capelli neri. Si sta domandando fino a quando riuscirà a resistere a quel dolore, a quelle umiliazioni.

All’inizio, pensava di volerle, addirittura. Tanto tempo fa, quando aveva bisogno di farsi del male.

“E’ che non è li la tua vittoria. Non vinci usando come arma la tua coscienza. Si vince perché ci si scopre simili. E’ una confortante banalità. E tu non sei simile a quell’uomo. Dovresti sentirti fortunata per questo e sicuramente un giorno lo sarai. Tu credi che lui sia un uomo speciale, in realtà non vale niente. Vale meno di questa nebbia, che sembra circondare tutto, essere infinita, ma usa l’illusione, nasconde la realtà, toglie i contorni. Quando ti sveglierai sarà sparita e ricorderai com’erano belle le cose prima del suo arrivo e come bene ci vedevi anche da sola e com’era bello, decidere cosa ti piace e come vuoi che un uomo ti tocchi”.
Lara mi ascolta senza parlare e le mie parole la scaldano più del cappuccino che ha ordinato poco fa.

Mi sussurra: “Ho paura che quella nebbia stia già sparendo”.
Quando si vede con chiarezza, i sensi di colpa hanno contorni insopportabilmente nitidi.

Le sorrido, perché so che questa è comunque una buona notizia.
“Cos’è successo quella notte? Quella che ti ha fatto decidere di scappare?”
Le dico che una sera mi aveva accompagnata in una stanza. Mi aveva riempito il corpo di pinze. Ce le avevo ovunque. Glielo dico guardandola in quelle pozze di paura. La mia voce non potrebbe essere più calma di così.

Almeno venti su ogni capezzolo e due pinze con i pesi tra le gambe, una per lato. Mi aveva stretto le manette a polsi e caviglie. Non potevo muovermi.

Se mi muovevo, anche le pinze si muovevano e io urlavo.

Se mi muovevo, i pesi tra le gambe oscillavano e io urlavo. Dovevo stare ferma, non potevo liberarmi.

Il dolore era orribile, ma era peggiore la sensazione di trappola, di sapere di non potermi muovere perché avrei subito un dolore più forte. Ero in un cerchio.

Il cerchio di dolore e paura che aveva creato era la chiara riproduzione di quella specie d’amore che provavo: stavo male, ma se avessi accennato un piccolo movimento per liberarmi, avrei cominciato a ricordare fin dove ero scesa, nel fondo di oscenità e dolore, e sarei stata anche peggio. Era meglio star ferma, in quella vita e continuare a provare quel dolore, che ormai conoscevo e sapevo esattamente quando sarebbe finito, ma che era niente, paragonato a quell’altro, che non conoscevo.

I lividi dopo qualche giorno se ne vanno. Quel senso di colpa se ne sarebbe mai andato, invece?

Piangevo e lo pregavo di liberarmi, di togliermi le pinze, almeno quelle tra le gambe, che non le sopportavo. Il dolore arrivava come se la mia carne gridasse. Forti picchi di dolore

shhh
poi piano piano diminuiva ma poi di nuovo un altro picco di dolore
shhh
e dopo diminuiva ancora.

Mi ero accorta che piangendo mi muovevo di millimetri e quel movimento muoveva le pinze e i pesi ed era quella la causa del

dolore. Allora smetto di singhiozzare.

Le lacrime scendevano silenziose e io lo guardavo e sussurrando, lo pregavo di toglierle o di staccare almeno i pesi. “toglile, ti prego”, dicevo quasi in un soffio.

Lui con quel suo sorriso sadico, soddisfatto, osservava la sua creazione, il suo luna park di dolore. Dopo aver scattato qualche foto, aveva preso in mano la frusta e giocava con i pesi, li faceva muovere. Ogni oscillazione dei pesi era un picco di dolore molto più forte di quelli che lo avevano preceduto.

shhh, shhh, shhh

E poi aveva cominciato a dare colpi di frusta sulle pinze attaccate ai capezzoli.

shhh, shhh, shhh

Ringraziami, mi comandava

Ringrazia il tuo padrone che si sta divertendo a giocare con te, diceva
E io continuavo a soffiargli di fermarsi.

Ringraziami o ti lascio qui tutta la notte.

Provavo a pensare a qualcosa di divertente, tipo che il mio bel seno rotondo in quel momento doveva sembrare una specie di ombrello aperto, visto da sotto, con tutte quelle pinze attaccate intorno ai capezzoli. Non mi riusciva di sdrammatizzare però. Non mi riusciva di ringraziarlo per avermi ridotto il petto come due ombrelli aperti, visti da sotto. Tante altre volte mi aveva obbligata a ringraziarlo per il dolore che mi concedeva, ma quello era troppo. Non vedeva che stavo cedendo? Che il mio corpo non sopportava altro? Che mi si piegavano le gambe?

Come poteva chiedermi di trovare la forza anche solo per inventarmi un grazie?

Ho cominciato ad urlare, talmente forte che sembrava fossero tutti gli urli che avevo soffocato quella sera e tutti quelli che avevo risparmiato le altre notti e tutte quelle a venire che no, non avrei vissuto. Meglio cacciarli fuori tutti in quel momento, ad un volume devastante, che era come frustate, ma non faceva quel male.
Un urlo che era un misto di dolore e qualcos’altro.

La mia coscienza mi guardava da dietro le sue spalle: nuda, legata, con pinze dappertutto e il viso un lago di paura e urlavamo, io e la mia coscienza.

“Non gridare così, troia, che svegli tutto il palazzo” ma il suo sguardo aveva perso l’eccitazione, l’orgoglio e la sua sicurezza.

Io non smettevo. Io urlavo. Gli gridavo liberami, basta, aiuto e mentre mi dimenavo le fitte di dolore, urlavano anch’esse
shhh, shhh, shhh

Urlavamo, io, la mia coscienza e le mie fitte di dolore.
Così lui buttava la frusta per terra e mi liberava.

Altro dolore: il peggiore.

Le pinze e Lara annuisce, bloccano la circolazione in quel punto dove sono state attaccare. Quando le togli, tutto il dolore che non hai provato in quel punto, per tutto il tempo che sono rimaste attaccate, arriva in un solo colpo, quando il sangue ricomincia a circolare.
Ogni pinza, una pugnalata.

shhh
Un solo colpo, tremendo, per ogni pinza che toglieva.

shhh
Non ce la facevo più e lui, quasi spazientito non mi lasciava neanche riprendere tra una pinza e l’altra: le toglieva ad una velocità insopportabile. Voleva gustarsi un altro po’ di tortura.
Paradossalmente, in quel momento, in silenzio, pregavo che arrivasse il più lentamente possibile la liberazione che avevo preteso urlando.

Quando avevo ricevuto tutte le pugnalate per ogni pinza, che gli avevo permesso di attaccare al mio corpo da ragazzina e quando mi aveva finalmente liberata, me ne sono rimasta in ginocchio, per terra, a piangere.

Lui tentava di tirarmi su, ma io ero stanca, disperata e lo odiavo.
Tutta la storia con la quale mi aveva raggirata, che nei giochi sadomaso esiste un limite e una saveword che se una schiava la pronuncia, il sadico si ferma, era una presa in giro. Ti fa dare fiducia a quel carnefice, finché arriva il giorno che tanto aspettava, per farti tutti gli esperimenti che sognava già dall’inizio e quel giorno tu non puoi muoverti. E’ il giorno in cui ti fa toccare il basso più basso che potessi raggiungere e il fondo più fondo delle tue forze. La soglia del dolore sembrava una elastico.

Quella notte quell’elastico si era spezzato.

Lui mi stava dicendo che ero magnifica, una magnifica schiava che aveva dato molto piacere al suo padrone orgoglioso e io volevo ucciderlo. Credeva che il benessere ricevuto da quella specie di lusinghe, potesse anestetizzarmi ancora. Come le altre volte.
Ero rimasta li, per terra, fino alla mattina dopo.

Mi ero rialzata ed ero andata in bagno a guardarmi: il mio seno era livido e il ricordo delle pinze era disegnato tutto intorno. Il gonfio souvenir dei pesi, non mi permetteva di camminare.

Ho fatto una doccia e mi sono vestita.

Lui era a letto e mi guardava.

“Io me ne vado. Ringraziami solo perché non vado alla polizia a denunciarti”.
“Eri consenziente, troia. Denunciami e io mostrerò tutte quelle foto che ti ho fatto mentre ridevi oppure mentre leccavi la mia frusta”.
Dov’era finita la sua meravigliosa schiava?

Ero stata consenziente, aveva ragione. Avevo accettato io quell’orrore nell’amore. Fino a quella notte.

“Ero consenziente, sì. Ora acconsento di pensare che tu sia morto”.
“Non vali un cazzo come schiava, non valevi un cazzo neanche ieri sera. Ne troverò altre cento migliori di te, che non fanno tutte queste storie per quattro pinze. Le voglio menare come un fabbro e loro devono godere”.

“Spero di no, per loro”.

“Però poi l’ha trovata. Non te. Prima di te ce ne sono state tante, poi te”.

“Se hai già vissuto una notte così, allora vattene Lara. E’ per questo che non riesci più a smettere di piangere?” Non riusciva a smettere di piangere, come se non avesse fatto altro nella vita che

 piangere, quella ragazzina.

“Si l’ho vissuta proprio stasera, prima di uscire per venire al locale.”
“Allora vattene”.

“Come si fa?”

“Niente piccola, si prepara solo una valigia e ci si mette dentro il più possibile e non si torna a prendere il resto. Perché se tornassi, ti convincerebbe a restare. Ti direbbe delle cose per farti restare.
Ciò che conta ce l’hai dietro a questi grandi occhi. E’ solo quello che devi salvare”.

Lara non ha voluto tornare neanche per fare la piccola valigia, dove mettere il più possibile.

Mi chiede di accompagnarla a casa di sua madre, perché ha paura che lui le dica quelle cose per farla restare e sa che la convincerebbe.
Chissà quante altre volte l’aveva convinta.

Lara cammina su pozzanghere fatte in casa adesso. Questa pioggia la invade dalla testa e non si riesce a capire da quale nuvola arrivi. Non porta mai con se l’ombrello quando è in vacanza e lava i panni sporchi in lavanderie a gettoni. E’ scappata dalla casa degli orrori. E’ tornata nella casa dov’è cresciuta, per farsi aiutare dalla scatola che conserva sua madre, quella con le sue foto da bambina, per ricordare chi era prima che l’incubo le confondesse i pensieri.
E’ ancora viva. Strano.

Ha nel piatto solo avanzi di cene consumate.

Banchetti, abbuffate, spuntini passatempo e passasolitudine, il suo corpo è seppellito da chili di cibo insinuati in lei a forza da rabbia, vizio, paura. La rabbia ha sempre molta fame, il vizio vuole sempre godere, la paura ha bisogno di colmare.

Adesso sta seguendo una dieta, dice che quando l’anno prossimo si guarderà allo specchio e rivedrà la sua forma di un tempo, capirà che sta tornando, che in fondo le brutte esperienze, anche se ci cambiano, non ci fanno sparire mai del tutto. Lara ha bisogno di rivedersi. Lo sa anche lei che è solo un illusione sperare che una dieta le ricordi chi era. Ma ogni espediente è utile quando non si sa da che parte cominciare. Non ha importanza da dove si parte. Lara deve partire.

Ricomincerà dalla bilancia, oppure dalla casa nuova dove pensa di andare ad abitare. Lara deve ricominciare da qualsiasi cosa. Le serve una prova, anche una superficiale, che le mostri che può farcela, che la sua forza ancora esiste, anche se negli ultimi tempi sembrava averla abbandonata. Chissà dove, ma c’è.

Eppure è ancora viva. Strano.

Quando il carnefice la colpiva, con le fruste, con le mani, una sera addirittura con un tubo di plastica, la scuoteva.

Cinque centimetri di diametro, dicono che lasci segni gonfissimi sulla pelle”.

Dicevano bene” pensava lei, mentre si guardava allo specchio e piangendo sentiva la mancanza della casa dove viveva da ragazza, con il mare che la osservava dalla finestra e le faceva venire voglia di nuotare. Invece, in quei momenti, guardava fuori dalla finestra e aveva solo voglia di buttarsi giù o di scappare, ma non ci riusciva. Non aveva più forza.

Sembrava verificasse se respirava ancora, quando la colpiva. Anche lei se lo chiedeva spesso. Perché uno se lo chiede se è ancora vivo quando si lascia fare tutto quel male. Ma anche meno, perché meno di quello sarebbe stato comunque troppo e in quei posti anche a volerli cercare i sogni, proprio non ci sono più.
Fu per questo forse che gli permise sempre di colpirla? Le serviva per provare se ci fosse ancora vita dentro?

Era sempre ancora viva. Strano.

Per rinascere devi piangere, come il giorno in cui nascesti.
Piangi e guardi un mondo nuovo.

Lara è a casa, ma non ne proverà il sollievo che sperava quando

sognava di tornare. Ha l’anima imbrattata di colpa e gli occhi

 macchiati da ricordi che non osa raccontare.

Piangerà e in quel pianto canterà tutto lo stupore e il dubbio della scoperta. E’ viva. Si guarda allo specchio e promette che ce la farà. Non tornerà nella casa degli orrori. Ha promesso di non farsi più colpire. Ha promesso di vivere.

E’ di nuovo ancora viva.

Si accarezza e ricomincia a sognare. Sogna qualcuno che le ricordi la dolcezza e che la tranquillizzi, spiegandole che dopo un bacio non arriva nessun colpo e non deve dimostrare il suo valore contando quanti colpi riesce a sopportare.

Sta tentando di ritrovare una ragazza. Quella che era prima che il carnefice la vestisse di peccato, la gonfiasse di vizio e la insanguinasse di violenza. La troverà.

Lara è viva. Questa volta davvero.

Edit: Pubblicato nell’antologia "Scrivi con lo Scrittore – A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.

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