Quando mi rubano le idee sono contenta

gennaio 16, 2015 1 commento

Lo trovo un segno silenzioso ma eclatante di apprezzamento. Come se mi dicessero: «Brava! Mi piace così tanto quello che hai fatto che ora te lo copio e lo faccio anch’io!»
Certo, mi piacerebbe un bel complimento diretto, però anche questo indiretto non mi dispiace.
Peccato che il risultato sia quasi sempre come quelle brutte copie alle quali, si sa, manca la parte invisibile ed essenziale: il ragionamento, la dedizione, la preparazione.
Quello che invece fa colui che copia è interpretare la parte superficiale di una buona idea e il risultato è debole, senza le gambe.
Poi ci sono quelle volte in cui la mia idea è stata copiata e poi migliorata. E io la osservo e ne gioisco e penso: ecco cosa le mancava! E in questo caso sono io che ringrazio (a volte silenziosamente, a volte con impertinenza mi rivolgo a chi mi ha copiato e dico «Grazie per averla copiata e migliorata! Ora è anche tua!»)

E sto già pensando a un’altra idea, con quell’entusiasmo tipico (che manca a chi copia le idee) di chi sa che avrà sempre un’altra nuova, ancora da copiare, ancora da migliorare.

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Meno di questo non vale

aprile 26, 2014 5 commenti

Ci proteggiamo da sempre dal dolore. Abbiamo un’umana paura di soffrire, di morire. Ci allontaniamo, ci neghiamo; qualche volta ci fidiamo quel tanto che basta per andare a sbirciare l’estraneo. 
Poi due occhi rotondi ci disarmano, senza alcuna ragione apparente, senza che la logica ci scagioni, giustifichi la resa e ci rubano tutti i trucchi.
Non resta che accarezzare a mani nude. Non esiste nient’altro che le mani nude. E ridere.
Si sente nelle ossa. Meno di questo non vale.

Al confine con l’acqua

Dare ragione alla corrente / Osservare il silenzio che si muove sott’acqua / Lasciare andare il sasso.
Ho imparato a volare, a nuotare come una sirena che desidera le gambe della donna, a pescare magiche creature che poi rimetto in acqua. Le osservo, mentre tornano ai loro viaggi, e mi metto a sognare senza la voce.
Come sarebbe bello se tornasse, come quei pesci brillanti che saltano dall’acqua, atletici; che disegnano cerchi d’acqua quando planano sui ponti. Li annuncia una pioggia d’argento vivo che colora l’aria che attraversano.

Poi mi torna la voce e parlo la lingua umana del bisogno.

Ça va sans dire

febbraio 12, 2014 8 commenti

Osservo il volo del posacenere che, per una folata di vento senza precedenti, sta piombando sul lunotto dell’auto della mia vicina: la forza di gravità che non concede l’azione, la ragnatela svelta del vetro che s’invecchia in un colpo, la grandine di schegge, un pavè di frantumi incastonati nell’asfalto. Potrebbe essere un punto sensoriale, l’esclamativo, la conclusione della sequenza di crolli a cui ha assistito la mia veranda: abbandoni, funerali, segreti sbocciati, l’assenza in eredità, le arance ammuffite, la sedia a gambe in aria, scaglie che friggono. Punto.
Cerco tra i rifiuti le parole per aggiustare gli eventi: dare al disastro la forma della frase, incollarlo in paragrafi dispari, per ritrovare nella logica il rifugio antiatomico; lucidare una parola dopo l’altra, un pezzo dopo l’altro e classificare in ordine cronologico le macerie. Sono accadute tutte, le parole che lustro.

Guardare tutto con distacco, vattene, vattene: non fa niente, perdonare la tua incolpevole volontà che guarda dall’altra parte e rassicurarti, che ce la faccio, mentre perdo tutto, e poi anche te, ancora una persona, forse un amore, sì certamente l’amore; un numero di telefono, la tua mail impazzita, il tavolino rotondo dove ci bevevamo gli occhi. E tutto quanto il resto, perdo tutto senza inventario, ho la casa vuota. Sono la superstite, l’esemplare in estinzione, la specie vivente.

E nel bel mezzo del disastro, mentre crolla tutto il castello, le carte e pure un mazzo di sogni, e detriti di parole precise mi si conficcano nelle scarpe: mi metto a ridere. Ridere di me, di quanto “sto imparando”, direbbe qualcuno. E promettere che, avendo imparato così tanto, la prossima volta starò più attenta, sarò pronta, reagirò; esserne certa per tre secondi buoni e poi rassegnarmi alla mia imprudenza, al mio essere priva di misure, e ricominciare a ridere. So tutto, ho imparato tutta quanta la lezione e sono uguale, precisa, e lo rifarò e poi dirò non fa niente e poi da capo, fino all’errore giusto.
Ricordare il giorno in cui ho capito chi sono: quella che crede all’amore che non si decide, alle buone maniere, all’addio gentile, al mistero; quella che si protegge con la bellezza, quella che non fa niente. A cosa servirà tutta questa saggezza sbriciolata? Io non mi posso perdere. Io: non fa niente. Devo già combattere le mie guerre domestiche, reggere le pareti della cucina, le finestre, il cancello, figuriamoci se inizio una battaglia contro di me. E chi mi difenderebbe? Chi mi darebbe torto? Chi mi tradirebbe? Chi mi sarebbe fedele nella contesa in cui sarei la morta e la ferita? Chi mi pugnalerebbe alle spalle?
Devo proteggere i miei avanzi. Sotto rovine, sepolture, crolli, la sua lapide, piatti rotti, fiori morti, chiodi storti, posaceneri volanti e martelli sui piedi: c’è la mia testa intatta, che vede tutto, che memorizza ogni spavento, che scrive sulle bucce.
Neanche per un secondo ho pensato di cambiare, di rifarmi il capo, di lasciarmi deformare dalla necessità di primeggiare nello scontro verbale. Non fa niente. Resto muta, declino l’invito all’ultima parola.
Conosco l’errore e il rimedio, l’oltraggio e la pena, e non so che farmene di quest’asso nella manica: mi lascio ferire senza opporre resistenza, me ne sto muta e ferma mentre lo sbaglio si accomoda nelle mie stanze. Lo vedo entrare, so in quale costola si accomoderà, e alzo le braccia. Non fa niente. Errori come pioggia, come pietre in testa, come schiaffi in faccia a mano aperta e io: muta e ferma. Io faccio la cosa giusta, guardami. Il mio mondo è possibile.
A che serve urlare l’errore? Come lo spieghi? Come lo racconti a chi ti ha ferita, che ti ha guardata, che non ti ha vista? Non lo capiva, non lo capirà. Non vede il sangue vivo: come potrebbe vedere le poche parole?
Ho sbadigliato la risposta giusta, le ho risparmiato l’abuso. Ho fatto tutti i novantanove passi: per l’ultimo si dà la precedenza.

Nel frattempo nella miniera sorta in un parcheggio, estraggo fondi di bottiglia e rido l’abbastanza.
Quante ne so, quante ne so.

Frantumi
Foto: Dave Coba – From “Broken” Series, 2008

Espiazione

febbraio 10, 2014 5 commenti

Espiazione

Mentre guardiamo il film squilla il telefono, lei dice «Un attimo», e lo ferma così. Si tratta di una casualità, la seducente tempistica della sorte.
Si allontana e io resto a fissare l’immagine, a domandarmi quante possibilità c’erano di fermare un momento che anche così, fisso, ti racconta l’attesa, il finalmente, la promessa, l’incanto. Ti spiega un segreto sulla punta delle dita.
E me ne sto sul divano, a guardare questa carezza sospesa, a desiderare l’incastro delle dita, il dopo e mi dico che è tutta lì la bellezza: in quel decimo di secondo che dopo sarà un’altra cosa, l’intreccio, la passione, la possessione. Ma adesso sono già tutto, sono l’attimo prima dello slancio, tutte le possibilità, tutti gli svolgimenti, i desideri, tutti gli amori; la potenza del contatto privo d’incomprensioni, di punti di vista, di proiezione; la purezza di un’intenzione.
È così che nasce quel segreto, la possibilità che non arriva a toccare neanche tutte le dita di una mano.

E mi viene sempre in mente che con lei le cose belle diventano ancora più belle e un fermo immagine tutta quanta la storia.

Anatomia di un mezzogiorno

febbraio 5, 2014 2 commenti

Mi fissa per sei secondi. Sono nuda e le ossa
si spezzano, mi pugnalano il torace, scricchiolo.
Penso di andarmene ma danzo la precisione
delle gambe. Forse voglio uccidere lui
che si muove perfetto, fargli chiudere gli occhi
e smetterla di essere così felice, così disperata.
Ho le arterie troppo piccole per questa grandezza
la pressione mi strappa la bocca e resto muta.
Stento la voce mentre nasco in questo letto.
Non sono perfetto – lo dice come un ricordo.
E in questa frattura precisa entra la gioia.
Mostra la sua grazia debole e io mi sento a casa,
unghiata alle brecce, la compagnia difettosa,
l’esploratrice col bottino, la fanciulla senza ragione.
So che saremo un errore, perché corriamo la notte
sbaglieremo tutto, accecati dalla buona sorte.
Amore, mi farai di nuovo a pezzi.

In paese stendevano lenzuola insanguinate,
il giorno dopo la notte di miele.
L’ho capito oggi tutto quel sangue esposto.
La ferita nelle trame eppure il bianco.

Piccole stragi

gennaio 26, 2014 2 commenti

Le tragedie piccole, quelle che nessuno rappresenta, che non ingombrano i giornali, che non muovono le bocche di tutti; quelle che vanno in scena sullo sfondo di appartamenti circondati da altri appartamenti, di palazzi circondati da altri palazzi, di paesi circondati da altri paesi.
Le tragedie delle cucine, delle camere singole, degli abitacoli, raccontate sotto quattro cuscini, che colpiscono solo tre persone, tremano nello stesso silenzio, deformano le stesse idee, hanno le stesse pupille dilatate.

Di questo teatro invisibile, senza i manifesti, sono l’immensa platea.

Immagine

Foto: ricardowagner

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